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Reflections

Dunque: sospensione delle emozioni e della ragione, crisi in corso o crisi perenne, prepararsi ad evacuare.

Potrebbe esser questo il leitmotiv che a partire da gennaio mi rimbomba nella testa, con neuroni come piccoli omini schiavi di un sottomarino che non vuole più emergere alla superficie. Perchè infondo io mi conosco, il loro capitano, e loro conoscono me… sanno che nel momento delle difficoltà diventa imprescindibile e necessaria la drastica soluzione del chiudere ogni compartimento a misura stagna, centellinare i respiri, perchè là sotto (qui sotto) non si sa mai quanto si potrebbe durare.

Forse è proprio vero che la scusa che do e che mi do, in giro, per tutto questo, è il tran tran quotidiano e pendolarizio verso Milano, fatto della sveglia presto col buio e del ritorno tardi col buio, di treni sudici che passano da temperature polari a equatoriali forse per darti l’illusione che ogni giorno qualcosa cambia. Paradossalmente dopo un pò diventano prevedibili anche loro, con questi piccoli cambiamenti microclimatici, con i loro ritardi che ti aspetti verificarsi proprio quando di un ritardo non hai bisogno.

Ma infondo tutto questo credo sia la scusa, la buona scusa che mi do per dire “infondo cazzo non va bene”. E alla fine non va bene, certo, ma sicuramente non solo per i miei 270km che quotidianamente mi scorrono nelle vene attentando a ciò che rimane di me in quanto Marco. Non è la Metro che non mi fa sentire quel che sono, credo, la cosa preoccupante è trovarsi per caso, una mattina, aggrappato come tanti sulla linea che ti porta in Duomo, osservare il tuo riflesso sulle porte e domandarti “ma quello sono io?”.
Saranno le tipiche domande esistenziali di chi ha appena compiuto gli anni, sarà che questi 28 anni, nonostante la bellissima ed inaspettata festicciola che mi è stata fatta in ufficio, mi sono scivolati addosso prima ancora che arrivassero. Sarà che come ogni anno mi sembra di non aver concluso niente e sarà che quest’anno, nonostante possa avere tutti gli alibi del caso, sono io il primo accusatore di me stesso nel sottolineare che in molte cose, se non ho concluso nulla, è solo e soltanto colpa mia.

Infondo è proprio questo, uno stato prolungato di crisi che ora sta trovando i punti forti e gli agganci ideali in questo alienante incedere quotidiano, nell’arrivare al weekend con la sola voglia e forza di dormire e pensare a te stesso.

Forse è proprio vero che si raccoglie ciò che si semina.