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Volpiano TORINO
L’Ospite

L’Ospite

L’aveva visto la prima volta in televisione. Ecco dove l’aveva visto.
Sì era sicuramente uno di quelli sbarcati con l’ultima zattera proveniente da quella striscia di Mediterraneo oramai diventata un’autostrada per disperati. Magliette “Italia”, sguardi bruciati dal sole e dalla salsedine. Mani nodose protese verso la promessa di un sogno.

Era uno di quelli. Uno di loro. Avevano fatto un lungo servizio al telegiornale pochi giorni prima: c’erano stati dei morti, c’erano stati dei dispersi e c’era anche lui. Quel ragazzo nero che stazionava davanti alla Chiesa. Alla sua Chiesa. Due cartoni messi in croce per essere chiamati “casa”, il fisico longilineo di chi viene dall’Africa, quella profonda e lontana. A dondolarsi ad ogni folata del vento proveniente dal mare.

“Chissà da dove arriva” Si sorprese a chiedersi Don Francesco, vescovo della sua città in cui da qualche anno aveva fatto ritorno prefigurandosi una visione figurata della parabola del Figliol Prodigo. Lui prodigo non lo era di certo stato. Lui aveva semplicemente seguito una via, una strada, una vocazione. Gli avevano detto “sei predestinato”. E si era con gli anni convinto fosse davvero così. Prima tiepidamente e poi in maniera sempre più convinta. Si era sempre dimostrato abile nello studio, nella perorazione della somma Causa, nello sviscerarne i principi etico morali. Per questo era arrivato dove era arrivato e, ovviamente, perchè qualcuno per lui lassù così aveva voluto.

Aveva toccato mille mani negli ultimi anni, consegnato direttamente pagnotte di pane ancora fumanti ad occhi affamati di speranza prima che di cibo, ma non aveva mai ben tollerato che quelli, insomma, loro, venissero fin sotto la soglia della sua casa. Della casa del Signore. Non era decoroso. Qualcuno avrebbe iniziato a mormorare, qualcuno avrebbe potuto prendere esempio. Si decise che doveva fare qualcosa con quel profugo lì davanti.

Il giorno seguente Don Francesco era fuori, in abiti semplici e il discreto collarino clericale. Si avvicinò all’africano con fare cordiale pensando a come avrebbe potuto rivolgersi meglio… provò col francese “Bonjour…”
“Buongiorno Francesco”
Fu la risposta del nero. Fu la risposta che lo lasciò interdetto, quasi di sasso.
“Tu.. Tu parli italiano?” chiese il prelato
“Certamente, Francesco. Mi domandavo quanto tempo ci avresti messo a venire qui, a venirmi a trovare”.
Il Vescovo sentì vibrare qualcosa nello stomaco. I conti non tornavano. Aveva davanti un africano, scampato ad un mezzo naufragio come molti disperati pochi giorni prima e gli parlava con l’amichevole pacatezza di un amico di vecchia data.
“Figliolo di certo saprai chi sono, ecco…” non sapeva come proseguire e decise di tenersi strozzate in gola le mille domande che aveva dentro “…ecco volevo chiederti se potevo fare qualcosa per te, aiutarti a cercare una sistemazione insomma”.

L’africano sorrise mostrando denti ingialliti dal tempo, tuttavia gli conferivano un aspetto amichevole e accogliente, quel sorriso sembrava abbracciarlo mentre scuotendo la testa seduto appoggiato ad un albero disse “No Francesco, non hai capito molto bene”
Respirò come a cercare di ricordare una storia
“Vedi sono venuto qui perchè ho deciso di ritornare e la tua casa è solo la prima che ho avuto modo di incontrare in questo paese. Sono venuto a farti visita.”

Ora il prete si sentiva veramente a disagio, avvertiva un freddo formicolìo lungo la schiena e iniziò a guardarsi attorno in cerca di qualcuno. Qualsiasi cosa che potesse dargli modo di evidenziare come quello non fosse altro che uno scherzo. Avrebbe montato su una questione, certe cose non si fanno, non ci si prende gioco di un’istituzione come quella della Chiesa così, sbeffeggiando con un attore addirittura la carità di un Vescovo!

