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Francis Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby

Francis Scott Fitzgerald – Il grande Gatsby

Che libro, signore e signori, che-libro! Non mi capitava da tempo immemore di prendere in mano un testo e divorarlo, letteralmente, così velocemente. In questo caso il libro di Fitzgerald è riuscito a durare poche ore, quelle che vanno dalla mia prima pagina, aperta sul sempiterno 4-direzione-Borgo-Dora-Torino, all’ultima sfogliata a letto, nella mia posizione-lettura preferita: a pancia in giù. Sicuramente, c’è da dire, l’aver perso per pochi minuti il mio treno del ritorno a casa, alla sera, ha dato ottimo combustibile alla causa. C’è da dire, però, che ha fatto diventare la scazzatissima attesa un momento fighissimo.

Che dire, questo romanzo rientra ovviamente in quei “Classici” verso i quali per mia tara mentale ho sempre un approccio “piedi-di-piombo”. Quindi iniziando la lettura mi sono detto “vacci cauto e sereno, Marco, che magari ti trovi davanti un bel mattonazzo di quelli da inizio ‘900”. E invece no. Assolutamente, sottolineo più volte, irrimediabilmente, no! Il testo di Fitzgerald è un fulgido esempio di come un libro possa modellarsi nel tempo, adattandosi ad epoche diverse rispetto a quelle in cui è ambientato. Un po’ quasi come un dramma Shakesperiano. Perché tiro in ballo Shakespeare? Semplice: perché la prima immagine che mi si è costruita nella testa è stata quella di millemila possibili trasposizioni in chiave moderna della storia, come capitato in passato per il bellissimo “Romeo + Juliet”.

Al centro delle vicende c’è un amore, un intrigo di vite che percorrono sentieri diversi per poi cercare, a forza e con la convinzione del “destino”, di ritrovarsi. Ma alla fine del libro vien da chiedersi se il vero tema non fossero invece le dinamiche che esplodono a fianco delle vicende. Le modalità, gli atteggiamenti, il dipinto di una decadenza generazionale che emerge fra le nebbie delle sigarette e il rumore del ghiaccio nei cocktail.
Fitzgerald non dipinge solo delle scene, le scolpisce, le rende tridimensionali rispetto al lettore, che si sente trasportato fisicamente e sensorialmente nelle vicende. Il tutto con una facilità stilistica disarmante.

A tratti, sopratutto all’inizio e in alcuni punti centrali, ho faticato a tenere il filo della narrazione. Ho avvertito quasi un senso lisergico nell’intercalare dei periodi, delle parole, dei concetti. Ma sempre, e questo è un grande merito, dicevo sempre, proprio nel momento in cui stava per sorgere la domanda “ma dove mi sono perso?” ecco che arrivavo a ritrovarmi, riuscendo anche a vedere un senso nel disorientamento precedente.

“Il Grande Gatsby” racconta una storia che si presta a più livelli di lettura e proprio per questo ha acceso ed aumentato la mia curiosità. Man mano che ripenso alle varie parti lette, riesco a trovarci significati e chiavi di interpretazione diversi. In sintesi, un grande classico che mantiene e sicuramente supera le mie aspettative.

Buona abbuffata.