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Volpiano TORINO
Disprezzo

Disprezzo

Lui e lei. Lì, in quella casa teatro e crocevia di mille aneddoti. Come sempre, quando vai a convivere.
Lui e lei. Fermi a guardarsi, ad osservarsi cercando qualcosa l’uno nell’altro.
Nel suo sguardo il disprezzo.

Lei si aggrappa al tavolo della sala come a cercare di tenere fermo il mondo. Il suo mondo. Gli occhi gonfi di lacrime consumate, poi ancora lasciate correre, poi ancora una volta trattenute in un deserto di pupille venate di rosso.
E lui fermo, la guarda, un’unica espressione: il disprezzo.

Lei riprende fiato, ancora una volta, come fosse l’ultima.
“Perchè Luca, perchè? Cazzo perchè questo, a me? Rispondimi bastardo, rispondimi, me la merito una fottuta risposta almeno, almeno ecco una spiegazione io la devo avere capisci? Lo capisci questo vero? Come posso vivere ora, dopo questo, cosa hai combinato Luca? Cosa ti è passato per la testa Luca? Perchè hai rovinato tutto? Perchè, dimmelo perchè. Stavamo così bene insieme, andava tutto.. tutto come avremmo sempre sperato, tutto come avevamo deciso, tutto come ci eravamo confidati. Per quale cazzo di motivo hai buttato tutto nel cesso?”

Le vibrano le mani mentre si ancora al tavolo, mentre la voce esce a singhiozzi davanti a lui, davanti a Luca. L’uomo della sua vita, l’uomo che aveva fatto entrare nel suo cuore pieno di dubbi e di paure rendendolo custode, guardiano.
Con lo sguardo si cerca attorno un’immagine che possa essere vestita al meglio, in quel momento. Un oggetto, una fotografia, un odore. Lo cerca mentre gli parla a cuore aperto, parla a lui.
E Lui.
E lui la guarda, senza batter ciglio, senza far alcun gesto che possa darle un appiglio. Lui è una parete liscia e priva di vie di scalata.
Il disprezzo.

Lei deglutisce, inghiotte saliva, si torce le mani ora, guardandosele come a raccogliere l’energia per l’ennesimo assalto.
“Bastardo non mi dici nulla? Non parli? Allora parlo io, ancora una volta.” si alza come ad abbandonare per sempre qualcosa lasciato lì, davanti a sè, sul tavolo.

“Tu e quella puttana di Alice. Cosa cazzo credevi che fossi stupida? Cosa credevi di vivere con una mentecatta che non si rende conto delle cose? E prima i messaggi a darvi gli appuntamenti, poi siamo passati ai giri romantici per fare shopping. Cazzo Luca vi ho visto. Cazzo Luca vi hanno visto anche i nostri amici. Come avrei dovuto sentirmi? Come cazzo pensi che mi senta ora? E lei? Lei che conosco da quando facevamo entrambi l’università. Ti ricordi? Cazzo Luca. Lei ci ha presentati, Lei ci ha fatto conoscere. Ti sei andato a scopare Alice”

Prende una delle fotografie sulle mensole e la getta a pochi centimetri da lui. Cade in mezzo a frammenti di altri oggetti, altri bicchieri che giacciono ai suoi piedi come un sinistro cimitero di elefanti. Carcasse di una vita spesa assieme e minuziosamente cancellata con chirurgica precisione.
Non una reazione da parte sua.
La guarda, con quello sguardo: il disprezzo.

Lei si tira su una ciocca di capelli, incrocia i suoi occhi.
“Alice dovevi scoparti. Anzi no. Te la sei portata in giro alla luce del sole, a farmi fare la figura della cornuta come si deve. Quante cazzo di volte te la sei portata a casa? Quante volte avete deturpato il letto in cui tu tutte le sere mi sussurravi le tue frasine del cazzo? Brutto pezzo di merda non dovevi, non doveva finire così, non dovevi….”

Le sale la nausea, parte dal centro del petto e le arriva fino in gola. Si porta una mano alla bocca. Sente di dover vomitare. Ma non ci riesce. Le rimane la sensazione, le rimane il conato. Rimane lì, in quella sala oramai devastata dalla furia di una donna tradita, tradita dall’uomo che credeva di conoscere e invece no. L’aveva seguito nell’ultima settimana, l’aveva visto con Alice a braccetto in centro, entrare in negozi, gioiellerie, pranzi assieme. Incontri di cui lui non aveva parlato.

Tornava a casa con un semplice “Ciao tesoro, che giornataccia oggi in ufficio”.

E’ un’eco distante quella del campanello, quella della sua stessa voce che urla “Andate a farvi fottere”. E’ distante il rumore di grida che intimano di aprire. E’ distante anche il momento in cui sfondano la porta ed entrano.

Lei si aggrappa al tavolo. Come unico punto fermo della corrente che sta stravolgendo la sua vita. Sente una voce dietro di sè, la voce di lei, la voce della puttana che le ha portato via Luca, sente attorno persone altre persone.

“Oh mio dio… oh mio dio” dice Alice
“Ferma mani lì sul tavolo non ti muovere, buona…” dice un agente, con la voce rotta dalla tensione

“Ilaria… Ilaria ma che hai fatto, che hai fatto che hai fatto…” dice Alice, sentendo una fitta allo stomaco
“Signorina si allontani, grazie per averci indicato la casa, ora via se ne vada” dice un altro agente.

“Luca voleva sposarti, Ilaria… siamo andati a comprare l’anello di fidanzamento, Ilaria che hai fatto…Ilaria.”

Ma Ilaria non sente più. Aggrappata a quel tavolo, in mezzo al cimitero di elefanti della sua vita. Davanti all’uomo della sua vita: Luca. Seduto davanti a lei, con un coltello piantato nel cuore e sul volto un’unica espressione, l’ultima: disprezzo.