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Volpiano TORINO
La leggenda di un cecchino

La leggenda di un cecchino

Questo è un racconto di fantasia di mia ideazione, qualsiasi luogo o personaggio in esso riportato non vogliono assolutamente riferirsi a cose o individui realmente esistenti, spero possa piacervi, è un pò lungo…

Si chiamava Jury Novic ed era una leggenda.
Non che questo a Jury interessasse particolarmente, ma nell’Esercito del Blocco Confederato il suo nome era conosciuto da tutti. Quasi tutti i soldati che, come lui, prestavano servizio nel contingente degli Stati Uniti d’Europa, avevano sentito nominare almeno una volta il nome del giovane soldato.
Jury era nato nel 2000, l’anno che in tutto il mondo aveva aperto le porte al nuovo millennio, con la sua carica di aspettative verso quel futuro molto spesso raccontato dai film, che improvvisamente si trovava alle porte di ogni cittadino del mondo, cogliendolo impreparato. I Novic erano una famiglia di Sarajevo e lì Jury crebbe con alle spalle il fantasma di un conflitto fratricida che aveva dilaniato la sua terra, cicatrici che ancora si potevano vedere sulle facciate di alcuni palazzi, l’eco lontano di orrori che ancora si propagava per mezzo di processi televisivi.
Fu il 2009 l’inizio e la fine di tutto. Con l’11 settembre 2001 il mondo, per bocca e faccia degli Stati Uniti d’America, si ritrovò in ginocchio davanti alle minacce del terrorismo, quel senso di effervescente speranza che aveva accompagnato il nuovo millennio lasciò posto all’inquietudine, alla paura, al crescere del sospetto per il proprio vicino e per le diversità. Il mondo stava cambiando in una direzione che nessuno avrebbe mai potuto prevedere e nel 2009 finì l’era economica moderna. La spaventosa crisi economica generata dall’avidità del sistema americano si propagò in tutto il mondo con la voracità di un virus che aggrediva un corpo già debilitato. Piano piano si sgretolavano le cellule del sistema, tutto venne investito e tutto non sarebbe stato mai più come prima.
Mikhail Novic si impegnò per far studiare i suoi figli, lo fece a costo di enormi sacrifici, arrivando anche ad abbandonare la propria terra per fare i mestieri più disparati in giro per l’Europa. Francia, Italia, Germania… venne chiamato zingaro, venne considerato un peso per la società, si trovò a doversi nascondere per lavorare per onesti e rispettati cittadini. Ogni sera pensava ai suoi figli, alla sua famiglia a Sarajevo e al futuro che voleva dare loro in quella città, perché non dovessero più, com’era costretto lui, dover emigrare alla ricerca di un lavoro.
La grande crisi cambiò molte carte sullo scacchiere degli accordi internazionali. Chiunque cercava di ottenere il massimo con il minimo sforzo, spostando sempre più ad oriente le produzioni e speculando il più possibile sulla manodopera. Grazie a questo cambiamento del clima economico Mikhail riuscì a ricongiungersi con la sua famiglia, per poter star vicino, come desiderava, ai due figli Jury e Serena e a sua moglie Zoe.
Mentre il mondo cambiava i suoi assetti socio politici, mentre presidenti stipulavano alleanze e altri litigavano, infiammando con parole che tutti si auguravano esser state sepolte col secolo andato, il clima generale, la famiglia Novic passò gli anni migliori. Mikhail era riuscito a metter da parte una piccola fortuna, aveva aperto a Sarajevo una piccola attività e si sentiva finalmente orgoglioso della memoria del suo defunto padre, che da sempre aveva sognato per il figlio qualcosa del genere.
Jury intanto cresceva, ragazzo sveglio e curioso, mai troppo fuori dalle righe e sempre interessato a scoprire cosa c’era dietro ogni angolo delle strade che percorreva. Dalla tv giungevano notizie inquietanti, tuttavia nessuno, allora, riusciva veramente a percepire il reale valore di quelle notizie. La generazione nata nel vecchio millennio, che portava addosso le cicatrici dei palazzi, ne coglieva il sinistro presagio; ma i giovani, quelli che come Jury erano cresciuti abituati a vedere fin dall’inizio il meglio ed il peggio del mondo, non sapevano quale fosse la differenza sostanziale fra un telegiornale ed un film d’azione. Tutto veniva appiattito, ovattato, la realtà si mischiava con la finzione e veniva portata alla ribalta in un cocktail fatto di emozioni, violenza, sentimenti e ricerca del limite.
Fu così che la guerra arrivò a bussare alla casa delle persone e le persone, quelle stesse persone che nel 2000 avevano aperto la porta al nuovo millennio con lo stupore e le attese delle loro aspettative. I presidenti di tutta Europa avevano fatto fronte comune e in una storica seduta plenaria a Bruxelles, decretarono la nascita degli Stati Uniti d’Europa, un blocco politico ed economico da contrapporre al dilagante imperialismo degli USA. Era il 2019, Jury aveva vent’anni, frequentava l’Università a Sarajevo e quando apprese della notizia che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza e quella di milioni di persone, si trovava in un bar nei pressi della sede della sua facoltà. Aveva appena sostenuto un esame e per la prima volta nella sua vita avvertì come reale quello che stava capitando sullo schermo al plasma del locale. Fu come se tutta l’Europa, alle 15.25 di quel martedì 17 marzo trattenesse un lungo respiro: un’apnea che divenne eterna.
Una settimana dopo gli Stati Uniti d’America dichiararono guerra all’Europa.
Il progressivo smantellamento delle testate nucleari, scaturito dal vertice di Ginevra del 2012, unito al fatto che sia Europa che USA avevano troppi interessi estrinseci per potersi fronteggiare con armi di distruzione di massa, fu l’unico elemento positivo di un conflitto che nacque in seno alle due superpotenze. Molte erano infatti le cellule di europei all’interno degli USA e viceversa. Fu così che la guerra si combattè inizialmente proprio nelle città, dove erano frequenti attentati ai luoghi di interesse e di ritrovo pubblici. Piano piano si stava “epurando” il tessuto di infiltrati, piano piano “gli altri” venivano fuori, scoperti o traditi dal clima di caccia alle streghe che dilagò con la virulenza della crisi del 2009.
Jury e sua sorella continuavano a studiare, Mikhail e Zoe erano rimasti inamovibili su questo punto: i loro ragazzi avrebbero dovuto diventare qualcuno, prendere parte alla nuova alba che si auguravano sarebbe arrivata presto. Sarajevo scopriva nuovamente le sue cicatrici nascoste e negli occhi di molti riprendevano corpo e forma i fantasmi degli anni 90.

