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Etichette

Etichette

Sono infami delle volte, spuntano quando meno te lo aspetti ma sai che ci sono e ci saranno sempre.
Esistono da quando l’uomo ha iniziato a tracciare i primi segni sulla roccia spacciandoli per comunicazione e sto proprio parlando, appunto, delle etichette. Presente? Ce ne sono di vario genere, varie tipologie e tutti sembrano non poterne fare a meno.

C’è chi sviluppa un’avversione congenita, tipo conosco molte persone che se vedono un’etichetta di un vestito fuori dalla sua sede, magari spuntare dalla linea del sedere dei pantaloni o dal bordo di una maglia, sarebbero in grado di tenere in ostaggio un intero ufficio postale previo l’occultamento del fottutissimo talloncino. Insomma fare mezzogiorno di fuoco per un’asola delle palle che ti inquadra quello che indossi. Addirittura anni fa ebbi modo di conoscere una bambina che se beccava l’ombra di un codice a barre sul piatto di carta in cui si apprestava a mangiare, se lo faceva cambiare e non poteva stare seduta su sedie con talloncini, tagliandini e cazzi e palazzi simili.

Io le ho sempre odiate,le etichette, di tutti i tipi, mi han sempre dato fastidio. Mi ricordo che da piccolo Michelina mi piazzava sul tavolo, allora vedevo il pavimento ad una tale distanza che mi sembrava di essere in cima al mondo su quel tavolo, ogni mattina. Mia nonna mi piazzava camicie e pulloverini come piovesse, tutte quelle camicie e pulloverini devono avermi fatto pagare un dazio che motivano la mia attuale avversione verso questi ultimi. Fatto sta che io avevo paura di alcune cose, in questo rituale mattutino. Nell’ordine erano:

le vertigini della mia altezza da terra (a 2-3 anni anche un metro cagato diventa l’empire state building)

il momento in cui dovevo chiudere gli occhi per infilare il pullover (claustrofobia soffochereccia, pensavo non sarei mai uscito vivo da quell’operazione)

la spiacevole sensazione dell’etichetta del vestito e della canottiera lì, in mezzo alle spalle, quella sensazione che a volte ti pungeva a volte semplicemente ti faceva prurito ma tu, cazzo sapevi che c’era maledizione

Caterina prese così a tagliarmi ogni etichetta dei vestiti, avevo maglie che non avevano più taglia, informazioni, marca interna, infine un’identità. Ma non me ne fregava un cazzo, io le etichette proprio non le sopportavo e non le sopporto anche oggi nella senilità dei trenta. Che per dirla tutta dei tre punti che mi intimorivano la mattina sono rimasti quasi tutti. Ok non salgo più sul tavolo per vestirmi ma soffro di vertigini e per quel che riguarda il soffocamento ci ho lavorato su, diciamo così.

Alla fine poi delle etichette mi sono quasi dimenticato, la meccanicità con cui le eliminavo dai vestiti era diventata una pratica consumata solo poi per quei capi particolari che davano un oggettivo e reale fastidio. In molti casi ho imparato a tollerarle senza darci peso, salvo eliminarle con chirurgica spietatezza alla prima avvisaglia di fastidio. Anche perchè poi mi sono trovato ad applicare questa cosa ad altri ambiti, in cui le etichette te le trovi punzonate addosso e non c’è paia di forbici in grado di eliminarle. E sto parlando delle cazzo di etichette che ti propongono nel mondo come prodotto inscatolato, fruibile, masticabile e spendibile.

Quelle se possibile le odio ancora di più. Perchè alla fine prudono di un fastidio che nel mio caso sfocia nel rifiuto totale e completo, perchè nel rendersi conto che attorno un mondo viaggia lungo i binari sicuri dello stereotipo, del “caso-tipo” del “io so chi sei” del “io ti ho inquadrato/a”, si finisce per guardare la scatola senza aspettarsi del contenuto, perchè il contenuto finiscono per metterlo leggendo le etichette che ci sono fuori.

