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Volpiano TORINO
Il Cubo

Il Cubo

“Devi stare giù stronzetto, mi hai capito? Stai giù e mangia un pò di erba, come le capre!”
Risate corali, immagini sfocate di fili d’erba appena tagliati. Le narici che si riempiono dell’odore acre e pungente di diserbante industriale.
“Bravo coniglio, mangia! Mangia tutto”
Umido in bocca che si contrasta con la secchezza del palato ad ogni tentativo di deglutizione. Gli occhi socchiusi lasciano trasparire sagome di scarpe, sagome di piedi. Dai polmoni arriva un alito trasformato in poche parole.
“… Mi spiace … aver sbagliato … se io …”
“Già stronzetto, SE TU. Non è andata proprio così”
E poi il calcio, forte, alla bocca dello stomaco, con ancora la lingua avviluppata fra i fili d’erba conditi di merda tossica.

Massimo Durandi si sveglia e istintivamente cerca sul palato frammenti di qualcosa, qualunque cosa. Lo scatto di reni a levarsi su dal letto lo porta a proteggersi, come per riflesso, la pancia, il torace. Il fiato è pesante, le immagini ancora così vivide. Avverte vampate di caldo che partono come un formicolìo dalla punta dei piedi e si propagano lungo tutto il corpo come un fiume che cerca di farsi largo a forza. E’ successo. Dinuovo.
Il ragazzo a tentoni cerca il comodino e pigia un bottone del suo telefono. La stanza di illumina per un istante, sul display compaiono dei numeri: 4.08. Un’altra nottata buttata nel cesso.

Sempre lo stesso cazzo di sogno. Da quanto andrà avanti? Saranno almeno due settimane. Sempre quel vecchio episodio di quando, da ragazzino, per uno stupido errore in una partita di pallone fece perdere la sua squadra. Dopo quella giornata Massimo decise di mollare tutto, tornò a casa con lo stomaco indolenzito dal calcio e ci vollero due giorni prima che il sapore schifoso che abitava la sua bocca decidesse di levare le tende. Si lavava ripetutamente i denti e pensava. Pensava e fantasticava “Ma se non avessi sbagliato?”. E la sua mente si faceva densa di immagini in cui lui, eroe della partita, invece di sbagliare quel passaggio, non solo avviava l’azione decisiva, ma diventava anche il realizzatore finale. Restituiva quel calcio in pancia destinato a lui al pallone che si insaccava nella rete e la punizione diventava trionfo. Il suo trionfo.

Sparita la peste dalle sue papille gustative, non sparì il fantasticare sulle possibilità davanti ai bivi della sua vita. Ogni notte, prima di dormire, ripensava alla sua giornata, alle cose accadute, alle persone incrociate. “Se le avessi parlato”, “Se non avessi parcheggiato lì”. Esplodeva nella sua testa una rete capillare di percorsi, di storie che lo portavano ogni volta ad essere sicuro che la scelta alternativa lo vedeva assoluto protagonista degli eventi, artefice consapevole e non casuale del suo stesso destino.

Ancora oggi è così. Massimo Durandi studia all’università, matricola 345236, si barcamena fra alti e bassi nello studio, nella vita ha preferito il “low profile”, quello di chi sta al lato della strada per il timore di calpestare una merda, quello di chi evita il rischio e finisce per fare l’amore con le proprie idee, di cui si innamora profondamente fino ad isolarsi da tutto. Ricompone ogni sera, come un puzzle, le sue giornate. Senza rendersene conto lascia che la sua fantasia diventi piano piano la sua più profonda condanna, drogato delle proprie illusioni col pungolo della realtà. Da due settimane però tutto questo non funziona più. Da due settimane quel sogno di merda occupa i suoi pensieri. Un tarlo del legno in una trave portante per l’architettura strutturale di un individuo: lui.