Aveva solo 22 anni Jury Novic e a 22 anni già era diventato una leggenda.
Il 20 gennaio 2022 l’intera famiglia Novic si concesse una cena presso la “Taverna Rossa”, un noto locale di Sarajevo, gestito da un vecchio Italiano innamoratosi di quelle terre. Si festeggiava il compleanno di Zoe e Mikhail non avrebbe mai permesso che una guerra o la paura potessero togliere alla sua famiglia i propri momenti. Molti avventori del locale, come ogni sera, vivevano nel terrore che potesse capitare qualcosa. Il conflitto infuriava già da alcuni mesi e non tutti gli “altri” erano stati individuati, fermati, messi al sicuro. Sarajevo era stata stranamente graziata dalla follia di attentati che invece stava dilaniando Roma, Parigi, Londra, Monaco.
La famiglia Novic fu l’eccezione. Si dice che la sorte scelga alla cieca la propria vittima sacrificale. Quella sera la sorte scelse l’intera famiglia Novic più altri tredici avventori, cinque camerieri e il vecchio italiano. Furono loro i primi a tracciare la prima cicatrice del nuovo millennio sul volto stanco di Sarajevo. Accadde mentre Mikahil sorrideva a Zoe, accadde mentre Serena, appena sedicenne, stava mandando un SMS al suo primo ragazzo, sbuffando per non poter essere con lui quella sera. La sorte agisce per vie che sono singolari e non delineabili, c’è chi dice che ognuno di noi fa parte di un progetto, che per ognuno di noi c’è un progetto. Jury Novic non era in quel locale alle 21.10, quando un appartenente ad una delle frange più estremiste dell’AMA (American Military Action) fece esplodere una carica di esplosivo al plastico tale da eliminare completamente il palazzo sotto cui c’era la “Taverna Rossa”. Jury era in macchina, bloccato dal traffico di Sarajevo, maledicente sua sorella che non rispondeva ai suoi messaggi e ben immaginando verso chi fossero rivolte le sue attenzioni in quel momento.

La tv il giorno dopo fece vedere le immagini dell’attentato, non erano così vere come quando Jury arrivò sul posto. Dalla tv non si riusciva a sentire l’odore di calce sgretolata, il pungente senso di bruciore agli occhi, la morsa al torace che ti prendeva osservando il cumulo di macerie. Jury arrivò, non volevano farlo passare, suo padre era piuttosto conosciuto e sapevano che lui era il figlio. Mikhail fu il primo ad essere riconosciuto, ci vollero tre giorni per ricomporre la famiglia, ci sarebbe voluta una vita per ricomporre il cuore di Jury Novic.

