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Volpiano TORINO
Un Cerchio Perfetto

Un Cerchio Perfetto

Cosa sono?
Una domanda strana mi sono rivolto quella mattina aprendo gli occhi…
Davvero, ma cosa sono e dove sono?
Non sapevo davvero cosa stesse succedendo, non registravo qualcosa di familiare ma neppure nulla di così allarmantemente estraneo, infondo ero per strada!
Già per la precisione ero in… al diavolo cosa ero… e la via invece andava verso… ma dannazione!
Non c’era motivo di agitarsi anzi perché non fare due passi?
Scivolavo in mezzo alla gente con una placidità che sentivo particolarmente sensuale ed ero particolarmente orgoglioso della cosa, che diamine stesse capitando quel giorno non lo sapevo ma ero al top!

Ma ora ecco che si stava avvicinando un uomo di mezza età, si distingueva nella folla per come sembrava guardare tutti dall’alto della montatura dei suoi occhiali argentati e l’impeccabile gessato; aveva un certo fascino nel suo piccolo e mi sorpresi a guardarlo fissandolo spudoratamente. Dopo pochi passi, probabilmente accortosi della cosa, gli occhi dell’uomo si voltarono di scatto cercando i miei e fu allora che accadde.
Aiuto! Qui lo studio sta cadendo a pezzi! Raddrizzate la telecamera!
Mi sembrava di essere una cinepresa impazzita lasciata cadere giù per un dirupo, dannazione!
Silenzio.. e poi.. ah.. un leggero pizzicorìo alle parti basse… dannazione un bagno
C’era qualcosa di strano ma non avevo tempo per pensarci, la mia vescica stava scoppiando… ecco sì un bar… dritto al cesso dannazione.
Ahh mentre finalmente mi stavo svuotando, recuperando nel contempo un po’ di lucidità, ebbi un sobbalzo.

Cazzo…
Sulla mia mano era ben visibile una fede nuziale… fede nuziale? Dissi al mio cervello di staccare quella mano e permettere ai miei occhi di poterla vedere meglio ma… niente.. dannazione NIENTE! Non si muoveva, qui tutto andava per gli affari propri!
Lo strano involucro nel quale ero prigioniero mi stava conducendo verso uno squallido lavandino pieno di incrostazioni e lì, allo specchio, rividi la faccia dell’uomo in gessato che mi fissava… aveva lo sguardo vispo ed allegro ed in quel momento nei suoi occhi vidi me stesso dentro di lui!
Potevo sentire tutte le sue percezioni, il vento freddo che spazzava la strada, le sue labbra rinsecchite ed il rammarico per non aver portato con sé del burro cacao, la maliziosa soddisfazione per un qualcosa di imminente.

Un palazzo, un campanello senza nome, tre tocchi ad intermittenza e non dovetti domandarmelo, seppi che quello era il segnale per vederla; sensazione tattile di carta stropicciata, le mani che collaboravano per stendere e spiegare una banconota, rapido scambio di occhiate con la portinaia, successione di gesti meccanici ripetuti tante volte e poi su di buon passo per le scale, perché l’ascensore non funziona mai.
C’era Ada alla porta, una ragazza che sarebbe potuta essere la figlia dell’uomo in gessato, capelli scompigliati come se si fosse appena alzata, aveva solo un maglione che le arrivava a metà delle sinuose gambe nude; sentii i muscoli del viso contrarsi, stava sorridendole.

Non ci furono molte parole, a malapena mi resi conto della casa ben tenuta della ragazza, gli occhi del mio forzato compagno erano rivolti verso di lei che lo tirava verso il letto; sentivo crescere una sensazione di eccitazione e senso di colpa, mi passavano davanti agli occhi fotografie della vita dell’uomo, la moglie in carriera come lui, due figli, le cene di famiglia, la chiesa la domenica il suo ufficio da ingegnere. In questo flusso muto di pensieri l’unico rumore era dato dallo strusciarsi dei corpi; la ragazza, come seguendo un rituale ben conosciuto stava accontentando l’uomo in tutta una sorta di servizi che sua moglie non gli avrebbe mai concesso; in tutto questo lei era inespressiva, sembrava esser distante anni luce da quel letto dove l’uomo in gessato la stava cavalcando.

