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La mafia uccide solo d’estate

La mafia uccide solo d’estate

Posto 13, fila I. Mi alzo e con gli occhi un po’ lucidi partecipo con mia sorella all’applauso che nasce spontaneo alla fine del film. Il film è “La mafia uccide solo d’estate” e il regista è Pierfrancesco Diliberto, il “PIF” de “Il Testimone”, già “Iena” e già veejay per MTV. Chi un po’ conosce la sua storia sa che non è che si sia svegliato dall’oggi al domani nell’interesse verso la sua terra: la Sicilia e verso la sua città: Palermo. E quando si parla di Sicilia e di Palermo spunta sempre lei, la Mafia.

Il film non è bello. E’ meraviglioso. Perchè? Perchè ci sono attori bravi? Non solo. Perchè la storia è bella? No, non solo. Perchè è una storia raccontata bene? Forse sì. Forse proprio e principalmente per questo, assieme a tutto il resto. PIF ha il suo registro narrativo, quell’occhio disincantato del bambino che si interroga su ogni situazione in cui si trova a cozzare, e lo traspone molto bene anche nella sua prima opera da regista, di cui ha anche curato la sceneggiatura scritta a sei mani con Michele Astori e Marco Martani.

Il suo Arturo, protagonista del film, è una grandissima metafora di quello che tutti noi siamo chiamati ad essere davanti a qualcosa che non è solo Mafia, come in questo caso, ma è sopratutto ciò che ci circonda. Fare un film su Cosa Nostra, sulla stagione di sangue di Palermo nei decenni ’70-’80-’90, non è cosa semplice. Non è semplice riuscire a raccontare la storia, quella storia, senza scadere necessariamente nella distaccata caricatura o nella retorica didascalica più marcata. PIF riesce ad evitare tutto questo, facendoci seguire il filo rosso della vicenda dell’innamoramento epico-cavalleresco del suo piccolo, poi grande, protagonista, che nel mentre dirada una matassa tutto attorno che vede emergere i nomi di cui Palermo porta le lapidi nei suoi angoli e nelle sue vie, come cicatrici mai cauterizzate, troppo spesso inclini a finire nel dimenticatoio.

C’è lo sfondo della politica italiana di allora, per molti versi così simile a quella di adesso, c’è la longa manus della “mamma” DC, a cui si rivolgono diavoli e presunti santi. Ci sono gli scenari atroci in cui le personalità che allora combattevano la Mafia venivano poste, alla stregua di agnelli sacrificali con il destino già segnato. Ci sono le persone, quelle comuni, quelle che non sentono e non sanno e non hanno visto nulla, quelle che premono per poter poi urlare il proprio dolore ai funerali di Falcone, a quelli di Borsellino.

C’è il finale, molto emozionante, che non racconterò per non rovinare la sorpresa a chi il film non l’ha visto, che però ricorda come un monito quanto sia importante guardarsi attorno, aprire gli occhi, vivere la propria realtà, saper riconoscere ciò che è bene e ciò che è male, saper semplicemente dare un nome alle cose.

E poi c’è la coppia, seduta vicino ai posti che io e mia sorella occupavamo. A metà del film, durante la pausa, prendono e decidono di andarsene. Chiara mi dice: la tizia ha detto al ragazzo “Ma non era un film che doveva far ridere?”. Quindi vanno via. Scorrono i titoli finali e io applaudo e ho gli occhi un po’ lucidi, perchè si sa ormai piango per qualsiasi cosa. Però sono anche incazzato per quei due. E mi viene da pensare: La mafia uccide solo d’estate, l’ignoranza uccide tutti i giorni.

Non vi dico altro, il film è davvero da vedere, guardatelo e parlatene con qualcuno. Guardatelo e guardatevi attorno.