Con la stessa dedizione con cui aveva affrontato i suoi studi, Jury decise di mettere la sua vita nelle mani dell’Esercito del Blocco confederato. Di fatto anticipò soltanto il rastrellamento di leva obbligatoria delle giovani forze lungo tutta l’Europa che divenne automatico di lì a pochi anni. Non parlava Jury, si trincerava dietro un mutismo che lasciò spiazzati i suoi superiori, all’inizio non capivano, interpretavano quel ragazzo dai freddi occhi castani come uno sbruffone che voleva sentirsi superiore. Non capivano che Jury era superiore dinnanzi a tutti loro, perché lui aveva una motivazione, non voleva sprecare una sola parola, non aveva più nulla da dire al mondo dopo quel giorno. Gli misero in mano un fucile e Jury scoprì la sua vocazione: sparare.
Gli avessero detto di correre a viso aperto contro il nemico, come aveva studiato i soldati facessero nella prima e nella seconda guerra mondiale, lui l’avrebbe fatto. Gli avessero detto di gettarsi con un paracadute e farsi esplodere, lui l’avrebbe fatto. Ma gli misero in mano un fucile e lui diventò il miglior cecchino del Blocco Confederato. Erano passati pochi mesi dalla tragedia che sconvolse la sua vita e Jury aveva lasciato da parte i libri, i suoi brillanti voti all’università, e il suo vecchio “mondo”, per essere catapultato in una dimensione in cui aveva sospeso la ragione, la pietà e il concetto stesso di umanità.

La sua leggenda nacque fin dalla sua prima missione. I suoi compagni di reparto mal vedevano quel loro gracile e taciturno compagno che si tirava dietro il solo fucile di precisione. Nessuna pistola, nessuna bomba a mano, niente. Lui, e il fucile. Ironizzavano sul fatto che non rispondesse alle loro battute ma ben presto trovarono altro verso cui spostare le loro attenzioni, infondo un muro alla lunga diventava stancante.
Il loro contingente venne mandato a controllare un villaggio ai confini con l’Italia e senza neanche troppo rendersene conto, il gruppo di soldati capitanato dall’esperto generale Dupont, direttamente da LeHavre, Francia, si trovò in uno stato di assedio in una vecchia scuola.
Gli Americani si erano ben organizzati da quelle parti, in alcuni casi riuscivano anche ad avere l’appoggio della popolazione locale e questo era uno di quei casi. Dupont doveva già far il conto con la perdita di un paio di uomini e la situazione non prometteva affatto bene, tanto che il francese stava già per inviare a sua moglie l’SMS precompilato mesi prima, in caso si fosse presentata l’estrema situazione del non ritorno.
Jury non disse una parola, piantato davanti alla mappa dell’edificio iniziò a montare il suo fucile e indicò al generale che avrebbe raggiunto il tetto. Dupont pensò che quel ragazzo doveva esser fuori di testa, gli intimò di fermarsi e restare sotto con il resto dei compagni, ma non sapeva che Jury era completamente asettico agli ordini ed a qualsivoglia imposizione: lui era lì per una cosa soltanto.
Si sentirono i primi colpi, secchi, netti, cadenzati. Il generale e gli altri soldati, molti dei quali feriti, spiavano dalle fessure delle finestre la situazione. Si sentiva l’eco di urla, non strazi prolungati, urla che facevano da contrappunto al ritmo dei colpi che provenivano dal tetto.
“Come fa quel figlio di puttana?” pensò Dupont mentre vedeva allontanarsi l’eventualità di mandare quell’SMS a sua moglie. Era notte, Jury Novic sparò tutta la notte, a volte il suo fucile taceva, indugiava prima di essere sicuro di cogliere il bersaglio, dall’altra parte un minimo movimento voleva dire morte. Come faceva quel cecchino a vedere tutto con così assoluta precisione? Arrivò l’alba, Jury scese le scale, il silenzio dei suoi compagni era il silenzio di chi non sa bene che cosa si trovava davanti. Un demonio? Un genio? A volte certe figure si mescolano e non ti permettono di capire.
Sul rapporto del generale Dupont figurò che il suo contingente aveva spazzato via un intero villaggio, si contarono i morti, soldati, donne vicine ai soldati, bambini vicini a donne, tutti colpevoli di essersi trovati sulla strada di Jury Novic, tutti sporchi del sangue della sua famiglia, tutti quanti pupazzi della tv, sottoprodotti di una realtà che veniva filtrata così distante nel suo cervello. Così Jury Novic divenne leggenda.