Il fiato si faceva più corto e l’incedere più ritmato e fu di nuovo lì, al culmine dell’amplesso, che accadde. Gli occhi dei due si incrociarono anche solo per un istante ed ancora il mondo tremò; mi sembrò di venire risucchiato da un’enorme aspirapolvere e quando capii di essere ora in compagnia della ragazza, ebbi solo il tempo di rendermi conto che il peso dell’uomo stava lasciando il suo corpo. Mentre in due rimanevamo distesi sul letto, lui di spalle si stava sistemando i calzoni… non mi ero reso conto di quanto non si fosse scomodato per il suo divertimento.

Senza dire una parola l’uomo in gessato lasciò delle banconote sul comodino e di spalle si allontanò osservando il suo orologio d’oro.
Ada, la mia nuova casa, mi iniziava a raccontare qualcosa di sé… genitori divorziati, lei aveva scelto il padre perché semplicemente era quello con più soldi, non sarebbe stato molto diverso a livello affettivo vivere con la madre, il rapporto con i genitori era basato sulla reciproca indifferenza… a meno che non si parlasse di soldi, ovviamente. Poi anche i soldi erano diventati noiosi, Ada allora aveva scoperto che usare il proprio corpo come merce di scambio sapeva dare alle banconote un gusto migliore, diverso.
Un improvviso scatto di reni e ci alzammo dal letto, ancora sensazione di una crescente eccitazione, si vestì in fretta chiudendo l’appartamento, uno dei tanti che suo padre aveva in vendita per conto della sua agenzia, prendemmo l’ascensore, ovviamente era libero perché tutti pensavano fosse guasto.
Che strana sensazione camminare su quei tacchi! Fortunatamente dall’annaspare della mano nella tasca della giacca, capii, dall’oggetto che aveva afferrato, che la tortura non sarebbe durata ancora a lungo.

Inserì la chiave nella sua macchina da dirigente di una grande azienda e partì, sapevo dove eravamo diretti e ripassai mentalmente con lei la strada per arrivare alla piccola piazzetta nel parco.
Parcheggiata la macchina costeggiammo a piedi il largo fiume che tagliava tutta la città, si stava facendo sera e nella gola condividevamo il secco gusto di una sigaretta invernale; il cellulare squillò in una delle tasche ma Ada non rispose, sapevo anche io che era solo il momento di raggiungere l’albero vicino alla panchina blu.
C’era un giovane poliziotto nei pressi, noi ci sedemmo sulla panchina in attesa; lo sbirro si avvicinò con l’aria di chi aveva puntato la propria preda.
“Signorina crede agli angeli?”
“Ma certo, agente”
“Mi favorisca i documenti allora”
Il cuore batteva regolare, sapeva ciò che stava accadendo mentre io ne ero stranamente un poco stupito, prima di allungare la carta d’identità, Ada vi inserì dentro le banconote dell’uomo in gessato.

Il poliziotto aprì i documenti abbozzando un leggero sorriso, mise in tasca i soldi e, dopo aver cercato qualcosa per alcuni rapidi istanti, ci restituì il tutto.
“Fate bene ad avere fede!”
“A presto, padre!”
Non appena con le mani sentii anche io il pi
ccolo sacchetto capii, capii il gusto che avevano per lei i soldi guadagnati in quel modo, capii che lo faceva per rendere le sue “strisce” quotidiane più saporite, me lo stava dicendo quasi cantando, mentre con la mano cercava in tasca uno specchietto da trucco.
Camminavamo in fretta seguendo a ritroso il percorso lungo il fiume che avevamo fatto alcuni istanti prima, il buio era oramai calato ed alla prima panchina un po’ in ombra rispetto ai lampioni, Ada si fermò ed iniziò a preparare la roba, aiutata da una lametta d’argento.

