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Aleph Zero – Singularity

Aleph Zero – Singularity

Click sul telecomando. Si riaccende il monitor un pò impolverato, di quei televisori vecchi, quelli ancora col tubo catodico che ci mettono magari un momento a farti vedere l’immagine esattamente come dovrebbe vedersi. Che magari fischiano pure un pò mentre si assestano e si sistemano. Che magari il telecomando non ce l’hanno neanche.

Quindi dove eravamo rimasti? Aprile 2011, un disco fa, diversi concerti fa. Fermo immagine: due uomini con la testa di animali in un bosco. Ok non servono i classici “nelle puntate precedenti”. Perchè gli Aleph Zero sono tornati e l’hanno fatto riprendendo tutti quanti sulla soglia della loro casa che ha l’odore della terra, del muschio e delle urla di qualche animale che ti sta dicendo “ci sono anche io”. Ma andiamo per gradi, che questa non vuol tanto essere una recensione. Quelle, come l’altra volta, meglio lasciarle fare agli esperti che ne capiscono di tutti i sofisticati collegamenti fra gruppi-generi-segoni-mentali che manco una delle lavagne di CSI in cui ci mettono tutte quelle puntine ed appunti a cercare di capire “lo schema”. Che poi io CSI manco lo guardo, ma suppongo sia così. Per capirci.

Dicevo. Giusto: per gradi. Allora oggi che è il 22 maggio esce “Singularity“, che è il nuovo disco degli Aleph Zero, che per chi non li conoscesse sono un duo post-sticazzi da Torino. “Post Sticazzi” è un genere che ho appena inventato io e all’incirca sta per “dopo che hai ascoltato sti pezzi ti vien da dire, appunto Sticazzi, però non basta, cioè senti che ti manca ancora qualcosa e non trovi quella parola che ti pare avercela sulla punta della lingua”. Descrizione lunga, ma va bene così.

Diciamolo subito apertamente: “Singularity” è stato registrato coi controcazzi. Per me che sono uno di quei geek del suono, che vanno a puntare l’indice e fanno mosse poco snob tipo che ad una degustazione di cibi di alta cucina si metterebbero ad annusare ogni portata prima di ficcarla in bocca, è una cosa che appunto ho “odorato” subito. Rispetto al lavoro precedente i ragazzi si sono dati una bella ripulita, hanno indossato i vestiti da festa e li han sporcati di fango con la millimetrica precisione di chi sa esattamente dove convincere Mastro Lindo a farsi fottere per il bene del rituale “calcio-nelle-palle” che negli Aleph esige sempre la sua stramaledetta parte.

La batteria ti prende e ti trascina, come sempre, per tutto il disco. Lo fa un pò a mò di segnale guida per evitare di perderti in mezzo alle esplosioni di chitarra che ogni tanto si fa melodica e malinconica, accompagnando delle voci che sono una delle novità del nuovo corso della beend. Gli Aleph devono aver fatto un bel respiro e devono essersi detti che c’erano parecchie cose che andavano urlate come cazzo si deve. Tipo quando prima di cacciare fuori tutto ci pensi bene e ponderi le parole e alla fine ti esce qualcosa che non era proprio quello che avevi pensato, magari. Però ti esce di pancia e così sono i testi: schiaffati in faccia col piglio diretto e minimale che non ti lascia scampo e ti si pianta in testa. Stupende le chitarre che portano avanti il discorso del vecchio disco, con intrecci sonori a volte quasi dissonanti ma che alla fine della fiera ritornano sempre sul seminato a farti capire che non si sta cazzeggiando come dei dodicenni al centro commerciale al sabato pomeriggio.

Per me è impossibile parlare di un disco senza parlare delle canzoni, perchè alla fine se racconti qualcosa di che cazzen vuoi metterti a parlare? Di chi/come/cosa/perchè influenza chi? Per carità lasciamo perdere sti esercizi di stile. Gli Aleph Zero oltre ad essere due amici musicisti che stimo, hanno una particolarità che apprezzo: quella di non cercare di scimmiottare forzatamente nessuno, pensando prevalentemente a guardarsi allo specchio per poi tirar fuori un’energia ed un piglio che rendono i loro brani, a mio modo di vedere, unici. Quella che io chiamerei “Personalità” ecco. Ci sono gruppi le cui canzoni possono essere suonate da chiunque, le canzoni degli Aleph se non fossero suonate da Gigi ed Emil, beh, semplicemente non sarebbero le stesse nella maniera più assoluta.