In seguito a Jury furono affidate missioni solitarie, non riusciva a collaborare con dei compagni, ben presto capirono che malauguratamente potevano diventare loro stessi dei bersagli per quel cecchino senza pietà.
Veniva portato in posti strategici, gli si diceva di difendere la posizione o di ripulire la zona. Jury lo faceva, non mangiava anche per giorni, rimaneva lì, sdraiato, con il suo fucile. Era come invisibile e non riuscivano a capire da dove venissero i colpi, quando arrivavano. Se in una città la gente cominciava a cadere come le foglie in autunno, senza che si capisse da dove arrivava questa tetra punizione divina, allora si iniziava a sussurrare il nome di Jury Novic. Jury il diavolo, Jury lo spietato, Jury l’invisibile. C’è chi lo descriveva come un vecchio soldato che aveva visto i conflitti in Afghanistan, chi lo idealizzava senza un occhio e con il solo buono per poter mirare alla lente del suo fucile, nessuno si aspettava un ragazzo svuotato da tutte le aspettative che la vita poteva concedergli.
Jury nelle sue missioni solitarie aveva iniziato a scrivere una sorta di diario, nell’epoca dei cellulari e dei palmari lui rifiutava ogni tecnologismo non fosse che il cellulare che puntualmente lo metteva in contatto con il suo comando. Un comando centrale in cui pareva quasi fosse più consuetudine l’assecondare gli aliti di vento che spingevano Jury lungo la sua vita di morte e bersagli, piuttosto che cercare di indirizzarla.

Nel febbraio del 2025 Jury fu inviato a Northtown, piccolo centro di quella che un tempo era l’Alaska, ora diventato uno dei territori di maggior frizione delle due superpotenze, vista la vicinanza. Lì, nel bianco, tutto sfumava in maniera quasi impercettibile, i colori, la percezione del bianco e del nero, diventava difficile ed assumeva le sfumature piatte di quelle tinte così tirate dal pennello da non consentire l’individuazione netta e visibile della loro demarcazione.
Per Jury non faceva molta differenza, Northtown era un posto come un altro. Gli avevano fornito delle fotografie, come sempre, gli avevano dato appunti, piantine, informazioni logistiche, come sempre. Materiale che giaceva sul fondo del suo zaino, come sempre. Jury annusava l’aria, osservava tutto con la dovizia di particolari che le sue retine emotivamente fredde avevano imparato a praticare negli anni. Come si chiamava l’ultima persona? Era un uomo? Una donna forse? E quanti anni aveva? Dettagli, vite che si snodavano sotto la pressione del suo grilletto, pensieri che fluivano così lontani da lui.
Northtown era una missione come le altre, un posto in cui sparare in fronte ai suoi fantasmi, un posto in cui rincorrere o forse fuggire qualcosa, da qualcosa.
Non si vestiva neanche più da militare, indossava abiti civili e il suo fucile smontato rimaneva gettato, a pezzi, nel suo zaino, quasi a parafrasare il caos interiore che si portava dentro. La sua aria riservata, il suo mutismo, il suo sguardo perennemente triste, lo mettevano al riparo dai sospetti della gente. Finiva per passare giorni e notti negli alberghi o palazzi abbandonati da cui avrebbe sparato ai suoi bersagli, progressivamente bonificando le zone assegnategli.
Northtown era per lo più abbandonata, vista la pericolosità della zona in molti avevano abbandonato il piccolo centro, per ora ancora in mano agli “altri”. Non esistevano fazioni nella tesa di Jury, nella sua testa esistevano solo gli “altri”. Lui e gli “altri”, appunto.
Aveva trovato una sistemazione comoda, un vecchio palazzo abbandonato, svariati appartamenti ormai dismessi. In uno di questi aveva trovato una stufa elettrica, la rete ancora funzionava e vedendo altri apparecchi collegati alle prese non si preoccupò del fatto che accendendone una in più qualcuno avrebbe potuto notare qualche cambiamento nei consumi a perdere di quello stabile.
Ogni sera cambiava stanza, dopo alcune sere avrebbe cambiato anche stabile, per evitare di attirare troppo l’attenzione sui suoi colpi che con chirurgica precisione cadevano sugli abitanti di Northtown.
Chi era quella donna? Cosa faceva quell’uomo? Tornava da compere? Tornava dalla sua famiglia? Jury non l’avrebbe mai saputo, confidava questi interrogativi al suo diario, molte volte. Pagine piene di punti interrogativi in attesa di una risposta, forse di una risposta che Jury neanche voleva, per quanto si ponesse.

