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L’Uomo di Marte

L’Uomo di Marte

Premessa: ho iniziato questo libro sapendo che presto verrà lanciato il filmz con Matt Damon, quindi son partito pensando “ci fanno un film su, sarà una cosa abbastanza leggera”. Zero proprio.

Parliamoci chiaro fin da subito, non è un tomo di Proust e ok, ci mancherebbe. Però non è nemmeno quella letturina alla “scrivo un libro di fantascienza ai limiti della realtà, quindi posso fare un po’ il cazzo che mi pare, caput?”. Ecco, ma andiamo con ordine. La sinossi è presto detta: Mark Watney è un astronauta della spedizione Ares3, inviata su Marte per bivaccare un tot con altri iu-es-ei-astronauts per la solita fuffa di esperimenti scientifici, raccolta campioni e così via. La sfiga ci vede benissimo anche su Marte e in mezzo ad una tempesta da 150 km/h, quindi mentre la truppa si prepara ad un aborto frettoloso della missione dopo pochi Sol (il Sol è l’unità di misura del giorno sul pianeta rosso), Watney ha un incidente, viene dato per disperso nella tempesta e quindi tanti saluti al modulo che riporta gli altri astronauti alla nave spaziale.

Da qui inizia la brutta faccenda che vedrà il nostro astronauta desaparecido salvarsi per “tanto così” svariate volte, campando come un moderno Robinson Crusoe ma senza Venerdì e senza un Wilson. Insomma mica una passeggiata. C’è da dire che Andy Weir, l’autore, ha decisamente messo giù il suo primo romanzo con una cura nei dettagli al limite del maniacale. Tutte le azioni e tutti i ragionamenti o trovate di Watney, infatti, si appoggiano a leggi fisiche e chimiche reali, ben descritte dal protagonista nei suoi diari. Insomma Weir non solo ha “fatto i compiti” ma si è decisamente superato: che dite, forse il crescere con un padre fisico che ti fa leggere tutti i classici della letteratura fantascientifica e avere una forma mentis da programmatore software aiuta?

Questo è stato proprio il punto che mi ha colpito e sorpreso: l’accuratezza. Come se tutto ciò che il novello MacGyver-style-Watney andava ad elaborare non fosse solo il frutto di un contesto romanzato, ma potesse svolgersi lì, realmente, in una sua fattibilità contestualizzata e giustificata.

Weir mi ha portato su Marte, l’ha fatto facendomi sentire una sorta di satellite-spia che da un lato osservava il protagonista immerso nei mega-casini e dall’altro teneva sotto controllo il resto del mondo con gli occhi puntati sul pianeta rosso.

Insomma il libro mi è piaciuto proprio, scritto bene e in maniera coinvolgente, tanto che non vedevo l’ora di riprenderlo in mano nelle mie pause pranzo o sul treno per sapere a che punto fosse Watney. Un paio di notti mi sono anche sognato i deserti sconfinati di Marte e direi che se un libro stuzzica così la tua immaginazione vuol dire che ha fatto centro!