Il duo post-sticazzi mi ha fatto il grande piacere di farmi ascoltare dei provini prima di lanciarsi nelle registrazioni. Ricordo che alcuni brani mi garbavano, altri mi convincevano meno. Mi ha fatto davvero piacere trovarmi sorpreso davanti al prodotto finito del disco. Molti brani sono stati ri-arrangiati completamente, alcuni per come posso ricordare proprio stravolti. E allora m’è venuto da dire “mi avete fottuto di brutto”.

Se “Aleph Zero” è stato il disco della corsa sfrenata di otto canzoni, “Singularity” è la prova del fatto che dopo tanto fiato buttato, dopo i polmoni che bruciano mentre sputi a terra scivolando fra i riff, il bosco è stato conquistato e reso dimora fissa del duo. Questo lavoro lo vedo infatti sia come una prova di maturità del progetto “Aleph Zero”, che di consapevolezza della strada intrapresa. Ma ora basta cazzeggiare e andiamo a vedere le canzoni.

Control è la traccia che apre i cancelli al nuovo mondo. Non è più questione di scappare o fuggire. C’è da rimaner fermi ed urlare al buio. Neanche il tempo di scandire “We learned the same old story / making new mistakes” che vieni preso per il collo e trascinato nella tana del bianconiglio. Ritmo frenetico e chitarre che si aprono in armonizzazioni che cantano in contrappunto alle voci. E’ uno dei pezzi che più mi ha convinto dai primi ascolti.

Forget viene scelta come primo singolo, di cui è stato fatto un video in perfetto stile-Aleph. La chitarra malinconica con il delay corto ormai diventato un marchio di fabbrica che contraddistingue i tappeti sonori, fa da preludio alla cassa che ti si pianta nelle tempie come un chiodo.

Grumvalski arriva direttamente da “La Haine”, film culto di Kassovitz, in cui un singolare vecchietto racconta ai tre protagonisti una lezione di vita con al centro, appunto, Grumvalski. Mi è venuto naturale associare la canzone al film. Mi sono esattamente immaginato tutta quella scena con questo sottofondo e l’ho trovato calzante. Anche questa canzone mi ha subito colpito, ha il sapore di un inno quasi. Forse è anche lei un pò generazionale.

Amethyst come ho detto odio fare i paragoni con i gruppi, ma questa song mi ha subito portato alla mente le atmosfere di “Distal” dei Crash of Rhinos. Un ritornello che vedrei bene urlato in faccia ad uno stronzo troppo ubriaco al bancone di un pub, nella classica atmosfera fumosa che lascia spazio ai momenti riflessione annebbiata degli arpeggi.

Axis ti sto guardando dritto in faccia. Prendo le tue spalle e inizio a scuoterti perchè “We don’t know / We don’t know looking both directions”. L’idea è questa. Almeno per me. Come un sonoro, diretto e pesante “svegliati e prendi una direzione, anche se non sai dove si andrà a finire”. I padroni di casa, nel loro bosco, indicano più direzioni, consapevoli del fatto che alla fine nessuno ti indicherà mai la direzione giusta.

Happy Birthday la chiusura perfetta del disco. Un saluto che inizia quasi sulla melodia di una ballad che le voci subito strappano al suo destino. Perchè il compleanno è solo la metafora per un addio che non lascia molte altre strade aperte. Buon Compleanno, un altro anno è passato e ciò che è passato non torna, è invece consegnato alle sferzate finali di chitarra, che portano ad un break dal sapore di alcuni fraseggi del vecchio disco, nevrotico, introspettivo. Che si insinua sottopelle facendoti realizzare che sei stato tutti questi minuti al centro di uno spazio costruito a regola d’arte dai sei brani.

Quindi in buona sostanza a me “Singularity” è piaciuto molto, l’ho ascoltato parecchio a fondo e l’ho fatto da venerdì. “Come minchienh is that possible?”. Direte voi. Magari non direte un cazzo. Insomma ve lo dico io: vi siete persi il live di lancio a spazio 211, dove erano disponibili le prime copie fisiche del disco. Da oggi però trovate tutto nella formula “Up To You” sul loro spazio Bandcamp, quindi andate, ascoltateli e perdetevi anche voi nel bosco!

P.s. qui sotto trovate il video di “Forget” invece, che vi fa capire un pò di atmosfere!