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Fine Before You Came – Ormai

Fine Before You Came – Ormai

Io sono sempre quello che non sa scrivere le recensioni.
Lo dico per onore di cronaca e dovere informativo. Intendiamoci subito e patti chiari e amicizia lunga, e tutta quella sfilza di proverbi sul tema che vi possono venire in mente: io non so scrivere facendo millemila paragoni con artisti dei peggio inculati che ci possano esistere ma che nel contempo qualsiasi buontempone occhialuto con tatuato sulla fronte “MIAMI” ti direbbe “ma-come-non-è-possibile-che-tu-non-li-conosca”. Non è che perchè devo mettere gli occhiali e c’ho la telecaster sono di quelli là che si chiamano indie che a me fa ridere, pare discendano dagli indiani d’america e mi viene sempre in mente tipo Geronimo che si mette a parlare di qualche gruppo sfigato inculaterrimo.
Io non conosco niente non so nulla e ascolto con le orecchie e solitamente giudico con quel che mi piove addosso e in testa. E con queste premesse vado a disquisire di questi cinque ragazzi che si chiamano Fine Before You Came, che nel duemilaennove sfornano sto discone chiamato Sfortuna e giusto ieri fanno uscire in free download il nuovo EP, che si chiama Ormai.

Allora c’è da dire che Sfortuna per me è stato un discone importante. Uno di quei dischi che diventa una colonna sonora di un momento della tua vita e che, quindi, diventa pure parte di essa. E allora quando capita così, inizi a pensare che tutto quello che potrà esserci dopo dovrà inesorabilmente confrontarsi con quella roba lì. E già ti prendi male all’idea. Nel senso, ora ve lo spiego. E’ un pò come se vi preparaste mentalmente a dover pesare quel che verrà con un passato che avete accertato, assodato e testato. Allora in questo i cinque ragazzuoli hanno fatto bene così. Cioè mi hanno colto di sorpresa.
Io arrivo a casa, tutto preso da altri pensieri e.. zacchete ti ritrovi lì davanti senza misericordia alcuna il link che ti dice “bella lì guarda che abbiam fatto uscire il nuovo album”.

E tu dici “ma quando? fra un pò no?” e invece no. Adesso. Cazzarola. Così a bruciapelo, non eri preparato, non ti sei fatto il film mentale propiziatorio ma tanto chettenefotteattè sei già lì a guardare la barra di download chiedendoti “ma chissà come sarà questo ORMAI”.
Sicchè ormai ci siamo e allora vediamo, ascoltiamo. Facciamo. E metto su questi sette pezzi subitissimo e subitissimo qualcosa mi torna alla grande, qualcosa mi torna di meno. Ma quel che non cambia è il magnetismo che spinge le mie orecchie a rimanere in ascolto alla ricerca di qualcosa. Che poi non so manco io bene cosa, perchè in quei minuti che le canzoni si snodano ti astrai un pò e segui un pò le chitarre, un pò il basso, un pò la batteria e la voce. Mamma mia la voce. Quello che più forse ho sentito cambiare e che, al primo ascolto, mi ha fatto dire “fermi tutti ho bisogno di un time out tecnico” (esistono? non si sa, da oggi per me esistono).

Allora lo ascolto prima di dormire. Lo ascolto mentre vado a prendere il treno, lo ascolto pure a lavoro in cuffia e alla fine inizio a raccogliere i pensieri su tutto quanto. Perchè la prima sensazione, che rimane, è quella di avere davanti un baule di legno, di quelli lucidi che però si vede che sono vecchi, di quelli che li apri con timore un pò reverenziale perchè non sai se quello che ci troverai dentro ti appartiene.
E la sorpresa è quella di vedere una miriade di fotografie che ti esplodono letteralmente in faccia e ti riempiono lo spazio circostante. Ogni canzone una serie di fotografie. Ogni canzone un pezzo di un passato. Se Sfortuna racconta in qualche modo ciò che è stato ed è andato male, Ormai racconta quel che è stato, quel che poteva essere e forse anche quel che si spera potrebbe diventare. Ma non leviamoci il piacere dei preliminari. A guardare le foto non si parte dal fondo, nemmeno se sono sparse su un pavimento.