E allora ecco che la risposta normale e più ovvia è quella del far parte di tanti piccoli club, tanti piccoli gruppetti di vita/pensiero/stile/credo, in una distorta parabola sociologica da 1984 orwelliano, in cui il singolo acquisisce significato solo nella massa, in cui l’ipocrisia sociale sotto la quale si viene sottoposti ogni giorno diventa un dato di fatto ineluttabile e accettato: se sei dei nostri sei in, se no non meriti considerazione, sei invisibile, patetico, sfigato. Forse pericoloso. Un pò.
A me piace pensarlo.

Dico quando ho iniziato ad imbattermi in persone che ti volevano incasellare a forza io mi sono sempre chiuso a riccio. Quando andavo al liceo, un giorno della settimana in cui facevo quarta, se non ricordo male, mi trovavo ad uscire al pomeriggio tardi da scuola. Nella desolata stazione di Torino Dora, prima che facessero tutti quei megaparcheggi sfrattando le pantegane, mi imbattevo sempre in questo ragazzo che veniva anche lui nella mia scuola, anche lui del mio paese. Aveva nel portafoglio una foto di Mussolini e mi diceva di essere Fascista.
Ogni volta mi chiedeva se io fossi Comunista o Fascista. Io non rispondevo. Allora lui decideva sempre che ero sicuramente comunista. Mi raccontava come lui, con altri, fosse fiero dell’esempio di quell’uomo di cui si teneva la foto nel portafoglio. A me faceva ridere perchè le mie compagne di classe si tenevano le foto cazzo ne so di Jim Morrison e lui si teneva Mussolini. Diceva di esser fascista e poi disprezzava le regole e l’esercito e si fumava le canne pur avendocela a morte coi drogati. Io ricordo solo che lo osservavo senza pensare molte cose, semplicemente prendevo un paio di forbici immaginarie e mi tagliavo via l’etichetta cucitami addosso.

Una volta andai a Palazzo Nuovo dove c’era una mega “festa-concerto-delirio-facciamo-casino-siamo-giovani-e-arrabbiati-e-mio-papà-ha-fatto-il-68-e-quindi-anche-io-lo-voglio-fare” organizzata da svariati individui dei centri sociali torinesi. Insomma io mi stavo gustando il concert quando ad un certo punto mi vola davanti a 3 centimetri una bottiglia di birra. Mi giro contrariato con la faccia tipo “ma che cazzo siete idioti?” e mi viene da dire una cosa tipo “ma che cazzo, siete idioti?”. E lì allora uno sbarbato con la barba che pareva na pannocchia di granoturco coi fili fini-fini-fini mi dice “non venire a fare il fascista qui”. Ecco, da comunista a fascista nell’arco di pochi mesi. A volte riesco quasi a capire i parlamentari che fanno del salto della quaglia uno sport nazionale.

Le etichette te le appiccicano o la gente se le appiccica addosso, quasi ad avere un trend rassicurante, come se marchiarsi a fuoco con una nomea possa dare l’effetto di un certificato di garanzia. Ma chissenefrega delle garanzie. Quando sono andato a comprare il computer mi dissero “vuole l’estensione della garanzia?” e io “se è gratis si” e lui “no sarebbero 100 euro” e io “sono aposto così”.
Ecco io sono aposto così.

Cioè cammino per Torino e mi trovo una volta sbattuti sul marciapiede svariati ciofani della Torino squatter che mi chiedono la colletta per comprarsi la birra. Li guardo da cima a piedi e noto scarpe di marca da almeno 100 euro, felponi di quelli che usano anche i fighetti che “loro” detestano (assurdo parlare di “loro” in questi termini) semplicemente strappati ad hoc e sopratutto cane di razza da mille e passa euro al guinzaglio. Sì lo so sono un cazzo di scanner col prezziario io.
Gli ho detto solo “ma fai lo squatter coi soldi di papà? fattela comprare da lui la birra”. Tempo manco dieci metri e mi fermano quelli delle penne “hai problemi se ti dico che mi drogavo?” “come reagisci se ti dico che sono ragazza madre?”. Ma a me non me ne fotte una beneamata minchia di cosa volete appiccicarvi addosso, semplicemente, io non gioco a queste regole.
Io sto proprio fuori, in panchina, a guardarvi.

