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Volpiano TORINO

Ognuno di noi ha la propria nemesi

Conosci il significato della parola “Nemesi”? La giusta e logica imposizione di un castigo terribile che si manifesta attraverso l’opera di un agente adeguato, personificato nella fattispecie da un terribile figlio di puttana: me!
Testarossa – The Snatch

Ognuno di noi ha la propria nemesi.
Ognuno, nessuno escluso, anche tu che ora stai leggendo e che probabilmente non sai chi io sia e che probabilmente non so chi tu sia, ma non importa, sappi che sì, cazzo, anche tu hai la tua nemesi.

La mia si chiama Marco C.

Marco C. è la mia nemesi o quantomeno lo è stata in un’età che poteva andare dall’asilo fino a quando improvvisamente, così com’è arrivato, se n’è andato. Puff, scomparso, trasferito. Ma sto andando troppo veloce, maledizione non va bene, è come quando vi spiegano un film partendo dalle considerazioni finali; beh la cosa importante è che questa storia venga raccontata.

Marco C. è nato il mio stesso anno, il mio stesso giorno, nel mio stesso ospedale e già questo basterebbe a rendere tutta la faccenda sufficientemente succosa e gustosa, conferendogli quella tipica aura un pò da fumetto tipo “battaglia fra titani”. Ma qui di fumetti ce ne sono pochi, c’è parecchio disinfettante, cerotti e tinture di iodio oltre a shock emotivi più o meno marcati.
Insomma non si sa bene comedovequando, ma la leggenda vuole che Marco C. probabilmente fosse nella stessa nursery in cui Otello, appiccicato al vetro mentre gli indicavano il suo primo nipote, il sottoscritto, esclamava un perentorio “Chial lì? A l’è chial lì l’cìt? A l’ha pròpe la tèsta da napuli!”.

Non so se c’entrasse qualcosa, già allora, Marco C. Il fatto è che mi venne un tumore da parto, robe normali alla nascita dicono, eppure quant’evvero che adoro la torta di mele di mia nonna, ogni volta che Marco C. finiva per avere a che fare con me, la mia capoccia subiva qualche trauma.

Non se la passava bene la mia nemesi, non possiamo dire avesse una grandissima situazione in casa, nella mia testa di bambino i genitori lo riempivano di giocattoli superfighi che io non avevo e neanche mi domandavo perchè a scuola la madre venisse accompagnata da qualcuno ogni volta.
Ma perchè sostanzialmente non era importante manco per le palle, alla fine lo capisci quando diventi grande cosa voglia dire la parola “servizi sociali”.
Ma Marco C. era il classico esempio di ragazzino che oggi avrebbero definito “difficile”, allora non lo definivano, semplicemente c’era e chissà come a parte la scuola elementare, in qualsiasi attività extrascolastica come i centri estivi io me lo beccavo sempre in gruppo assieme. E succedeva qualcosa, ogni volta, ogni anno. Infondo per guadagnarsi il titolo di “nemesi” uno di strada ne deve fare.

Alla scuola materna ci fu il primo nostro incontro. Passavamo i momenti di gioco libero a cercare di fare come quei due di Holly e Benji che facevano il tiro incrociato colpendo assieme il pallone. Già lì si manifestò la mia indole da infaticabile gregario: ovviamente il personaggio fico lo faceva lui, io facevo lo sfigus che nel cartone animato si faceva un culo a capanna e poi non solo non si prendeva un cazzo di merito ma pure andava a complimentarsi con Holly. Fottuto Oliver Hutton.

La dedizione con cui facevamo questi tiri incrociati fece sì che un giorno il pallone rotolasse vicino al muretto. Ovviamente io da buon gregario mi prodigai per andare a recuperarlo e lì, cazzo in quell’istante si verificò la chiave di volta di tutto. Marco C spunta da dietro mentre sono chino a prendere il pallone e prima che possiate pensare qualsiasi delle peggio cose vi dico subito che mi ha semplicemente spinto facendomi sbattere una craniata contro il muro di proporzioni epiche. Vi chiederete “Perchè?”, “Per qual motivo?” “Come mai?”. Ma cazzo me ne frega mi sanguinava la testa come una fontana, vi pare che mi stessi a fare sti pipponi? E giù acqua fredda in testa e bende e maestre prese malissimo mentre in lontananza sentivo Marco C. cazziato. Ma lui che gliene fregava, un cazzo, se la rideva sotto i baffi.

Marco C. mi raccontava che se spedivi il pallone sulla terrazza del custode in realtà lì ci abitava il Diavolo in persona che ti riduceva l’anima a brandelli. Mi convinceva che fosse fichissimo lanciare i nostri giocattoli della serie “Master” sopra l’albero in cortile (presente He Man, Skeletor e compagnia? Quelli, io avevo quello sfigato con un occhio solo). Una volta il suo skeletor rimase impigliato, nemmeno il tempo di dire “beh” che Marco C. era già arrampicato sull’albero a tre metri da terra con le maestre urlanti e accorrenti. Ma a lui che cazzo gliene poteva fregare. Se la rideva e neanche troppo sotto i baffi.