Dublino: la metto su e subito mi rapisce. Mi stupisce la batteria che sembra un cuore che corre, sembra il rumore di un treno che sferraglia sulle rotaie in mezzo al verde. Le chitarre sono il verde, il basso traccia la strada e la voce di Jacopo si sente subito che sottolinea atmosfere diverse dal passato. Ci ritrovo subito un pò di Crash of Rhinos (unica citazione che mi sento di fare sinceramente, ve l’ho detto sono ignorante come una capra sotto la panca). Si parte e si vola in mezzo ad atmosfere che sanno di sigarette spente sulla moquette, che sarà anche bagnata come dice il testo, ma ci vedo tanto grigio, tanto fumo, tanta nebbia. Qual’è la differenza fra fumo e nebbia? Non si sa. Infondo entrambe possono essere tossiche e rilassanti allo stesso modo per diversi aspetti. “in tutti questi anni abbiamo detto così tante cose / ne abbiam fatte così poche”

Sasso: qui sono leggermente più lucido, per un istante, tanto da fermarmi ad apprezzare i suoni di questo disco. Suona diverso dal precedente. Sono sempre loro per intenderci ma c’è qualcosa di diverso, le chitarre e gli arrangiamenti nei loro intrecci che ti si avvinghiano dentro mentre batteria e basso costituiscono una vera e propria spina dorsale che ti sorregge. Fotoricordo di un’estate passata sulle rive di un lago. Immagini di acqua che si perde placida e tranquilla. La violenza della stasi. Mi suggerisce queste immagini, una cartolina di una foto di gruppo in cui tutti sorridono ma tu sai che là dietro qualcuno sta urlando. “se avrò forza a sufficienza mi vedrete invecchiare / e scoprire un pò alla volta che non basta il tempo e non basta il fiato / se non per imparare a lasciarsi galleggiare”

Magone: già dal titolo, se abbinato al titolo dell’EP, si evoca la malinconia dell’intero lavoro. A me suona malinconico e Magone per me è la fotografia di un cesso di un locale, uno di quelli bassi e bianchi, dove non ci trovi mai la tavola. E una porta. Davanti al cesso. Una porta presa a pugni a negare qualcosa che ti ha asfaltato dentro e non riesci a digerire. Vorresti vomitarla fuori. Vorresti pisciarla nella tazza del cesso. Ma non esce e rimani a battere i pugni sulla porta. “quando a volte vorrei piangere e diventare rosso come fai tu / così brutto da ricordarmi bello e risentirmi vivo”

Per non esser pipistrelli: questa è la canzone per me più difficile delle sette. Perchè? Perchè ho faticato a capirla. O meglio. Subito è quella che mi è arrivata di meno, non mi tornava la voce volutamente quasi dissonante di Jacopo fin dall’inizio, sotto questa base strumentale che sembra portarti da tutt’altra direzione. Immagini: una strada statale in una sera invernale, illuminata solo dai fari della macchina che stai guidando, tu vorresti sterzare ed andare sulla strada più semplice e invece qualcosa ti fa girare il volante in mezzo al pantano, in mezzo ai sassi e alle buche. E subito sei incazzato, ti chiedi come sia possibile esser finiti lì e invece, semplicemente, ti rendi conto che mentre te lo stai chiedendo in realtà l’hai già accettato. “mentre guido verso la città che un giorno sarà casa e un tempo era così / ti porto tutt’altro che lontano”

