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Io e la Vespa (breve dissertazione sulle due ruote)

Io e la Vespa (breve dissertazione sulle due ruote)

Ci ho messo due giorni, da venerdì, ad elaborare la cosa. Cioè forse semplicemente ce li ho messi ad asciugarmi le idee dopo il diluvio che mi sono preso in testa. Però se dico questa cosa qui è come iniziare un film dicendovi chi è il colpevole. Che poi nei film è sempre il maggiordomo.
Ma qui non si parla di maggiordomi. Bensì di vespe.

Ma non quelle che ti attaccano violentemente alla cazzo di cane se per caso finisci nelle vicinanze di uno di quei nidi. No. Intendo dire le vespe quelle dotate di motore, brum brum, marce e tutto il resto. Ma tracciare la storia di me e delle vespe è impossibile se non si parte da un assunto: quello delle ruote. Ovvero delle due ruote.

Io e le due ruote abbiamo sempre avuto un rapporto difficile, probabilmente alimentato dal mio timidone senso latente di colpa (per cosa poi? per lo sfidare la forza di gravità?) per qualcosa (diciamo così dai che va bene). Quando avevo tre anni Luciano mi piazza su sta biciclettona con gli ammortizzatori davanti e le rotelle. Le ho frustate quelle rotelle. Una volta mi portano al parco de La Mandria, vicino Torino. Bel posto in cui le famiglie felici biciclettano allegramente su pendii, discese, poi pendii, poi discese. Allora io e il mio bolide rotellato ci troviamo alle prese con una discesa sterrata. Avrò avuto quattro anni credo. Prendo velocità e mi panico, non so che fare. Caterina mi urla “frena!”. Luciano mi urla “frena!” e io freno. Ma col freno davanti. BAM.
Mi cappotto che neanche uno stuntman nei film di Bud Spencer e Terence Hill. Iniziavo ad odiare le due ruote.

Alle medie andavo in bicicletta a scuola, ho piegato tanti di quei tubi della sella causa peso dello zaino che buonanima di Otello stava sempre col saldatore pronto a saldare. Un bel giorno mio nonno s’è scassato i maroni e mi ha fatto sto tubo in acciaio PIENO che faceva diventare il peso specifico della mia bici molto vicino a quello di una nana bianca. Otello era così: una cosa per funzionare doveva essere “dura e pesante”. E sticazzi.

Poi quando ero gagno e tutti avevano i primi motorini Luciano riesuma da non so dove il nostro bravo bianco. Residuato di non so cosa che andavo più veloce io con la bicicletta. Come casco avevo qualcosa tipo scolapasta. E lì fa il suo ingresso Prost. Prost fin da piccolo ha avuto la fissa per i motori. Qualsiasi cosa avesse delle ruote per lui faceva “brum brum”. Aveva una macchina a pedali con cui sgasava di brutto lungo tutto il cortile, a me non me n’era mai fregato troppo di tutta la faccenda. Ma prost aveva anche lui un bravo. Il mio era bianco da sfigato, il suo rosso ferrari. Allora finivamo per andare in Vauda con i nostri bravo usandoli come fossero moto da cross. La Vauda per chi non lo sapesse è una zona boscosa dalle mie parti qui vicino Volpiano. Motocross feroce. Una volta finiamo in mezzo ad una sorta di piccola conca che doveva essere il letto di un ruscello… mi ricordo con la manopola a palla a sgasare per risalire e la ruota girare a vuoto. Maledetto Prost quanto l’ho odiato quel giorno.

Ma la cosa cambia quando Prost un bel momento se ne esce con una vespa. Insomma non si sa bene dove e come, recupera sto pezzo del millenovecentosettata non so dove, grigio metallizzato, tutta sgarruppata. Io subito preso benone. Aveva anche le marce. Un concetto così astratto nella mia mente di quindicenne che non ve lo sto manco a spiegare. Prost mi faceva provare sta vespa nei prati solo. L’unica volta che l’ho provata a casa ho centrato in pieno il pilone del cancello. Doveva essere un segnale. Invece no.

Allora mi incaponisco. Tutti quanti si compravano i fifty tamarrissimi con le marce e la tabbarzeria della peggio risma, oppure gli scooter ganzi degli anni ’90 che faceva fico andarci cercando di tenere le ginocchia il più larghe possibile, neanche stessi ogni volta affrontando il cavatappi di Laguna Seca. Io invece volevo la Vespa e la volevo pure vecchia. Allora lavoricchiando e tagliando erba e facendo di tutto per un’estate e poi anche un autunno, finisco per avere quattrocentomilalire e poi una vespa millenovecentosettanta blu puffo. Cazzo che colore. Proprio blu puffo. Ci misi subito un adesivo “Parigi Dakar” sul posteriore per renderla più tamarra. Ero tentato pure di schiaffarci un TURBO COOLER che Luciano aveva preso da qualche camion. Mi sembrò eccessivo però. Avevo la mia vespa blu puffo e potevo scassarmi come mi pareva.

