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Come un fulmine – Usain Bolt

Come un fulmine – Usain Bolt

Da quando ho scoperto il singolare piacere della lettura di autobiografie, non ho perso un’occasione per accumularne quasi compulsivamente una scorta che poi sistematicamente tengo lì, da parte, e ogni tanto inizio.

L’autobiografia che Bolt ha scritto per mezzo della penna di Matt Allen, sarà più di un anno che giaceva nel mio Kindle, osservandomi ammiccante ogni volta che con il dito indugiavo su quale nuova lettura andare ad iniziare. Anzi, ricordo precisamente che la scorsa estate, durante le olimpiadi di Rio 2016, ero stato lì lì sul punto di cominciarla, salvo fermarmi per un semplice motivo: non ce la faccio a leggere una biografia di qualcuno che è ancora in attività. O meglio, non ce la faccio se l’attività in questione è lo sport che amo sopra ogni altro: l’atletica leggera.

Qui la premessa è d’obbligo. Leggere un libro di un personaggio legato al mondo dell’atletica da innamorato, praticante e coinvolto nello sport in questione (l’Atletica Volpiano per me è un legame fortissimo ed estensione naturale della mia vita) è tutto un altro paio di maniche. Perché a prescindere dal livello praticato, ci sono tantissime situazioni, percezioni, sentimenti, che accomunano tutti gli atleti, anche di specialità diverse. Anche se, come nel mio caso, la predilezione per il fondo e mezzofondo mi pone sicuramente con un occhio ancora diverso davanti alla storia di un velocista. Quello più forte della Storia, per la precisione.

Ho aspettato, quindi, ho aspettato che si arrivasse a questi mondiali di Londra del 2017, atto finale di quell’incredibile carriera che è stata scritta dal fulmine giamaicano. Bolt è appena uscito dalla scena, non come avrebbe voluto e quindi per dare un senso al finale ho sentito quasi la necessità di capire meglio l’uomo e l’atleta.

La sua autobiografia è una lettura piacevole, una storia fatta di un grandissimo talento che però (e Usain lo sottolinea più volte) senza il lavoro e la dedizione, in costante conflitto con una sua quasi atavica pigrizia neanche troppo latente, è impossibile andare ad esprimere ai livelli che gli han fatto scrivere pagine granitiche dell’Atletica mondiale.

Bolt è stato un atleta in grado di sconfiggere in primis se stesso, riuscendo a portarsi al limite per arrivare sempre preparato, sempre al cento per cento ai grandi appuntamenti di olimpiadi e mondiali. Dietro il fare guascone, dietro i sorrisi alla fine di ognuna di quelle vittorie che sempre apparivano “facili” per come solitamente maturavano, per come evidenziavano una superiorità così schiacciante, non veniva sicuramente da pensare al prima, a ciò che serve per costruire risultati simili.

Il talento aiuta ma se non viene concimato, curato e coltivato, appassisce. La storia di Bolt è di gioia ed entusiasmo per lo sport, naturalezza e voglia di competere nel pieno della spontaneità. La storia di chi ha avuto come prima palestra la jungla vicino casa e come prime piste corsie fatte di erba.

Il racconto si ferma al 2013, anno della vittoria ai mondiali di Mosca, anno in cui Usain si chiedeva “riuscirò ad arrivare a Rio ancora competitivo?”. La risposta il mondo l’ha avuta un anno fa, con altri tre ori: 100,200 e 4×100, mai nessuno come lui in tre edizioni consecutive dei Giochi.

Di pochi giorni fa l’ultimo palcoscenico a Londra, sui cento metri, non la sua distanza preferita, ma forse quella che meglio si poteva coniugare con i cronici problemi alla schiena che da sempre minano le sue stagioni. Mancherà al mondo dell’Atletica non un personaggio “come” Usain Bolt. Mancherà Usain Bolt, senza andare adesso a scomodarci nella frenetica ricerca di un erede a tutti i costi.

Bolt è stato un fulmine e come tale unico, irripetibile, che ha illuminato il mondo rivoltando come un calzino quel bellissimo sport che è l’Atletica Leggera.