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Memorie di un soldato bambino

Memorie di un soldato bambino

Questo libro scotta, scotta come il sole africano che abbraccia le lunghe giornate di quella terra, scotta come la pelle dei ragazzini in fuga dai propri villaggi, scotta come la canna di un mitra che ha appena sparato una sventagliata di quei “proiettili con le scie rosse”, scotta come la vergogna che ti brucia naturale, dentro, mentre i tuoi occhi lo divorano.

Ishmael Beah vive a New York, Stati Uniti, ha quasi la mia età (poco più grande) e ha un’infanzia che, come quella di molti suoi coetanei, gli è stata prima strappata via e poi ridotta a brandelli. Ishmael racconta in prima persona non solo la sua storia, ma anche, attraverso essa, il dramma dei bambini soldato, così comuni sul suolo africano. Un continente in cui il colonialismo occidentale è andato e tornato, lasciando quelle profonde cicatrici che periodicamente si infettano in spietate guerre civili, dove il “giusto” e lo “sbagliato” diventano concetti che si perdono nei fiumi di sangue, violenze e ferocia sistematica verso tutto e verso tutti.

Ishmael passa dall’essere un bambino in fuga dagli attacchi dei ribelli, scappando nella jungla con altri come lui e perdendo traccia della sua famiglia, fino al vedersi consegnare in mano un mitra. Per difendersi, per difendere una “causa” che gli viene propinata come deterrente prima alla paura, poi come cura al senso di vuoto sullo sfondo di quella polveriera che è la Sierra Leone negli anni ’90. Ishmael vede e fa cose che nessun essere umano, ancor di più bambino, dovrebbe vedere o fare. Come tanti spinto all’estremo da droghe e azzeramento delle speranze di vita, nel suo libro autobiografico non si risparmia tutto quel senso di colpa, tutta quell’angoscia e quell’enorme buco nero che possono lasciare solo vicende talmente truci da apparire quasi cinematografiche.

E’ un libro vibrante, intenso, scritto quasi con l’intento di una confessione, che però ha il grosso pregio di diventare un grande messaggio a chiare lettere: “quando parlate di Sierra Leone, quando parlate di Africa, state anche parlando di questo”. In un periodo in cui si sdoganano facilmente i “rimandateli a casa loro”, forse aprire gli occhi e comprendere quali siano le situazioni “a casa loro”, non sarebbe davvero male. Ma ovviamente rimane molto più semplice pendere dalle labbra del commento facebook del “politico” di turno in cerca di facili consensi, o del populismo becero volto ad ignorare il determinante storico che fa sì che noi tutti, cosidetti paesi occidentali “civilizzati”, siamo i primi responsabili della situazione politica Africana, fatta di colpi di stato e rovesciamenti di governo che non risparmiano niente e nessuno.

Sarebbe bello che libri come questo venissero proposti quando si parla di temi come “giorno della memoria”, perchè ricordarci di quel che è stato in grado di fare l’uomo non dovrebbe mai cancellare la consapevolezza di ciò che ha poi saputo fare e continua a fare in epoche più recenti.