Poi ci sono quelli che si fanno scudo di presunte cause umanitario/sociali/ecologiste perchè da un lato fa figo, dall’altro lato scopri il mondo condiviso di chi “la pensa proprio come te” e “abbiamo gli stessi valori oddio chebbello!”. Quindi innalzano l’ennesima bandiera di estremismo sociale da quattro soldi, facendo diventare cose magari importanti e apprezzabili una sorta di feticcio da esibire, con cui marchiarsi per affermarsi sugli altri. Ecco. Ci abituiamo a definirci solo per affermazione e ci dimentichiamo che anche i vuoti raccontano qualcosa.

Ultimamente ho avuto a che fare con animalisti convinti, di quelli che ti salvano anche l’uovo della gallina appena cagato dal culo. Però poi magari se si trovano il vicino di casa in difficoltà non fanno un cazzo, seguono il leitmotif del “gli animali sono meglio degli uomini” e si sentono magari superiori.
Una volta a uno di questi ho raccontato di come i miei nonni allevassero conigli e galline per poi ovviamente mangiarseli. La cosa più antica come costume nel nostro paese. Mi son sentito rispondere che i miei nonni erano persone orribili e senza cuore, che non si capacitavano come io potessi provare comprensione per quel che facevano.
Il fatto è che io non ho mai visto tanto rispetto per un animale come quello che avevano i miei poveri nonni. Magari sì io non riuscirei mai a far certe cose, perchè l’idea mi mette i brividi. Ma a me hanno insegnato che gli animali sono animali, che gli uomini sono uomini e entrambi meritano rispetto nelle loro sfere.

Ma la gente etichetta, cataloga. Così Otello è diventato per molti una sorta di folle macellaio. Così se non sei Vegano sei una merda senz’anima, perchè se lo sei diventi pervaso da un’aura mistica tipo “club dei tagliapietre”. Che io voglio dire è una bella cosa secondo me il principio. Ma nessun uomo è migliore di un altro per ciò che sceglie di mangiare nella sua vita (cannibalismo a parte!). Perchè ho sentito gente farmi discorsoni sull’importanza dei cruelty free (su cui concordo) dell’importanza del sole della luna dei cazzi e palazzi… e poi accendersi una sigaretta marchiata philip morris. “Ma come tutti sti discorsi e fumi?” “Eh ma sai ognuno di noi ha le sue debolezze”.

Etichette ad uso e consumo, le tiriamo fuori per rassicurarci, per sentirci migliori e affermarci, però poi in culo alla coerenza, tanto qualcuno che ci salva in corner ci sarà sempre. Etichette perchè ti suggeriscono le dosi di lavaggio, cottura, perchè ti misurano la taglia perfetta che lascia comunque spazio all’ipocrisia becera che le governa.

Rido sempre quando mi dicono “il mio migliore amico”. Mi sembra che tutti abbiano un migliore amico, un “migliore” qualcosa. Che poi ci ho fatto caso, cambia sempre. Conosco persone che hanno almeno 20 migliori amici, stando a quel che dicono ogni volta cambiando la versione. Ma migliore di cosa? Mi domando. Migliore rispetto a cosa? Rispetto al fatto che ciò che giudichi migliore in quel momento, in quel contesto, poi puntualmente quando avrai bisogno, veramente, al 90% NON sarà la persona che sarà lì in quel momento con te?

Io mi domando solo, perchè ci si vuole a tutti i costi inquadrare alimentando questa pantomima dell’assurdo? Perchè c’è questo diffuso bisogno di applicare “istruzioni per l’uso” a tutto quello che ci circonda, senza pensare semplicemente a viverselo, a scoprirlo piano piano.
Che poi io tutto sto pippone sulle etichette neanche volevo farlo, però io certe cose le vomito scrivendo. Tranquilli, non mi è ancora mai capitato di scriverlo vomitando.

Ecco però io se c’è una cosa di cui ringrazio Caterina è questa, che quando ero piccolo mi tagliava via le etichette che davano fastidio. Perchè poi ho imparato a farlo da me.