Quello che seguì fu un caleidoscopio crescente di sensazioni che mi martellarono la testa, ogni piccola cosa diventava sempre più grande mentre dalle narici aspiravamo le nostre ali; Ada comprava dagli sbirri, quelli corrotti, che riuscivano a sottrarre qualche dose ad “uso personale” dalle partite dell’antidroga… la pagava cara quella roba, il doppio rispetto al “mercato dei pezzenti”, come lei lo chiamava; però in questo modo era sicura che così non avrebbe corso rischi, almeno questo è ciò che credeva.
Stavamo volando sopra la città, leggeri e rilassati, il freddo non ci faceva nulla, eravamo come esseri immortali, pulsanti della nostra stessa essenza, ma poi qualcosa ci portò brutalmente a terra; prima il senso di nausea, l’affievolirsi della vista, poi i conati di vomito, la sensazione di forte contrazione di tutto il corpo, sentivo il calore della schiuma dalla nostra bocca.

Ce ne stavamo andando in due, in quel momento soffrivo, ricordo solo questo, buio e sofferenza, sofferenza e buio fino al botto.
Qualcuno stava premendo fortissimo il torace, aveva strappato la camicetta ed ora sentivo il freddo pungente dell’inverno sulla pelle di Ada; gli occhi non si aprivano ma le labbra stavano accogliendo altre labbra, non per un bacio ma per ricevere colpi di ossigeno. Aprimmo gli occhi e sentii una contrazione in spasmo della schiena, sputammo violentemente per terra, saliva mista a sangue che usciva dal naso. Ricascammo per terra ed allora vidi il ragazzo che l’aveva salvata.
Forse fu per la confusione del momento o per il lacerante dolore provato, ma non mi resi conto di molto quando realizzai che ora stavo guardando Ada distesa sull’erba. La ragazza respirava affannosamente ed il ragazzo le stava accarezzando la testa parlandole per tenerla sveglia, sentivo i capelli di Ada fra le dita e vedevo i suoi occhi sbarrati, colmi di una paura mai provata.

Arrivò un’ambulanza, gli infermieri la portarono via, Ada continuava a guardarci, com’era diversa.
In pochi minuti rimanemmo in silenzio ed io fui solo in compagnia del nuovo corpo e dei suoi pensieri, non mi diceva il suo nome ma in compenso molte erano le cose del suo passato al quale stava pensando. Stretto nel lungo cappotto si avvicinò al parapetto che dava sul fiume, la scuola, l’università, la brillante vita tranquilla in un mondo che correva più forte di lui… queste le sue immagini.

Si sentiva un fantasma in mezzo alla gente, totalmente vinto da un qualcosa che non riusciva a spiegarsi, avrebbe voluto fare qualcosa per sentirsi vivo, arrivare forse a toccare la morte come aveva fatto poco prima quella ragazza. Da troppo tempo si sentiva solo in mezzo alla gente, da troppo tempo gli sembrava non aver più nulla da dare, da troppo tempo aspettava di ricevere qualcosa.
Una lacrima calda solcò il corso del viso del ragazzo
“Che strano che in un cuore così freddo ci siano ancora lacrime calde”
Disse ad alta voce, per poi subito pensare che era solo l’ennesima idiozia da intellettuale depresso con la quale tentava di compiacersi.
Non so cosa accadde poi, ci fu solo il buio, non so se il ragazzo si buttò e con lui anche io, perché tutto venne prima; ricordo solo che il suo ultimo pensiero fu per quella ragazza al parco, che lo aveva guardato come un essere vivo.

Il liquido caldo e confortevole attorno a me ora mi culla, sento che siamo in due ma non è più come prima, mi sento padrone di questo essere che sono io, non posso essere altro che io! Ed allora dormo, dormo del più tranquillo dei sonni, aspettando di aprire i miei occhi.
Cosa sono? Una domanda legittima mi rivolgete ora.
Sono un sogno
Solo un sogno di una vita che nasce
Od il sogno di una che muore.

Postilla.
Ospedale Clinica universitaria
Due medici discutono attorno ad un lettino, una ragazza con la mascherina dell’ossigeno sta dormendo.
“L’abbiamo presa per un pelo eh”
“Già, davvero, teniamola sotto osservazione e mi raccomando la pressione”
“Il bambino ?”
“Se non l’avessi seguita io tutta la notte non ci crederei se me lo raccontassero… sta bene”