Deglutì mentre osservava l’africano alzarsi. Aveva piedi scalzi e con spessi duroni. La muscolatura affaticata e piegata dagli anni, nonostante apparisse giovane. Lui era immobile mentre quelle mani nere e consumate prendevano una delle sue.

“Francesco sono tornato. Sono il Figlio di Dio”
Lo disse con calma, senza niente di solenne. Lo disse come si annuncia ad un amico una notizia fra le tante. Lo disse guardandolo negli occhi e lì per un istante Francesco si dimenticò di essere prete, vescovo, una personalità importante nella vita politica e sociale della città. Da quanto tempo non poteva dire di aver avuto un’esperienza mistica? Non avrebbe saputo dirlo. Forse anni. Forse. Forse da quella volta in cui quel missionario brasiliano gli fece provare dei “fumenti per la meditazione” come li chiamava… si svegliò solo con un brutto mal di testa il giorno dopo.
Era diverso qui ora era diverso.

Il Vescovo si limitò a guardare quel nero che tutto sembrava meno il Figlio di Dio. Non biondo o castano, non magro e vigoroso, non con la barba. No. Un profugo gettato lì ad uno degli alberi attorno la Chiesa, come un rifiuto dimenticato dal tempo.
Si ritrasse. Era turbato.

Lui sorrideva e dopo quelle parole non aveva detto più nulla. Il prete fece dei passi indietro, si guardò attorno per controllare che nessuno avesse visto cos’era accaduto. Già cos’era accaduto? Nemmeno lui avrebbe saputo descriverlo.
“Ragazzo è bene che tu da qui levi le tende, c’è un centro laggiù” disse indicando a caso per le strade, oramai in pieno panico “vai da loro sapranno trovarti un tetto e un pasto e…”

Il nero seguitava a sorridere, come potrebbe sorridere un papà vedendo il proprio figlio fare i primi goffi tentativi di camminata.

Don Francesco se ne andò, rinchiuso nella sua Chiesa, trovandosi davanti all’altare più per abitudine che per sua reale necessità o convinzione.
Non poteva tenere tutto questo per se stesso.
Chiamò a Roma, chiamò in Vaticano. Aveva un amico, un Cardinale, quello che in molti momenti bui della sua fede era stato una guida, una certezza. Da lui aveva sempre trovato tutte le risposte di cui aveva avuto bisogno.

“Pronto Luigi?”

“Francesco, che piacere, da quanto tempo.. sei sempre alle prese con quella brutta situazione lì. Senti immagino già che mi starai chiamando per la solita faccenda che noi qui a Roma siamo passivi e insensibili al problema dei barconi e di quei disperati ma cerca di capire che qui…”

“Luigi no, Luigi non è per questo questa volta”

“Ah no? non è per questo?” il tono si fece improvvisamente più rilassato

“No.. per la miseria se te lo dico non mi crederai. Lo sai come sono fatto vero?”

“Beh Francesco, dopo tutti questi anni posso dire di conoscere piuttosto bene la tua anima, ma dimmi, ti sento turbato”

“Lo sono Luigi, credimi. Santo Cielo. Che Dio mi aiuti. Te lo dirò d’un fiato: sotto la Chiesa, la mia chiesa, c’è un profugo che afferma di essere LUI”

“Hmmm ah hannn… LUI. Capisco. Francesco. LUI chi? Un vip burlone?”

“Il Figlio di Dio”.

Silenzio. Dall’altro capo della cornetta. Un lungo silenzio interrotto da sirene che in lontananza squarciavano il cielo romano.

“Ci conosciamo da molto tempo Francesco, per cui te lo chiederò una volta sola. Hai fatto bene a chiamarmi, hai fatto benissimo. Ma ora tu devi rispondere a questa domanda, anche se immagino la risposta, sei un uomo intelligente e non mi avresti mai disturbato per una fesseria. Cos’ha fatto questo profugo? Per convincerti e spaventarti in questo modo qualcosa deve aver fatto, perchè dalle tue parole sento che il seme del dubbio ha già attecchito.”