Tre settimane passate a Northtown, dal comando gli comunicavano che la popolazione era in preda al terrore, il nome di Jury iniziava a circolare sulle bocche di tutti, nessuno voleva davvero credere che il demonio d’Europa fosse piombato a castigare la comunità. Ma nessuno avrebbe potuto prevedere ciò che capitò una settimana di Marzo, quando la primavera iniziava a farsi largo dopo l’inverno, nemmeno Jury.

Quella mattina, dopo aver passato una notte dormendo relativamente poco, Jury si alzò dalla sua posizione sdraiata con il fucile carico, si concesse, come sempre, un giro attorno alla stanza per recuperare la mobilità delle gambe; annotò, come sempre, le impressioni telegrafiche della notte sul suo diario e dopo aver chiuso gli occhi per un lungo minuto, come sempre riprese la sua posizione.
L’ottica inquadrava la strada, uno dei centri nevralgici della città era sotto il suo controllo: il crocevia principale del piccolo centro. Ci aveva messo settimane per guadagnarsi passo passo, colpo a colpo, l’avvicinamento a quella zona. E ora si trovava lì, a scrutare il centro deserto. Probabilmente avevano indetto un coprifuoco, si era sparsa la voce e avevano paura. Ma a tutto questo Jury non pensava mentre puliva il fucile, mentre lo ricaricava, mentre riprendeva la sua posizione, disteso con il suo occhio a scrutare il mondo, là fuori, da un mirino.
Perdeva la percezione del tempo, non si curava di mangiare con una regolarità normale, si annullava completamente nel suo compito per lasciare spazio ai suoi pensieri che vagavano, lo portavano lontano dai posti in cui si trovava e arrivavano ad infrangersi solo sulla carta del suo diario.
Quella mattina era una mattina come tante, ma per Jury fu la mattina in cui molte cose, nella sua vita, cambiarono. In mezzo al crocevia spuntò una figura, per lui l’ennesimo bersaglio da colpire. Gesti meccanici ripetuti quante volte? Mille? Forse di più. Annusava l’aria fredda che gli pungeva i polmoni, Jury Novic. Il suo cervello calcolava in maniera del tutto naturale lo spostamento del vento, l’inclinazione del fucile, la distanza che separava il suo colpo dal bersaglio. Ma quella mattina Jury si bloccò.
Una ragazza stava faticosamente passando l’incrocio con una pesante borsa al seguito, era soffocata dal peso di un grosso cappotto oversize che ne appesantiva ulteriormente l’andatura, non fosse stato per i capelli biondi che spuntavano da sotto il pesante berretto, le mani affusolate che trascinavano il fardello e il suo viso, Jury neanche avrebbe capito che si trattava di una donna. Stava già preparandosi a mietere l’ennesima vittima, il dito sul grilletto, il respiro regolare. Si prese il tempo di osservare quella figura dal suo mirino, ogni dettaglio della ragazza col fardello e fu in quel momento che lei si girò e sembrò guardare dritta nella sua direzione. Jury Novic si bloccò, deglutì incontrando il suo sguardo con gli occhi castani di quella ragazza. Non c’era paura, non c’era terrore, c’era una stanchezza millenaria che pesava sulle sue giovani spalle. “Quanti anni poteva avere? Venti? Venticinque? Cosa ci faceva con quel fardello? Cosa stava cercando nel guardare proprio nella sua direzione? Nel guardare lui?”. Queste domande passavano nella testa del cecchino che divenne leggenda, che leggenda lo era già, e quella mattina lui si bloccò.
Come svuotato il suo dito abbandonò il grilletto del fucile, Jury rimase ad osservare la ragazza che salvo quella frazione di secondo, intanto, aveva ripreso a trascinare la borsa lungo l’incrocio. Il sole faceva da surreale coreografia al paesaggio ancora innevato, amplificava i colori, ad ogni strattone la ragazza emetteva un pesante sbuffo di vapore e alla fine passò l’incrocio, salva.
Jury rimase fermo, tutta la mattina, tutto il pomeriggio, ripercorreva con il suo mirino il percorso che aveva fatto la ragazza sotto i suoi occhi, gli occhi spietati che non avevano lasciato scampo, in quegli anni, a molte vite di cui lui era stato inclemente giudice. Cosa gli era capitato? Cos’era quella sensazione di formicolìo diffusa che avvertiva ovunque? Perché non riusciva a scacciare dalla mente lo sguardo di quella ragazza? Realizzò solo in quel momento che non aveva mai osservato davvero le sue vittime, realizzò come non riuscisse a determinare il solo volto di una di esse. Loro erano là, lui dall’altra parte, con il suo fucile. Era sempre funzionato così.

