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Volpiano TORINO
Il signor G.

Il signor G.

Il signor G. si sveglia, come ogni mattina. Il suo primo contatto col mondo è la sensazione del legno del parquet della camera da letto sotto la pianta dei piedi. Caffè, colazione, un bacio a sua moglie ed esce. Il signor G. è in pensione da anni ormai, organizzava il lavoro di altre persone nella sua grossa azienda, muoveva i pezzi sullo scacchiere come giocasse una partita di cui lui solo aveva la chiave di lettura. Si allaccia le scarpe, si mette il giaccone con il solo pensiero in testa di andare a scovare altri animali in pena.

Il signor G. infatti per molti è un eroe metropolitano, per alcuni solo un semplice rompiscatole. Il signor G. da quando si è ritirato dal lavoro ha provato a fare una vita “da pensionato”, ma come tutti ha subìto il contraccolpo della mancanza, del vuoto nelle proprie giornate. Allora si è dedicato agli animali. Non si sa perchè ma un giorno andando a comprare il giornale si ritrovò davanti un piccolo cane che vagava impaurito alla ricerca del padrone. Il cane si fidò del signor G. e il signor G. riassaporò in quell’istante il vecchio aroma del potere sulla vita di qualcuno che aveva lasciato con il vecchio lavoro. Iniziò a vagare per la città alla ricerca di animali in difficoltà, annotando scrupolosamente ogni povera bestiolina maltrattata. Veterinari e uffici di polizia municipale oramai lo conoscevano benissimo, passava più tempo in quei posti che a casa.

La sua attività nel giro di un solo anno fu così incisiva sulla comunità che addirittura il Sindaco, convinto dalle associazioni animaliste, fece del signor G. una vera e propria icona alla causa, con un premio insignito apposta per lui. E ogni anno il signor G. si impegnava per rivincerlo, quel premio, appuntando ogni volta la piccola spilletta celebrativa al suo giaccone verdone. “Gli animali sono meglio degli uomini, hanno molto da insegnarci”, diceva alle interviste. Sveglia, colazione, un bacio a sua moglie e tutto il giorno fuori a dedicarsi agli animali, ogni tanto qualche telefonata ai due figli lontani. Questa la vita del signor G.

Da un pò di tempo però il signor G. non si sente bene. Si sveglia e oltre a sentire il parquet sotto i piedi, la mattina, lo assalgono conati di nausea. Capogiri, odore acre. Il signor G. sa cos’è, aveva già sentito questa storia da un operaio della vecchia azienda. Si inzia con la nausea e allucinazioni olfattive e poi una bella mattina non ti alzi più dal letto, ti lasciano le gambe e addio mondo. Il signor G. non ci poteva credere di avere questo male nella testa. Lui che si era dedicato anima e corpo ad una causa giusta. Andò dal suo medico, quella settimana, che tuttavia lo trovò in perfetta forma e non valutò necessari troppi accertamenti. “Faremo le analisi del sangue”.

Il signor G. sapeva che questa era una prova che Dio gli mandava.
La mattina degli esami, uscendo dalla ASL, il signor G. si trova davanti un cane bianco, pelo lungo, gettato come un sacchetto della spazzatura sul lato del marciapiede. E’ agonizzante e con una profonda ferita sotto il collo. E allora il signor G. capisce. In un attimo capisce che questo è il segno di Dio. Deve salvarlo, deve salvare quel cane disperato per poter salvare la propria vita. Vede tutto questo chiaramente sullo scacchiere, come un tempo.
Il signor G. si precipita sulla sua macchina, compone il numero del veterinario più vicino. Non risponde. Chiuso. Ne fa un altro. Stessa storia. Il signor G. non sa che negli anni oltre alla stima degli “addetti ai lavori”, per alcune suoi eccessi di zelo si è anche guadagnato la fama di SEE: Soggetto Estremamente Esagerato.

Dedide di buttarsi sulla statale e raggiungere direttamente un centro nel paese vicino quando squilla il cellulare. E’ uno dei suoi figli, il maschio. Chiamano una volta alla settimana, di solito al venerdì sera. “Oggi non è venerdì e non è sera”. La voce del signor G. in piena agitazione è rivolta all’apparecchio che gli squilla in tasca, mentre con clacson e fari si fa largo fra le macchine.
Il cane sanguina molto, i sedili della macchina si imbrattano ma al signor G. non importa, continua a guidare e a dirgli “Non ti preoccupare ci salveremo”.
Altro squillo, sempre il cellulare, questa volta è sua figlia, quella che lavora in una grossa città dell’Ovest. “Non è venerdì, ho da fare”.

Gli squilli si ripetono fino all’arrivo nel centro veterinario. Il signor G. si fa largo fra la gente, un chiassoso coro di latrati e miagolii accoglie il suo ingresso col cane bianco in braccio, il giaccone verdone schiantato dal sangue come un’opera post moderna.
“Dovete salvarlo, dovete salvarlo”
Sa solo ripetere questo. Lo conoscono. Sanno chi è. Non dicono nulla. Dicono “Sembra grave, vedremo cosa riusciremo a fare..”
Il signor G. prega, pensa “Dio ho fatto tutto quel che mi hai chiesto, ora tocca a te è la tua parte”. Il telefono ora vibra nella sua tasca, ancora e ancora. Il signor G. non ha tempo ora, sta pregando per la vita di un cane e per la sua.

All’improvviso si rende conto che il mal di testa sembra sparito. All’improvviso si rende conto che quell’odore acre e pungente che sembrava avergli avvolto le narici ha lasciato spazio alle sfumature degli odori canini del suo disperato compagno di viaggio. E il signor G. sa che ce l’ha fatta prima ancora di veder uscire il veterinario, prima ancora di sentire le parole “è un vero miracolo, questo cane era più morto che vivo, ma si rimetterà”. E rimane così, estatico e incredulo. “Questa”, pensa, “Questa è sicuramente la mia medaglia più bella”.

Il cellulare. Ancora. Guarda il nome, stavolta è sua figlia. Non è venerdì, non è sera. Risponde.
“Francesca mi hai cercato?”
“Papà… Cristo Santo, Papà ma dove sei?”
“E’ una storia lunga tesoro, ma non agitarti ora va tutto bene, ma stai piangendo?”
“Papà dove sei stato tutti questi giorni? Ci hanno chiamato i vicini, non si poteva più passare sul pianerottolo di casa. Papà la mamma è morta. L’han trovata in cucina con la tavola apparecchiata. E’ morta da due settimane Papà.”