Sempre all’asilo un giorno mi disse di fargli da palo, perchè doveva fare una cosa. Io, lo giuro non so, non mi chiedete, ma proprio non so perchè finiva sempre che ci stavamo appresso in un modo o nell’altro. Era proprio l’anti-me. E allora gli faccio da palo e questo, cinque anni cagati in croce, prende questa bimba come lui e gli dice “ora facciamo una cosa come nei film” e la bacia sulla bocca.
Cazzo Marco C. io a cinque anni ti vedo pomiciare e se penso a quanto ci ho messo io poi per farlo mi viene in mente di gettare tutto alle ortiche e girare un documentario sui lombrichi.

Adoravamo i vermi, passavamo il pomeriggio a cercarli e a farli vedere alle bambine. Non gli ho mai chiesto perchè mi abbia schiantato la testa contro il muro.

Un giorno, all’estate ragazzi, eravamo lasciati allo stato brado quell’anno, dico un giorno che già facevo le elementari mi convinse ad andare a fare una sorta di spedizione-vietnam nel rio san giovanni lì vicino. Camminavamo con l’acqua che ci arrivava a metà petto andando a caccia di girini e Marco C. bestemmiava come uno scaricatore di porto e lì ho imparato le prime parolacce della mia vita. Che robe quell’anno, sembravamo nel film “Il signore delle mosche”. E proprio come in un cazzo di film horror Marco C. un pomeriggio arriva e mi dice.

Lui: “Ei tu”
Io: “sì dimmi”
Lui: “sei a casa stasera?”
Io: “Sì”
Lui: “Stasera vengo a casa tua con un coltello lungo così” (mima la lunghezza) “e UCCIDO tua madre”.

Madonna santa Marco C. che cose brutte. Passai la notte senza chiudere occhio convinto che potesse arrivare. Era folle ma era credibile come cosa, ti guardava con la naturalezza di chi coglie le margherite e un sorriso obliquo di chi sta dicendoti una cosa e pensandone cento di peggiori.

Un giorno si presenta completamente rasato a zero, con delle inquietanti chiazze crostose sulla cute. Lui ci dice che è malato e gli mancano pochi giorni di vita. In realtà l’animatore, vista la presa male già serpeggiante, si appresta a chiarire che Marco C. s’è preso i pidocchi e per non saper nè leggere nè scrivere hanno optato per la soluzione “bombardiamo tutto”. Sempre robe radicali nella sua vita, almeno in quella che conosco io.
Quell’anno lì, all’estate ragazzi, mi convinse che potevo essere posseduto da Satana in persona. Mi raccontò tante di quelle storie orrende di possessioni diaboliche che ora che ci penso inizio a sospettare fosse il co-sceneggiatore de l’ “Esorcista”. Marco C. si guardava tutti i peggio film horror che io non potevo vedere e me li raccontava e io mi cagavo addosso di brutto, cazzo.
Ma aveva quel fascino morboso del proibito e ci cascavo sempre.

Così ho passato un’estate convinto che dal termosifone vicino al mio letto potesse uscire satana per fottermi l’anima. Cazzo che brutto colpo basso.

Poi puntualmente l’estate finiva, si tornava a scuola e io per mesi mi dimenticavo di Marco C. la mia nemesi, quello che sembrava punirmi in un solo mese di estate ragazzi per tutte le cose fatte in un anno.
Iniziavano a dire che si sarebbe dovuto trasferire ma fece ancora in tempo a regalare altre perle, perle che in un modo o nell’altro riguardavano il sottoscritto più o meno indirettamente.
E’ che se ci penso era geniale nel suo piccolo.

Anche quando gli dissero “Marco C. ma a te piace qualcuno?” e Marco C. disse “sì” e allora gli chiesero “e come fai a farglielo capire?”. Al che Marco C. prese, si diresse verso la squinza in questione e senza dire una parola, con sempre quel suo cazzo di sorriso stampato sulla fronte, le si pianta davanti e si abbassa pantaloni, mutande e tutto.
Chiaro, diretto e sincero. In culo a Glen Grant, dovevano prendere te come testimonial.

E questi sono i miei ricordi di Marco C. la mia nemesi.
Perchè poi il giorno in cui le voci si sono materializzate è arrivato, appena finita la seconda media. E fu così che Marco C. si trasferì non si sa bene dove e non si sa bene come dove quando. Il perchè lo posso invece immaginare.

Però ogni tanto ci penso e mi torna in mente, perchè infondo era un pò il personaggio della Volpe in Pinocchio, perchè infondo non gli ho mai portato nè gli porto del rancore, nemmeno per avermi schiantato la testa contro un muretto senza motivo.
Che di botte in testa ne ho prese tante ma le botte che mi ha tirato Marco C. me le ricordo tutte, come quella che presi mentre giocavo con una trottola da piccolo.
“Guarda la trottola Marco guardala!”
Si cazzo l’ho guardata mi sono flesciato e mi sono rovinato contro lo spigolo di una cassetta per la legna.

Deve esser una predisposizione, la mia, per le botte in testa, anche quelle in senso lato. Ma anche in senso boh esteso, ma non mi fate fare la matematica a quest’ora che scrivo perchè non ho sonno ma in realtà ora mi è venuto ma dovevo finire questa storia su Marco C.

Insomma in buona sostanza tutti quanti noi abbiamo la nostra nemesi, prima o poi la incontriamo, prima o poi la cambiamo.

Io la mia nemesi l’ho conosciuta: si chiama Marco C.