Quella notte Jury non dormì, scrisse sul suo diario, scrisse tutto, le sue sensazioni, la sua inquietudine. Per la prima volta si dimenticò del suo fucile e pensò a se stesso, poi si addormentò di un sonno che aveva il sapore di anni perduti, di un’altra vita.
Il sorgere del sole annunciava un nuovo giorno, ormai il clima iniziava a farsi più clemente, per quanto fosse possibile scomodare questo termine per Northtown, Alaska. Jury si alzò, ma diversamente dalle altre mattine il suo riprendere il fucile, che ancora giaceva abbandonato nella sua postazione di tiro, era finalizzato all’unico pensiero che martellava nella mente il ragazzo: rivedere la giovane donna dell’incrocio.
Passò la mattina, una mattina in cui Jury, mentre pazientemente attendeva e scrutava, ripassò mentalmente tutti i dettagli che il giorno precedente gli erano stati offerti dal minuto scarso in cui aveva conosciuto la ragazza. Pensò alla sua andatura affaticata, alla tenacia con cui trasportava il fardello, al modo in cui piegava le gambe per far leva nello sforzo che le contraeva il viso.
Arrivò il pomeriggio e lei spuntò, di nuovo, come uno scoiattolo che si affaccia timoroso fuori dai rami del suo albero. Non aveva il suo fardello, sempre il pesante cappotto e il berretto a nascodere la cascata di capelli biondi. Jury indugiò a lungo sul suo viso, cercando di leggerci una storia. La ragazza lasciava intravedere il timore che da un momento all’altro potesse arrivare un colpo da uno dei palazzi, la linea delle sue labbra era contratta non per lo sforzo questa volta. Da dove veniva? Come si chiamava? Cosa la spingeva a sfidare già da due giorni una zona che tutti i pochi cittadini rimasti di Northtown evitavano?
Passarono i giorni e la ragazza continuava a passare sotto lo sguardo attento di Jury, passarono i giorni e Jury non sparava, guardava, osservava, viveva l’incontro con una persona distante poche centinaia di metri da lui attraverso il mirino di un fucile. La notte aveva iniziato, sul suo diario, a dare risposta alle sue domande sulla ragazza, aveva iniziato a costruire un intero mondo attorno a Ellen: così, infatti, aveva deciso di chiamarla.
Gli appuntamenti con lei duravano lo spazio di un minuto, il tempo che Ellen ci metteva per attraversare l’incrocio. Vista la situazione tranquilla, la ragazza aveva preso coraggio, azzardando prima due, poi tre, fino anche a quattro passaggi durante la stessa giornata. Jury aveva accolto questo cambiamento con una nota di euforica felicità, che lo portava ogni mattina ad alzarsi sperando Ellen sarebbe passata una volta in più.
Scriveva di lei, scriveva di loro. Aveva aperto gli occhi sul mondo, ripensava a tutte le albe vissute in giro per l’Europa durante quegli anni, avrebbe voluto essere con Ellen ad osservare il sorgere del sole sull’Oceano delle coste spagnole, avrebbe voluto essere con lei quando il sole andava a riposare dietro all’acropoli di Atene.
Improvvisamente per Jury tutto aveva preso colore e vita. Un mondo di chiaroscuri lasciava intravedere, lentamente, le sfumature che componevano il maestoso dipinto di ogni giorno, di ogni respiro. Sorrideva Jury, per la prima volta sentiva i suoi venticinque anni leggeri come quelli di tutti i venticinquenni. Si riscopriva a pensare alla sua vita normale, a quella dell’università, degli esami, delle partite con la sua squadra di basket. In tutti questi frammenti di vita Jury includeva Ellen, era con lui in aula studio, era ad attenderlo alla fine di un esame, come lui attendeva lei, giocava le sue partite cercando gli occhi castani della ragazza sugli spalti.
Erano passate quante settimane? Non avrebbe saputo dirlo, ormai il sole iniziava a sciogliere gran parte della neve; la primavera, fuori, faceva da contrappunto al cambiamento interiore che stava avvenendo in Jury. Dal comando non avevano più avuto sue notizie, continuavano a cercarlo sul canale protetto, lui aveva inizialmente ignorato i messaggi e poi definitivamente deciso di spegnere l’unico mezzo di comunicazione. Non esistevano più lui e gli “altri”, lui e la sua rabbia contro il mondo, no, c’erano lui e Ellen.

