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Furore – John Steinbeck

Furore – John Steinbeck

Steinbeck è uno di quegli autori che molti definiscono “classici imperdibili” che non avevo ancora mai affrontato. Forse proprio perchè tutti gli autori definiti “classici imperdibili” esercitano su di me una sorta di reazione uguale e contraria, come due poli magnetici con la stessa carica. Il timido approccio fatto con “I pascoli del cielo” ha spianato la strada a “Furore”.

Se col primo Steinbeck ero rimasto incredibilmente colpito, qui sono rimasto letteralmente sommerso da uno scrittore che non definirei “classico”, ma monumentale. Letteralmente.
Ho sempre avuto un particolare problema con le grandi altezze: quando da ragazzino mi sono trovato ad osservare a testa in su i dipinti a San Pietro o le guglie della Sagrada Famiglia, ho sempre dovuto cercare l’appoggio della mano di uno dei miei genitori, per non farmi stordire dal senso di vertigine.
“Furore” ha riproposto quella stessa sensazione di vertigine in senso letterario. La grandezza della penna di Steinbeck non è solo nella scelta delle parole, nelle frasi che sembrano letteralmente cucite con un processo che trasuda minuzia e riflessione, ma sopratutto nella storia, nell’epopea della famiglia Joad.

Lo scenario è quello della grande depressione americana di inizio ‘900, dove i mezzadri vengono cacciati dalla propria terra dalle Banche, paravento che nasconde la volontà di uomini disporsi ad arricchirsi sulle spalle di altri uomini, nonostante facciano parte del processo che alla lunga porterà alla loro stessa distruzione.
I Joad, come altri, prendono e si dirigono verso l’ovest, verso la speranza di una nuova vita, incontrando però tutte quelle difficili situazioni che fecero diventare i moti migratori interni al Paese un dramma nel dramma della grande depressione.

Steinbeck caratterizza così bene i personaggi, che alla fine diventano compagni di un viaggio difficile e impervio, in cui più volte ci si trova a vivere con loro le difficoltà, i piccoli momenti di felicità, i sentimenti che accompagnano le scelte e le situazioni che vivono sulla loro pelle. Particolarmente emblematica è la figura di “Mà”, la madre di famiglia che cerca di tenere uniti tutti e di spronarli ad andare avanti nonostante tutto. Nella donna di Steinbeck ci leggo molto di quello spirito di emancipazione che sarebbe esploso più avanti negli anni.

Il libro, inutile sottolinearlo, è meraviglioso. La sensazione è quella di trovarsi davanti ad una gemma perfetta o, meglio, davanti ad uno stupendo cielo stellato in montagna, in una notte senza nuvole: maestoso e sovrastante.

La gente non muore mai fino in fondo. La gente continua come il fiume: magari cambia un po’, ma non finisce mai.