In effetti lei non mi diede mai particolari problemi. Aveva sta bobina che andava e veniva. Nel pieno del letargo durato molti anni, decido di risvegliarla nei giorni dei mondiali, quindi duemilaessei. C’era un megavesparaduno di quelli paura explosions in the sky a Torino, c’era Prost e c’erano altri che mi convinsero ad andare a Torino con le vespe. Figata tutti a torino con le vespe. C’era anche Federico, con quel suo px centoventicinque blu e le fiancate con le bandiere degli stati del sud, tipo generale Lee presente? Che roba tamarra. Fu in quel momento che decisi che volevo un px 125. In realtà fu quando quell’allegra scampagnata si trasformò in un bagno di sangue per la mia blu puffo vespa. Perchè a Torino ci arrivai a spinta con Prost che spingeva col piede dietro il sedere della mia due ruote, proprio dove c’è l’adesivo DAKAR. Doveva essere un segno.

Forse a pensarci bene doveva esserlo anche quando a casa comprammo in società un RS125, quello carenato dell’Aprilia. Mio fratello faceva le peggio cose con quella moto. Io anche, ma a modo mio. Sono l’unico esempio di essere umano che è riuscito a spaccarsi un piede con la moto. Da fermo.
Già perchè finisce che una volta ci dimentico il bloccadisco inserito, parto ganzissimo, inserisco la prima e faccio na scena da antologia fantozziana. Ovvero un salto in avanti e poi BAM caduta di lato. Dito del piede rotto.
Doveva essere un segno.

E invece no.
Perchè allora memore di quella tamarrovespa di Federico io decido che voglio comprare sto px. E giù a risparmiare, cercare, fare trattative. E trovo sta vespa nel vercellese che è nera. E dico che la voglio troppo perchè così la faccio nera e arancione che nemmeno il peggio coatto deroma. Ma quando penso a queste cose mi prendo molto bene e mi accendo. Il problema è che poi ad accendersi han problemi le due ruote in questione.
Con lei, con la PX maranza arancia, ci ho vissuto il meglio e il peggio. Momenti epici quasi quanto quello in cui dopo un nubifragio me ne tornai da torino in sella all’allora RS in mezzo al devasto totale, alberi in mezzo alla strada, tetti scoperchiati e io che arrivo pressochè asciutto con tanto di maglietta degli Immortal (ero un pò metallaro allora, finirò all’inferno).

Allora questa PX aveva un centottanta sotto. Che per me era un numero e poi il fatto che andasse più forte. Mi ricordo che me la diedero che faceva un rumore tipo macchina turbodiesel. Mio fratello mi fece notare che faceva quel rumore perchè una cosa chiamata filtro dell’aria era bucato. Mi piaceva tantissimo. Mi disse che però non potevo tenerla così. Divenni molto triste.
Questa vespa ha avuto il potere di piantarmi sempre nei meglio momenti della mia vita. La prima volta fu quando stavo tornando a casa da un pesantissimo duedipicche appena ricevuto. Presente quei momenti in cui ti dici solo “voglio tornare a casa, fanculo a tutto”? Ecco.
Me ne stavo sopra l’aranciona con sti pensieri tutto con lo stomaco aggrovigliato e lei che fa? Sento che scoppietta. Scoppietta. Scoppietta. E si ferma.
In statale. A sette km da casa.
Ottimo. E giù a spingere, giù che spingi spingi che ti spingi.

Doveva essere un segnale e invece no.
Odi et amo come diceva Catullo. Un paio di anni fa Federico mi dice “dai andiamo alla benedizione delle vespe”. E io penso che sia un modo fico per far una scampagnata. La cosa, viste le mie posizioni viene accolta nei seguenti modi dalla gente a casa. Luciano: “quando te la benedicono cade il crocifisso”. Fratello: “se passi sotto l’arco della chiesa con quella esplode”. Caterina “…”.
Forte di tanto presobenismo finisce che sulla statalona trafficatissima ma quel giorno vuota (emmenomale) mentre ero ai cento all’ora e non per andare a trovare la bimba mia, mi si inchioda la ruota dietro. Non so come non cado. Rimango in piedi. Mi fermo. Sul ciglio della strada, sono a una ventina di km da casa. Faccio un respirone e mi consegnano l’oscar come primo uomo al mondo ad esser riuscito a far grippare il motore di una vespa. E spingi alora che ti spingi.
Quando spingo la vespa entro in simbiosi con lei. Le parlo. Le dico solitamente tante cose brutte.