Una mattina Ellen passò, sempre trascinando il suo pesante fardello che di tanto in tanto spuntava ad affaticarle il percorso. Jury in quei casi era sempre combattuto, se da una parte avrebbe voluto scendere, correrle incontro ed aiutarla, dall’altra sapeva che i giorni in cui Ellen aveva il suo carico erano anche i giorni in cui ci avrebbe messo di più a passare l’incrocio, lasciandogli più tempo per loro.
Ma quella mattina qualcosa andò storto.
Nel raggio di azione del fucile di Jury spuntò infatti un uomo, un armadio di almeno due metri si stava dirigendo con aria circospetta e passo veloce verso Ellen. Cosa voleva? Non aveva paura? Ma Jury non aveva realizzato che ormai da settimane nessuno cadeva sotto i suoi colpi e la gente del paese pensava di essersi ormai liberata dalla piaga, di aver pagato il proprio debito con la fame del cecchino.
L’uomo si avvicinò alla ragazza e con un pugno alla bocca dello stomaco la fece cadere sul leggero manto di neve che ancora resisteva all’arrivo della primavera. Tutto avvenne come a rallentatore, sotto gli occhi di Jury. Lui che portava il dito automaticamente al grilletto, lui che riempiva i polmoni dell’aria di Northtown, Alaska, tutto che si fermava, una frazione di secondo, un istante. Fatale.
Non ebbe tempo di fare molta strada con il fardello, non ebbe tempo di prendere il respiro che il suo carnefice si era preso fermando un istante il battere del suo cuore, per allinearlo forse a quello della sua vittima. L’omaccione cadde a tre passi da dove si trovava Ellen, riversa a terra. Un colpo preciso in mezzo alla fronte, come un grottesco terzo occhio. Il personale dipinto di Jury Novic che era tornato a colpire, dopo settimane.
La ragazza era ancora lì, a terra, tossiva. Jury non ci pensò due volte e si scaraventò lungo le scale dell’edificio. Il palazzo in cui si trovava era esattamente al fondo di uno dei vialoni che conducevano all’incrocio in cui Ellen a fatica stava iniziando ad alzarsi.
Correva Jury Novic, aveva per la prima volta nella sua vita la sensazione di correre verso qualcosa e fanculo al protocollo, fanculo alle coperture, Jury correva, stava andando a dare un esame, stava seguendo un contropiede della sua squadra, correva dalla sua ragazza, correva fuori dal tunnel.
La neve cedeva sotto il suo passo pesante e Ellen si avvicinava, pochi metri, pochi istanti. Erano lì, uno davanti all’altro. La ragazza osservava quel ragazzo con la barba incolta, i capelli arruffati e gli occhi lucidi che la guardavano di rimando. Ellen aveva realizzato che l’omaccione giaceva lì a pochi passi, morto. Ellen non riusciva a spiegarsi perché quel ragazzo le stesse tendendo la mano, lui stava sorridendo.
Jury era felice, come mai lo era stato in vita sua da anni, nell’allungare la mano verso la ragazza sentiva che con quel gesto tutto sarebbe cambiato, non aveva più bisogno del suo fucile, non voleva più sentire il peso del suo passato.
Fu in quel momento che arrivò il primo colpo.
Una freccia infuocata a trafiggergli la spalla. Il colpo di un cecchino, male addestrato.
Jury cadde a terra mentre ancora aveva la mano tesa verso la ragazza.
Che sensazione si provava ad essere uno dei bersagli? Uno dei tanti? Non se lo stava domandando, in quel momento, Jury Novic. Rideva. Sì quel ragazzo di venticinque anni, una leggenda nel suo esercito, rideva con una pallottola conficcata nella spalla, in mezzo ad un incrocio di una piccola cittadina dell’Alaska.
La ragazza, sbigottita, rimase impietrita ad osservare la scena, timorosa nel fare qualsiasi movimento. Il giovane uomo davanti a lei aveva uno strano sorriso stampato in volto, era appena stato colpito ed era il ritratto della serenità.

Michael Reed era appostato da una settimana con il suo piccolo contingente all’interno del vecchio municipio di Northtown. Diciannove anni, un padre orgoglioso di avere il proprio figlio nell’Esercito degli Stati Uniti, la famiglia Reed era avvezza alle guerre. Adam Reed, il padre di Michael, aveva preso parte al conflitto in Iraq e non poteva chieder di meglio che avere il proprio primogenito arruolato. In realtà Michael non aveva molto interesse per la guerra, era passato con una semplicità disarmante dallo sparare ai videogiochi allo sparare per davvero. Non era un gran tiratore, nemmeno un gran soldato, ma quel giorno toccava a lui il turno in cima al tetto dell’edificio. Tutti sapevano che su Northtown incombeva l’ombra pesante di un tiratore nemico, abile quanto impalpabile. Il suo nome era sulle bocche di tutti ma quando quella mattina il soldato Reed sparò ad un ragazzo che correva verso Round Square, provenendo dalla zona “offlimit” della città, non pensava minimamente di avere davanti Jury Novic, la leggenda.
La sua attenzione era stata richiamata da un colpo, secco e vibrante, sentito pochi istanti prima di vedere quel ragazzo correre come un pazzo verso la bionda al centro dell’incrocio. Un uomo giaceva a terra, morto, un altro si stava avvicinando. Michael Reed ci mise quattro interminabili minuti per decidere cosa fare, per mirare e sparare il primo colpo approssimativo verso il corridore, che intanto era giunto a destinazione e porgeva la mano alla ragazza.

