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Suttree – Cormac McCarthy

Suttree – Cormac McCarthy

Cormac McCarthy è uno di quegli autori che devo sempre prendere con le pinze, questo perché indubbiamente si manifesta come uno di quelli che fin da subito, fin dalle prime frasi e parole, instilla nel mio profondo un senso di inadeguata piccolezza.
Insomma se uno ha una mezza idea di scrivere qualcosa, per me, legge McCarthy e dice “merda, di cosa stiamo parlando? questo è un mostro”. E anche in Suttree lo conferma: ogni periodo, ogni concetto, ogni immagine evocata, hanno una forza una magnificenza ed una cura da lasciare a bocca aperta.
Come entrare in casa di un amico, trovarla perfetta, così perfetta, che neanche a sforzarsi si riesce a trovare un angolo con della polvere o una parete trascurata.

C’è, tuttavia, un grandissimo “MA”. Già, perché a volte il troppo rischia di stroppiare ed a volte la forma fa perdere qualcosa alla sostanza. Questa sensazione, con McCarthy mi è già capitata in passato con alcuni suoi libri. Trovo molto sintomatico che l’autore, a mio gusto personale, sia riuscito ad esprimersi a livelli di pura perfezione forma/sostanza in due dei suoi romanzi più brevi, più intensi, forse proprio perché più concisi meno auto referenziali: “Non è un paese per vecchi” e “La Strada”.

Suttree è la storia di un figlio della grande depressione, nella provincia americana. Una delle vittime o forse uno degli involontari anti-eroi dell’American Dream; una vita ai margini di Knoxville, tirata avanti grazie ad una barca di fortuna con cui pesca il suo sostentamento e una casa galleggiante che trascende il concetto di “proprietà” e si avvicina di più a quello di “casualità”.

Il romanzo evoca forti immagini di un’esistenza che si snoda lentamente fra balordi borderline, macchiette “Freak” di un grande circo di miserabili dichiaratamente senza futuro, con il “domani” come unico traguardo e l’ “adesso” come sola certezza. Suttree potrebbe vagamente ricordare un personaggio alla Chinaski di Bukowski, ma spogliato di ogni aspetto tragicomico o intrigante, completamente annullato in un vortice di nichilismo in cui si ha la sensazione, a tratti, cerchi di correre incontro come unica espiazione per la propria colpa originale dell’esserci e del respirare.

In tutto questo Knoxville è la calamita che attira Suttree ogni volta, dopo miserabili tentativi di cambiare le carte in tavola la città, i suoi luoghi, le sue persone, diventano la comoda coperta di Linus alla quale il protagonista sa poter tornare. Il tutto senza rendersi conto (o volutamente ignorando) del principio che lo porta sempre più a scendere i gradini del proprio esistenzialismo autolesionista.

Come detto, il libro è scritto in maniera molto forte, come solo McCarthy sa fare. La sua capacità di evocare immagini e sensazioni è impareggiabile: ci si trova letteralmente trasportati nei luoghi, potendo avvertire gli odori e le sensazioni descritte.
Cosa non mi ha convinto? La lunghezza, l’eccessiva ridondanza di alcuni particolari che rischiano più volte di far arenare la lettura.

Una lettura non semplice, un viaggio esistenziale attraverso gli occhi di un personaggio che si sente sconfitto ma mai fino al punto da gettare la spugna, almeno non consapevolmente. In una frase: l’inerzia dell’essere.