Allora arriviamo a venerdì. Venerdì è la fine della settimana e visto che mi han levato il treno son dovuto andare a lavoro in maniera alternativa. E visto che il parcheggio costa come mettere la macchina dentro il Duomo di Milano (si può fare? non si sa) mi rimaneva solo lei: la vespa. Come un Valentino Rossi d’altri tempi l’ho tenuta a dialogo, le ho parlato, le ho detto “non farmi brutti scherzi, fai la brava ti prego”. Non mi ha detto nulla e io l’ho preso come un “sì”.
Venerdì sera il cielo alle 18 si fa buissimo a Torino. Devo finire un minchia di sito ed esco un pò tardi, ma tanto poi ci sono le vaccanze con due “c” echeccefrega no? no. Ci frega. Perchè tipo più o meno all’altezza di Spazio 211 inizio a beccarmi le prime gocce in faccia. Guardo il cielo come un cazzo di capo indiano e dico “verso casa c’è il chiaro”.

Mi faccio un sorrisone d’incoraggiamento. Tempo un Km sono sotto la grandine battente a dirmi “testa di cazzo, il sereno avevi detto eh?”. Allora stringo i denti con la gente che mi addita dalle macchine e penso dicano tutti “ma guarda sto coglione”. Almeno io lo penso. Lo penso fino a quando la vespa inizia a tossicchiare. Le dico “non mi fare scherzi eh non ora ti prego”. Mi fermo sotto il cavalcavia del Villaggio Olimpia a rifiatare, a constatare che dovrò fare opera di restauro per tutti i documenti e soldi che ho nel portafoglio fradicio. Mi prendo un lembo della maglietta e lo strizzo facendo uscire tanta di quell’acqua che penso di esser uscito dalla lavatrice. Si avvicina un trio di ragazzi africani che urlando mi dicono qualcosa di incomprensibile.

Mannaggia quanto urlano. Allora decido che piove meno e posso affrontare il resto del viaggio. Provo a mettere in moto. Niente non parte. Sorrido agli africani.
Gli africani mi guardano mi indicano e dicono qualcosa a voce altissima.
Scalcio la pedivella. Nada.
Africano indica col vocione.
Sorrido e scalcio con fare di chi fa questo nella vita. Zack la vespa riparte.

Saluto gli africani e riparto con fare tipo Lorenzo Lamas alla fine di una delle peggio puntate di Renegade. Mi dico pure “ok bella brava, dai riportami a casa, tanto il temporale è finit…” Non faccio a tempo a finire di PENSARE la frase che vengo schiaffeggiato da una raffica di secchiate d’acqua in faccia. Inizio a ripetermi mentalmente “tu ce la devi fare, dai, non mollare, dai cazzo”.
Che manco Rocky contro Ivan Drago. Allora piano piano sfido l’acqua e arrivo ad una rotonda a sette km da casa, esattamente dove il giorno del duedipicche molti anni prima lei mi aveva abbandonato. E penso “figurati se mi tira dinuovo uno scherzo così, sarebbe allucinante.” Appunto.
Tempo tre secondi e sono piantato sul ciglio della strada sotto il diluvio, le macchine che mi sfrecciano a lato e mi lavano, se possibile, ancor di più. Io non ci potevo credere. Il cavalcavia più vicino è a quattro km.

Inizio a spingere perlando con la Vespa. “Brutta bastarda lo giuro stavolta io ti vendo, non me lo dovevi fare questo, brutta stronza”. Ma non sono così convinto. Una parte malsana di me è quasi contenta di trovarsi impegnato in una cosa così fisica sotto un diluvio così tragicamente catartico (si lo so starete pensando “ma che cazzo dici?”. non lo so. ma il blog è mio e ci scrivo quel che mi pare ohh).

Allora spingi che ti spingi arrivo al cavalcavia. Riesco a mandare due messaggi comunicando che sono vivo. Telefono a Luciano che dopo che gli spiego la faccenda mi chiede “ma sei bagnato?”. Mio padre a volte si perde i pezzi. Insomma viene con la macchina fin sotto sto cavalcavia. Alla fine era na cazzata, il filo della bobina (che non so manco cosa sia) che si è bagnato. Annuisco come se ne capissi qualcosa. Ma non ci capisco niente.

Finisce a tarallucci e vino, mentre la vespa mi riporta a casa me la accarezzo. Sta brutta stronza la odio a morte, per questo la amo come non mai.
Sarà un segno?