“Luigi ma nulla mi ha toccato una mano, è stato stranissimo. Dio mi punisca ma è lui. Ti dico che potrebbe essere lui, davvero… Luigi ho toccato mille mani nella mia vita, ho sentito altrettanti pazzi dipingersi santi o profeti. Ma lui… dovresti venire a vederlo… dovresti dirlo al Santo Padre, che venga anche lui a vederlo! Luigi!”

Il Vescovo era completamente fuori controllo, aveva dato finalmente libero sfogo a quella convinzione che nell’esatto istante in cui aveva toccato la mano del ragazzo nero si era piantata nella sua testa: che tutto fosse vero.

Il Cardinale rimase calmo. Cercò di rimanere calmo tradendo un nervosismo latente che però non fu colto da Don Francesco.

“Francesco” disse “Francesco ora devi calmarti e non devi preoccuparti, quell’uomo è un impostore, ce ne sono tanti recentemente. Spuntano come funghi, tutti con il pretesto di minare la nostra fede, colpendola a partire dalle colonne portanti. Ci domandiamo se questi possano essere davvero i Figli di Dio. Suvvia Francesco. Un Gesù moderno che viene dal mare su un putrido barcone. Ti sembra verosimile? Mi appello alla tua intelligenza di uomo e di prete affinchè questa notizia rimanga uno spiacevole tranello in cui un abile mestierante evidentemente ti ha tratto. Ci vogliono indebolire, vogliono far credere che il lavoro del Santo Padre sia in qualche modo delegittimabile. E’ assurdo non trovi?”

“Io… non so…” era il soffio del Vescovo

“Non preoccuparti, avviserò gli uffici competenti, vai a dormire, se ci saranno da fare delle indagini verranno fatte.”

Si congedarono e conclusero la telefonata. Don Francesco raggiunse il suo letto e non fece parola con nessuno, servitù, collaboratori, anche amici stretti. Si impegnò a rispettare quella parola data ma prima di raggiungere il letto diede ancora un’occhiata a quell’albero. Sotto cui dormiva il profugo.

Il giorno dopo al risveglio il Vescovo stava decisamente meglio, tutta quella faccenda gli sembrava un’assurda stupidaggine montata su ad arte nella sua testa troppo stanca e stressata dagli impegni degli ultimi tempi. Non controllò nemmeno la presenza o meno del suo “ospite” sotto l’albero. Scese immediatamente a fare colazione dove Rita, la domestica, aveva già preparato caffelatte e crostini di marmellata. Tutti i pezzi stavano tornando al loro posto. Una copia dei giornali nazionali, una copia del giornale locale e… una telefonata.
Una telefonata? Possibile di già? E per giunta sul suo cellulare. Poche persone avevano quel numero.

La questura. Immaginò subito delle grane, dei problemi con l’immigrazione. Si era battuto parecchio ultimamente e ovviamente la legge aveva preso ad indicarlo come punto di riferimento nel bene e nel male per qualsivoglia azione dei disgraziati che arrivavano a folate con i barconi.

“Pronto?”

“Sua Eminenza? Pronto sono il maresciallo Cutropi”

“Ahh maresciallo, cosa posso fare per lei?” Il maresciallo Cutropi era un brav’uomo, tutto lavoro e famiglia, il tipico uomo del sud che se fosse cascato dalla parte sbagliata avrebbe potuto diventare uno dei pilastri della malavita organizzata. Fortunatamente per tutti il buon Dio l’aveva portato su altre strade.

“Mi spiace disturbarla così di primo mattino ma dovrebbe ecco, dovrebbe sapermi dire quel che sa su una situazione, vede abbiamo un morto e…”

“Maresciallo non vedo come possa aiutarla nei suoi casi di..” prima che potesse finire dall’altra parte sentì

“Sua Eminenza. Questo ragazzo stazionava davanti alla sua Chiesa”

Silenzio. La bocca si fece impastata. Secca. Uscì una voce quasi innaturale a chiedere informazioni al militare

“Ma… ma come?”