Paese: sono furboni quei cinque. Perchè non potevano costruire un percorso migliore fra le foto sparse sul pavimento. Ti fanno sbagliare strada, ti portano dove neanche te lo aspettavi e ti lasciano con questa canzone fra le strade colorate di un paesino di campagna in cui dal balcone ti sporgi a vedere la gente che passa sotto la strada, ti rendi conto di un microcosmo che si concentra sotto di te mentre cerchi in un vento gelido qualcosa che ti dica “infondo è tutto ok”. Vedi arrivare un temporale da distante ma non te ne curi, quasi lo aspetti anche solo sperando in un cambiamento, quasi fai centro su quel che significa quel piccolo fazzoletto di sensazioni in cui un giorno, lo sai, asciugherai un ricordo. “dimmi qualcosa che mi scaldi / che fuori splende il sole e qui fa un freddo cane”

Capire Settembre: le chitarre descrivono subito con un giro semplice ed efficace un mese, questo mese qui. Su Settembre ci sono tanti che hanno scritto delle canzoni, con tutto quel che rappresenta, ma pochi per come la vedo io hanno saputo rendere tutto. L’odore dell’estate che svanisce, la sensazione spiacevole del vedere le foglie che ti cadono sotto i piedi dandoti la sensazione di essere tanti piccoli post-it o promemoria per tutte le cose che devi ancora fare, tutte quelle che non hai ancora iniziato e quelle che hai in sospeso. In un crescendo vieni portato per mano lungo viali alberati in cui ogni passo diventa un pensiero che raccogli, assieme alle castagne, e metti nella tua borsa. Per l’inverno. “è soltanto questione di ore / non è niente rispetto a una vita in cui provo a capire per quale motivo settembre non fa per me”

La domenica c’è il mercato: uno dei miei brani preferiti, di giustezza piazzato a chiudere i mucchietti di immagini e fotografie accatastati lì di fianco sul pavimento. Cerchi di darci un ordine e finisci per frugare indietro a cercare qualcosa che ti era sfuggito. E’ un pezzone questo, cazzarola, un pezzone che sa di bucato steso sul tetto di una casa fresca di trasloco, con ancora mobili coperti da lenzuola bianche in attesa di appropriarsi di un posto nuovo, in attesa di diventare qualcosa di vivo e sensato. E’ la sensazione di essere arrivati ad un punto in cui non puoi più stare a chiederti se hai lasciato il gas acceso o meno nella vecchia casa, se hai dimenticato qualcosa, se qualcosa poteva andare diversamente. Ormai. ” io non me ne andrei / se non fosse che è arrivato il tempo in cui il tempo non c’è più / ormai il tempo non c’è più.”

E finisci i sette brani e rimani così, a chiederti “ma che effetto mi ha fatto?”, te lo chiedi quasi con l’ansia di DOVER per forza sentire qualcosa, subito. Ma non è così. Almeno a me non è capitato così. Ho capito oggi dopo alcuni ascolti che mentre Sfortuna è stato un pugno in pancia con schiaffo, questo Ormai è qualcosa che ad ogni ascolto ti scava dentro a scoprire grattando lentamente qualcosa di nuovo. Ogni ascolto ti entra nelle viscere a cercare il tuo nervo scoperto. Perchè i cinque ragazzi avran anche preso un baule di legno riempiendolo di fotografie, ma infondo tutti quanti abbiamo il nostro, di baule. Solo che non è sempre facile aprirlo, solo che a volte si ha paura di avere troppe foto sparse sul pavimento.

Non so se Ormai diventerà un disco, per me, come lo è stato Sfortuna, sono due lavori diversi, sono due punti di vista diversi sul mondo. I Fine Before You Came sono un gruppo che a me è entrato nelle vene proprio per la sua forza nel prenderti da dentro e scuoterti fino a dirti “sveglia!!”. Sono un gruppo da maneggiare con molta cura. Quel che so è che questo Ormai è un disco che mi è entrato dentro, ha colpito i suoi punti strategici ed ora sta lì a guardarmi, ad ogni ascolto, a dirmi “Ormai non stare più a chiederti cosa senti, raccogli quelle foto dal pavimento!”

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