Il crollo. Esame di Storia Moderna. Il brivido di mille spine che si conficcano nella colonna vertebrale alla domanda.
Il vuoto, la ricerca di un appiglio. Iperventilazione. Il modo che il corpo ha per cercare di far arrivare ossigeno là dove sembra manchi, là dove ce n’è bisogno. La voce del professore, che rimbomba nelle sinapsi iniettata dai bulbi cutanei.
“Durandi mi stupisco di Lei, con questa domanda si gioca l’esame, ha saltato interamente quel capitolo?”
Morsa allo stomaco, come un calcio. Quel calcio. Gola secca bocca impastata.
“…Professore ma se potessi parlarle di…”
“Durandi Lei non ha capito. L’esame per me finisce qui. Con i Se e con i Ma non si è mai andati da nessuna parte”.
Capolinea.

Sera. Allo specchio Massimo vede il riflesso di un fantasma in rapido sgretolamento molecolare. Cerca qualcosa e sente solo l’attrito dello spazzolino sui denti, sputa un filo di sangue. Non ci fa caso, il vuoto, il fallimento, la mancanza dei suoi sogni. Una pietra che lo rinchiude in un sepolcro buio in cui fatica a respirare e brancola alla ricerca di una maniglia, un gancio, un’uscita. La paura di addormentarsi, di risentire quell’odore nelle narici, di risvegliarsi ancora una volta parandosi lo stomaco con il sapore acido della bile che combatte per rimanere al suo posto. Si addormenta per sfinimento.

Il campo da calcio è deserto. Nessuno sulle tribune, nessuno in campo. La giornata è la stessa di sempre, con il sole di fine maggio che si fa sentire sulla pelle. Massimo si guarda le mani, sono le sue, non quelle del ragazzino che è stato. Sente l’erba solleticargli i piedi scalzi e l’odore del passaggio recente di un tosaerba. E’ tutto così tranquillo e calmo. Sente un rivolo in bocca, qualcosa che gli batte sulla lingua come una nocciolina. Le ghiandole del collo si contraggono e il sapore metallico del sangue gli fa sputare a terra tutto quanto. Mentre con il dorso di una mano si asciuga, osserva come la “nocciolina” in realtà sia un dente. Un suo dente. Un premolare per la precisione. Il cuore diventa un martello, Massimo si caccia un dito in bocca per cercare il buco, per capire che cazzo è successo.
“Lascia perdere Massimo, un buco vale ben un regalo”
Capelli bruni e lisci, qualche lentiggine spruzzata sulle guance e un vestito estivo verde. Una ragazzina lo sta guardando. Sorride.
“E tu chi…?”
“Ti fai troppe domande, te ne sei sempre fatte troppe.” lo interrompe “Posso essere la tua coscienza, oppure il tuo inconscio oppure ancora la fatina dei denti del cazzo” la voce squillante e allegra stride con la pesantezza della sua frase.
Si avvicina a lui, regge in mano una scatola. Anzi no un cubo, un cubo di metallo con strane incisioni. Sembra molto antico. Nell’altra mano ha il suo dente. Quando l’ha raccolto? Ha senso pensarlo in un sogno? Cosa sta succedendo?
“Te l’ho detto che ti fai troppe domande, stupidino.” la ragazzina unisce il dente al cubo, facendolo sparire al suo interno e sottolineando il suo successo facendolo tintinnare.
“Ecco fatto, mio sognatore. Almeno adesso la smetterai di farti quelle assurde masturbazioni mentali. Prendi questo, scuotilo e inizia a vivere i tuoi sogni”
La ragazzina gli sorride ancora e gli lancia il cubo.

Massimo si sveglia, è seduto sul bordo del letto e con gli occhi cerca qualche riferimento. E’ a casa, sente in lontananza un cane abbaiare, dalle persiane chiuse non filtra ancora luce, deve esser ancora notte. Cerca di ricomporre tutte le idee e sensazioni, solo dopo alcuni istanti si rende conto che le sue mani sono avvinghiate in una presa stretta su qualcosa. Il suo primo pensiero è “ci mancava solo il sonnambulismo”. Il suo secondo pensiero è “dove cazzo è l’interruttore?”.
Arriva prima al solito telefono, riflesso incondizionato diventato routine. Pigia il bottone, si accende una luce e il fiato gli si taglia in due quando scopre l’oggetto che tiene in mano: il cubo. Quel Cubo.