“Guardi l’ha trovato un pescatore, a pochi metri dal molo. Questo poveraccio è stato legato a due tronchi messi a mò di croce e poi gettato con un macigno sul fondo del porto. Sembra un qualche messaggio della malavita, non le chiedo di venire qui a vedere il corpo, non è un bello spettacolo, ma le chiederei di passare in questura per qualche domanda, sa…”

La voce del prete si fece lontana mentre diceva al Maresciallo “sì..certamente”, non si ricordò il “click” della fine della telefonata, non si ricordò nemmeno il tragitto dalla Chiesa all’obitorio in cui avevano portato il poveraccio.
Voleva vederlo.
E così era morto.
Il Figlio di Dio.

Si disse che erano pensieri stupidi. Ancora con questa storia. Sicuramente un poveraccio che sapeva troppe cose e troppo bene l’italiano per essere un novello di queste parti. Sicuramente era in qualche brutto giro e anzi aveva cercato di coinvolgerlo con quell’approccio a sorpresa. Era certamente così. Vedette il corpo. Non era un bello spettacolo.

La cosa finì sui giornali e lui, Don Francesco, il Vescovo dei Profughi, si prodigò affinchè quel corpo potesse avere un nome prima, una storia poi e infine una degna sepoltura, qualunque fosse il credo del povero ragazzo.
Passarono tre giorni e la foto già girava sui giornali, al pomeriggio Don Francesco ricevette una telefonata. Rita la domestica disse che era da Roma.

“Luigi!”

“Francesco! Ti sento bene finalmente. Hai visto che la situazione si è risolta?”

“A cosa ti riferisci?” disse il prete sospettoso

“Mah dai suvvia al tuo piccolo problema di ospite sgradito. Avere il Figlio di Dio che ti piantona la Chiesa non deve essere una grande sensazione ahahah ho letto i giornali”

al Vescovo non era per nulla piaciuto quel tono, Luigi nascondeva qualcosa e non era la prima volta che questo capitava. Solitamente in passato si era trattato di faccende strettamente legate al suo servizio lì a Roma. “Ci sono cose che devono rimanere nei cassetti” diceva.

“Sì.. il poveretto è morto, stiamo cercando di capire chi fosse.”

“Non perdete troppo tempo. Sulla terra siamo in miliardi, a volte un ago si perde nel pagliaio. Volevo sapere come stavi, tranquillo.”

“Bene…ti ringrazio Luigi”. Non era per nulla convinto.

Alla sera squillò il cellulare, il Vescovo era nel suo studio e stava studiando alcune carte, attendeva delle visite di cortesia, di quelle a cui non puoi dire di no. I vari “caffè” con personaggi in vista della comunità, possibili pozzi di soldi per opere benefiche.
Il display del cellulare gli anticipò che si trattava del maresciallo Cutropi.

Chissà cosa voleva. Disse distrattamente “Avanti” nel ricevere l’ospite della sera mentre alzandosi fece per rispondere alla chiamata.

Il suo ospite avanzò nel cono di luce e Don Francesco, Vescovo, prete, religioso. Rimase di sasso.
Il suo dito era ancora sul pulsante “accetta chiamata” e lo premette.

Dall’altro capo la voce metallica del Maresciallo gli stava dicendo che il corpo di quel tale, quel nero, l’africano. Beh il corpo era sparito. Gli stava dicendo “Ne sa qualcosa?”, gli stava dicendo “Sua Eminenza tutto bene?”.

Don Francesco non rispose, lasciò andare il telefono mentre il ragazzo nero che aveva davanti a lui avanzava pacatamente. I piedi scalzi facevano leggermente scricchiolare il parquet di legno. Il suo sorriso, ancora una volta lo abbracciava. Mentre gli diceva.

“Francesco sono tornato. Sono il Figlio di Dio”.
Erano passati tre giorni.