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“Caro Babbo Natale”
Te lo facevano scrivere alle elementari, in questo periodo.

Te lo facevano scrivere e tu sapevi che avresti dovuto metterci il meglio del tuo innocente e bambinesco presobenismo di facciata. Sapevi che non avresti potuto chiedere il galeone dei Lego che volevi tanto, sapevi che dovevi scrivere, invece, quello che chi avrebbe letto quel tuo piccolo tema in classe si sarebbe aspettato: parole trasudanti parole di cui neanche tu conoscevi bene la forma e la sostanza, richieste per i bambini poveri che potevi vedere solo da schermi di telegiornali che se possibile marcavano ancora di più la distanza da quel che avevi attorno e quel che ti mostravano.

E allora con un filo di ipocrisia, quell’ipocrisia che ti instillano come necessaria,quando diventi adulto per dimenticarti la spontanea innocenza del te bambino, vero, ti mettevi sotto a scrivere, a fare la tua lista di cose che volevi, ma che in realtà non volevi. Quella lista di cose che volevano leggere. Loro, gli altri.

Arriva Dicembre, come ogni anno col suo carico di pietre marchiate “passato”, brandizzate con efficace e seriale precisione che forse anche Andy Warhol classificherebbe, affascinato, come arte.

Arriva dicembre e rigiri fra le mani il fumo di mille pensieri di un anno,un altro, che è trascorso, mentre pensi a scrivere la tua nuova letterina,non a Babbo Natale forse, non al Natale, forse, forse semplicemente a te stesso, a quel tuo io che un anno fa, più o meno, in questo periodo ascoltava una canzone, come sta facendo ora e, come ora, sente di aver qualcosa da tirare fuori, ma non troppo.

La scrivi, ancora una volta, a tutti quei te stesso bambini che durante le elementari hanno pensato a scrivere quello che gli altri si aspettavano, perchè recuperi il te stesso bambino, più innocente, più puro e spietato nella sua schiettezza, e pensi alla lista di cose che non vuoi, alla lista di cose che vuoi. Pensi alla tua lista e non a quella che vorrebbero gli altri per te.

Non pensi neanche, mentre le dita battono sulla tastiera, mentre l’eco dei Fine Before You Came traccia una linea perpendicolare al terreno, esattamente al centro del tuo torace e ti fa sentire un fiume in piena che si apre e vomita fuori sensazioni, mentre ti tremano anche un pò le mani e non credi di riuscire a scrivere tutto quello che esce.

Non voglio più sentire quel senso di opprimente chiusura al torace, quel fiato che si mozza corto mentre cammini per strada mentre il cuore improvvisamente ti esplode in una tachicardia senza troppo controllo, senza troppo senso o significato.

Non voglio più dover giustificare, trovare uno scopo, un’analisi, un dettaglio, in ogni singola cosa che mi circonda. Quasi fossi una sorta di perenne controllore di flussi di vite che non sono mie, non mi competono, per quanto possano starmi a cuore, per quanto possano tangermi.

Non voglio più sentire la nausea all’anima, perchè passo mesi vagando lontano dalla sola persona che mi fa sentire veramente Marco, perchè mi perdo ricercandomi nelle vetrine dei negozi mentre osservo un volto ora sbarbato ora con la barba ora con auricolari ora con una canzone ora con il silenzio assordante di una città che sottolinea il senso di vuoto.

Non voglio più avvertire la sensazione che mi sto adagiando, che mi sto facendo andare bene le cose, che nella vita ci si deve “accontentare”. Perchè io non lo voglio, perchè non ha senso. Perchè chi ti dice che per essere felici ci si deve accontentare promulga un assioma che per me, per Marco Rossetti non vale.

Non voglio dover rinunciare a tutto quello che mi fa sentire fragorosamente vivo, nel nome che sia di un lavoro, che sia di una regola che la gente ti dice debba essere applicata ad altra gente, a comportamenti, a schemi mentali a schemi di vita. Perchè non ci sono schemi universali, non ci sono universali collettivi nel mio mondo, ci sono piccole cose che non do mai per scontate, che vivo come ogni giorno come un piccolo, costante, miracolo.

Ci sono le cose che voglio, quelle che mi sono mancate, quelle che ho sentito mie in questi anni, in questi mesi.

Voglio ricordarmi delle persone speciali che ho attorno, di quelle con cui condivido piccole grandi cose e che anche loro in minima parte o grande parte, non importa, mi ricordano ogni istante cosa sono.

Voglio pensare al fatto che tutto ciò che ti ha fatto male, tutto ciò che hai patito,tutti gli spasmi che ha avuto il tuo cuore, se tu senti esser la tua strada quella giusta, e io lo sento, non sono da esser pensati come male… ma semplicemente come uno dei passaggi per poterti avvicinare a piccoli passi.

Voglio sorridere, perchè in un anno ho allargato i miei orizzonti scoprendo cose nuove nel mondo attorno a me, scoprendo posti lontani e situazioni lontane che attraverso la bocca di chi mi è vicino sono diventate anch’esse vicine, sono diventate qualcosa anche di mio.

Voglio non aver paura, come ho fatto, per quanto costi fatica, per quanto faccia a volte paura, voglio non averne… di dare il nome alle cose.

Voglio guardare alle due parole che son riuscito a dire, due semplici parole che tanti soppesano come merce di scambio, voglio riporle nel modo più prezioso possibile dentro di me, così come le ho presentate davanti alla persona che ne è tenutaria.

Voglio avere la forza di lottare, come l’ho avuta da tempo, per ciò che per me vale, per ciò che per me conta. Perchè non è importante quanto attendi, non è importante quanta strada fai… rimane sempre importante la persona per cui fai tutto ciò.

Voglio non aver paura di fidarmi,com’è successo con chi mi è saputo star vicino in questo anno, con chi ha accolto una parte di Marco che non era mai venuta fuori ed è venuta fuori in maniera naturale, forse aveva solo bisogno di uscire, forse quando ti manca tutto, e per tutto a volte basta quello che oggettivamente potrebbe apparire come “poco”, forse fai uscire quelle parti di te che non credevi. Che non credi.

Voglio consapevolezza, quella che c’è ora, quella che sento bruciare ora in maniera decisa, quella che ti fa sentire che vuoi esserci, che tu certe stanze non le hai mai abbandonate, che la cosa più preziosa che puoi dare ad una persona è la tua semplicità, la tua quotidianità.

Voglio quotidianità

Voglio una casa e tornare e trovarla

Voglio non avere l’ansia di progettare ma la consapevolezza di viverla giorno per giorno

Voglio piedi che si sfregano sotto un piumone mentre un film fa da sottofondo

Voglio camminare in silenzio

Voglio essere inondato di parole e inondare di parole

Voglio sorrisi, lacrime, litigi, abbracci, carezze

Voglio tutto quello che una persona può contenere assieme ad un’altra

Voglio ricordarmi che questo è ciò che voglio, questa è la mia letterina, sono le cose che voglio, sono quelle che accarezzo ogni mattina, quelle che mi salutano alla sera.

Dimmi.