Jury era sereno, sentiva di essersi liberato da qualcosa, sentiva che qualcosa in lui era cambiato, come la sera in cui osservò la sua famiglia scomparire per sempre. Sorrideva Jury e Ellen lo guardava, nei suoi occhi la paura e mille domande. Il ragazzo ripensava a quegli anni, ora sì tutti i volti delle persone uccise gli tornavano alla memoria, scavava dietro l’ultimo sguardo di ogni sua vittima pensando a cosa ci fosse oltre. Una vita, una famiglia, un futuro. Il sorriso divenne pianto, tutto in pochi istanti, il peso di anni riversato in respiri profondi, il pallido tepore di ricordi lontani, il freddo del metallo del suo fucile.
Ellen lo guardava e non capiva, Jury pensò di darle l’unica cosa che gli rimaneva, l’unica cosa che testimoniava cos’era, cercò nel suo cappotto, la ferita gli bruciava al pari delle lacrime che gli riempivano gli occhi, a tentoni trovò il suo diario e allungandolo verso la ragazza, per la prima volta, dopo anni di silenzio, parlò. Fu la sua ultima parola.

Il soldato Reed era eccitato, non aveva mai ucciso prima di allora e gli si presentava l’occasione di coprirsi di onore e gloria. “I nemici uccisi, al pari delle tue cicatrici, saranno le tue medaglie figliolo!”. La litania che in casa si sentiva da almeno tre generazioni era toccata anche a Michael. E ora quel figlio di puttana in mezzo all’incrocio stava trafficando col cappotto, che cazzo stava per fare? Cercava una pistola! Doveva agire in fretta, il soldato Reed, laggiù qualcuno stava per far casini e lui aveva il suo personale appuntamento con la gloria. Non sbagliò mira, questa volta. Il colpo arrivò in pieno petto all’uomo già colpito. Seguì un silenzio surreale.

Era una bella mattina di fine marzo, anno 2025, due uomini giacevano morti nel centro di Northtown. Una ragazza rimaneva, impietrita, ad osservare il più giovane dei due, stringendo in mano una sorta di quaderno che l’uomo le aveva allungato prima di essere colpito in pieno petto da un secondo colpo di fucile. Voci in lontananza le intimavano di allontanarsi da lì, di fuggire. Eppure qualcosa la teneva inchiodata, forse le ultime parole del ragazzo che giaceva morto davanti a lei, forse la percezione dell’esser scampata ad un pericolo che poteva portarla a morire.

Quando Jury fu identificato, subito molti pensarono ad uno scherzo del nemico, quel ragazzo non poteva essere il demonio la cui fama inquietava i suoi stessi commilitoni. Ben presto tutti si resero conto che troppe cose combaciavano alla perfezione, il soldato Reed passò alla storia come l’uomo che fermò la furia di Jury Novic, il diavolo di Sarjevo che non conosceva pietà, il cecchino infallibile. Northtown si ritrovò per alcuni giorni al centro del mondo, la notizia si fece largo negli schieramenti e iniziarono a girare i soliti ricami personali che ognuno aggiungeva alla storia riportata da altri. Poche persone sapevano la verità e quelle poche ricordarono per sempre quel giorno.

Ellen in realtà si chiamava Sara, Sara Graham. Ogni giorno sfidava la sorte trascinando il suo sacco pieno di vivande verso casa, dove accudiva il padre debilitato. Il Sig. Graham aveva bisogno di cibo e Sara glielo procurava, andando a ritirare quotidianamente la razione che spettava alla sua famiglia e al suo piccolo quartiere. La sera di quel giorno Sara tornò a casa e pianse, non sapeva bene per cosa stesse piangendo, forse un semplice gesto liberatorio per la tensione di quella mattinata. Non si era separata dal quaderno che le aveva consegnato il ragazzo, quello sconosciuto di cui non sapeva il nome che gli consegnò le sue ultime parole. Sara aprì il quaderno, sulla prima pagina c’era scritto un nome: Jury Novic.

Si chiava Jury Novic ed era una leggenda.
Le sue ultime parole al mondo furono “Ti amo”.