Passa tutta la notte a fissare quell’oggetto, sente che dentro c’è qualcosa e con orrore constata che in bocca gli manca un premolare. Il fottutissimo premolare del sogno. “Cosa sta succedendo?” pensa. “Cosa MI sta succedendo?” pensa. “Sto impazzendo, mi faccio del male da solo e non me ne rendo conto” pensa. “Tu pensi troppo”. La ragazzina, cos’aveva detto ancora? “Smetti di sognare”. Cazzo facile a dirsi, non i sogni di tutti quanti ti fanno svegliare con un dente dentro una scatola di metallo che non hai mai avuto. Regge fra le mani il Cubo, lo scuote istericamente mentre il suo contenuto sbatte fra i suoi lati interni. “Cazzo, cazzo esci di lì dente di merda, cazzo ma che ho fatto? Sto fottendomi il cervello. Porca puttana tutto colpa di quei sogni, tutto colpa di quel giorno, ma se quel giorno non avessi sbagliato, se avessi segnato pure il cazzo di gol decisivo..”

Mattina. Massimo si è addormentato dinuovo, per sfinimento. Sente il Cubo pesargli sullo stomaco, trattiene a forza le lacrime. Quel segno visibile della sua follia. Si blocca. Davanti a sè, proprio davanti al suo letto, una mensola che prima non c’era, non c’è mai stata. Coppe, trofei. Un fottuto altarino celebrativo. Chi gli ha giocato sto scherzo? Suo fratello ha continuato a giocare, a differenza sua, ma non si è mai particolarmente distinto in nulla eppure… Al centro un trofeo che sembra esser il più vecchio di tutti: una statuetta in cui la figura stilizzata di un calciatore è statica nell’atto di sferrare un tiro. Sotto una targhetta “Massimo Durandi:rivelazione del torneo, 9 maggio 2000”.

Le parole della ragazzina. Il suo ultimo pensiero prima di crollare. Tutto inzia a tornare, tutto inizia a combaciare. Massimo prende il Cubo, socchiude gli occhi. Dice: “E se avessi studiato tutto per l’esame di ieri?” Lo scuote. Ride fra se e sè, pensa “sto ancora sognando, è assurdo”. Trova il suo libretto universitario, arriva all’ultima riga e legge: Storia Contemporanea 29/30. La data è quella del giorno precedente, il sorriso gli rimane congelato sul volto, come una paresi.

Non ci mette molto a capire la faccenda, Massimo. Non si fa troppe domande, infondo ha semplicemente preso vita tutto quello che lui è sempre stato in grado di fare fantasticando sui “se e sui ma”, tutto quello che gli era mancato relegandolo ad una comparsa sognante, tutto quello che ora si ritraduceva in realtà tangibile. Capito il meccanismo, si promette solennemente di far attenzione all’utilizzo del Cubo. Sono le promesse che si fanno tutti, tutti quelli che si gettano a capofitto in una cosa che li travolge con tutti i sinistri sintomi della potenziale dipendenza. Non tanto promesse da marinaio, quanto promesse di chi alla fine vuole convincersi di esser sempre in sella a gestire il gioco, quando diventa poi il gioco stesso a gestire te e le tue azioni.

Il successo sociale, la passerella centrale. Questo il Cubo faceva diventare la vita di Massimo, una magia che riguardava lui e lui solo. Un suo amico, vedendo cosa succedeva, aveva provato a formulare una sua condizione. Niente. Tutto era nelle sue mani e proprio per questo preferì cautelarsi in seguito con un previdente “Se tu non avessi mai saputo del Cubo?” per ripulire tutto. Per non lasciare tracce. Capire come funzionava e con chi funzionava era la chiave per controllarlo meglio, per controllarsi meglio. Almeno di questo era convinto. Con pazienza ogni sera, prima di dormire, Massimo analizzava la sua giornata e la raddrizzava al meglio, in alcuni casi anche tentato dal concedersi qualche extra fuori programma.

