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Joël Dicker – La verità sul caso Harry Quebert

Joël Dicker – La verità sul caso Harry Quebert

A volte la necessità di porsi domande retoriche supera i confini dell’auto-indulgenza. A volte ci si prenderebbe metaforicamente un po’ a schiaffi davanti a considerazioni ovvie come: “Wow hey sto leggendo un bel giallo, ma cazzarola perché mi sono dimenticato che alla fine, a me, i bei gialli son sempre piaciuti?”.
Ecco. Il mio rapporto con il genere si lega in maniera osmotica a Conan Doyle e al suo Sherlock Holmes; la mente vaga fino ad un preciso pomeriggio di luglio, in cui la versione di me adolescente prende in mano un libricino regalatogli dalla nonna. Una versione tascabile, un po’ segnata, de “Il Mastino dei Baskerville”. L’illuminazione!

Come un amore travolgente, quell’estate mi lasciai sedurre dal fascino del personaggio di Doyle, addentando per la prima volta il genere “giallo” e, purtroppo per lui, facendo diventare i libri di Sherlock Holmes lo scomodo metro di giudizio con cui avrei soppesato qualsiasi altro romanzo di questo filone letterario.

Mi mettono in mano questo mattonazzo da ennemila pagine e mi dicono “vai vai, leggi, tu che leggi su treno, metro, panchine, divani, amache. leggi che è un bel libro e ti rapisce”. Allora io solitamente reagisco male alle pressioni di lettura, ma dopo aver esaurito un paio di libri pregressi mi son detto “perché no?”. Sulla linea 4 in direzione Borgo Dora, Torino, ho quindi iniziato un bel libro giallo, che come da premesse si fa leggere, come da premesse superato un certo punto ti rapisce e ti dice “andiamo fino alla fine a vedere com’è andata veramente?”.

Dicker rientra a pieno titolo in quella schiera di scrittori che io considero “ammeregani” (con due emme e la gì). Non tanto perché lo siano effettivamente (infatti lui è Svizzero), ma più che altro per lo stile, la verve narrativa, la sensazione di trovarsi innnanzi una sorta di schema da “morfologia della fiaba” di Propp. Intendiamoci: il libro è scritto bene, rientra a piè pari nel genere “giallo”, con tanto di colpi di scena, lunghi giri in cui il lettore viene portato a considerare e sondare tutti i possibili scenari, ma? Ma, ecco, forse a mio gusto manca un po’ di sale. Il sale è importante: mettine troppo e ti ritrovi con una stucchevole caricatura della storia che stai cercando di raccontare, mettine troppo poco e una narrativa di per sé fluida e convincente, non riesce a decollare propriamente quando alcuni dettagli rimangono “flat”, quasi portando il lettore ad uno stadio di “cheppallismo” preoccupante.

I personaggi sono ben caratterizzati, anche se a mio modo di vedere un po’ troppo stereotipati nei loro rispettivi ruoli. Questo sicuramente conferisce al libro quella sensazione di solidità che evidentemente l’autore ha ben pensato di tenere da conto, assicurandosi che la checklist dei punti della mia idea di “ammeregan-style” venisse rispettata con preciso rigore. La storia, tuttavia, è interessante e ben costruita nel dilungarsi delle vicende. Anche se alla fine la domanda che mi sono posto è stata: ma avrebbe potuto scrivere la stessa storia con almeno duecento pagine in meno?
La risposta è sicuramente sì.

Ci sono storie che necessitano di tutta la lunghezza adatta per svilupparsi, presentarsi al lettore e chiudere il cerchio. Penso che esista una sorta di loggia massonica di scrittori aderenti all’ammeregan-style che DEVONO assolutamente produrre mattonazzi da più di seicento pagine, altrimenti “non vale”.
In ogni caso non mi dilungherò in altro modo, penso che il libro sia una lettura piacevole, adattissima sia che vi troviate sotto un ombrellone, su una sedia sdraio, su un lettino, su un divano, su un’amaca o sulla linea 4 in direzione Borgo Dora, Torino.