E’ così che arriva ad avere per fidanzata prima, e moglie poi, Francesca Carso, la più meravigliosa ed ambita ragazza dell’Ateneo, che inspiegabilmente dal giorno alla notte non ha occhi che per lui. Così si procura il primo lavoro e poi il secondo e il terzo, in un crescendo di prestigio, in un variare campi d’interesse a seconda delle sue aspettative, fino a scegliere di concedersi una vincita milionaria al superenalotto e chiudere così ogni discorso.

A trentotto anni Massimo Durandi ha una bella casa, una valangata di soldi in banca, una moglie sempre stupenda e servizievole e una figlia di dieci anni, Greta, nata in maniera inaspettata nonostante ormai la sua vita sia tenuta assieme, in ogni suo frammento, dal Cubo. Già, il Cubo. Diventato ormai un oggetto di Culto per Massimo. Lo tiene sopra il caminetto, sicuro del rapporto univoco che li lega, incurante del fatto che qualcuno possa levarglielo, perchè anche quando una volta dei ladri lo portarono via senza sapere di cosa si trattasse, lui trovò il modo di ritornare, sempre sopra il caminetto, come un cane fedele che riconosce la strada di casa.

Non c’erano problemi nella vita di Massimo, un accenno di litigata con Francesca veniva prontamente appianato con una shakerata ed un pensiero. Qualsiasi aspetto che minava la sua vita trovava sempre soluzioni. Era in sella e nessuno poteva disarcionarlo. Circondato di persone che nel tempo, grazie al Cubo, erano diventate la sua famiglia, i suoi amici, la sua esistenza stessa. L’unica che non riusciva a piegare era Greta. Già. Quella bambina che fin da piccola gli fece capire che qualcosa, con lei, era diverso. Quando si ammalò di orecchioni, proprio durante il periodo dei Mondiali di Calcio, lui e Francesca dovettero stare chiusi in casa con la piccola. Non ci furono condizionali che tenessero con lei. Il Cubo non rispondeva e lì Massimo arrivò a litigare con sua moglie, godendo quasi di quell’opportunità inaspettata generata dall’unica variabile della sua vita che non poteva controllare.

Greta diventava grande. Greta iniziava a porsi delle domande. Su di lei, sui suoi genitori, come tutti gli adolescenti. Massimo era terrorizzato. Non si era mai più dovuto occupare di affrontare realmente una persona e questa cosa lo faceva sentire, per la prima volta dopo anni, inerme. Controllava sua figlia controllando sua moglie e l’ascendente che lei aveva sulla ragazzina. Demandava ogni suo obbligo di padre nascondendosi dietro alla sicurezza del Cubo, ma sentiva che i giorni si facevano sempre più pesanti per lui.

Quella sera Massimo era stanco. Sprofondato nella poltrona di pelle vicino al caminetto. Aspettandosi di trovare il Cubo al suo posto ci mise un pò a notarne l’assenza. Non fece in tempo ad alzarsi. Sua figlia era lì, col Cubo in mano, lo guardava. “Cerchi questo papà?”.
Massimo tirò un sospiro di sollievo, non aveva voglia di attendere l’eventuale ritorno del Cubo.

“Si tesoro lo sai quanto ci tengo, forza rimettiamolo al suo posto”

“Così chiederai dinuovo, come ierisera, che la mamma mi convinca a non andare a danza, perchè tu preferisci che io vada al maneggio? Oppure come la sera prima chiederai che mi faccia capire quanto tu sia impegnato, quanto tu mi voglia bene anche se mi guardi con paura, quanto tu voglia passare del tempo con me anche se eviti anche di abbracciarmi?”

Bile che combatte per rimanere al suo posto. Una sensazione antica.
“Greta non parlarmi così, io sono tuo padre!”

Quella sera Greta Durante non aveva paura. Aveva gli occhi colmi di lacrime quando agitando il Cubo disse:
“Ma se tu non fossi mai esistito noi staremmo meglio”.