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Leonard Daventry – Ricordatevi di noi

Leonard Daventry – Ricordatevi di noi

Ogni tanto mi capita di prendere e pescare, quasi a caso, un libro della famosa serie “Urania”. Quella che nel mio immaginario rimane e rimarrà sempre legata alle copertine bianche con tondo e grafica al centro, che mi capitava di trovare a casa di mia nonna, fra i vecchi libri di uno zio. Mi sembra ancora adesso di riuscire a sentire la percezione al tatto della copertina e l’odore, segnato dal tempo, delle pagine.

Torniamo a noi dopo questa struggente premessa dai de-saturati toni della true malinconia. Come da intro: prendere un libro a caso e leggerlo non è cosa molto da me, ma complice il kindle e complice la nomea della “Serie Urania”, solo per questa collana, mi concedo l’atteggiamento out-of-the-box. Perché? Semplice, perché raramente mi è capitato di rimanere deluso da qualche libro selezionato. E poi, diciamocelo, già l’incipit di questo “Ricordatevi di noi” aveva saputo catturarmi a dovere con una piccola, semplice, mai trascurabile, parolina magica: “post-apocalittico”.

Il romanzo di Daventry si legge rapidamente e con una buona scorrevolezza narrativa, non immaginatevi (almeno a mio modo di vedere) una pietra miliare della letteratura sci-fi post-apocalittica. È un libro con una storia a tratti tirata un po’ per i capelli e tenuta assieme con sputo, colla coccoina e stuzzicadenti con gli ombrellini, ma di fondo l’idea è riuscita ad intrigarmi e forse, dico forse, avrebbe meritato una sorte migliore nel suo sviluppo.

Il libro ci porta tutti su un’astronave, la “Nuovo Mondo”, che è una sorta di “Arca di Noè” spaziale, costruita per raccogliere la crème della razza umana alla soglia di un conflitto nucleare. Qualcosa tuttavia non va come preventivato e le prime bombe lanciate in maniera incontrollata fanno sì che nello spazio non si ritrovino proprio esattamente gli equipaggi preventivati, bensì il meglio di quel che si era riusciti a raccattare nelle ultime fasi concitate del grande show della fine del pianeta terra by miriadi di esplosioni atomiche from human mankind with love.
Un po’ come quando devi spiegare ad un neo diciottenne chi potrà scegliere alle prossime politiche, insomma.

Sotto la guida di un capitano da tutti definito “simpatico come due dita in c**o”, la voce narrante dello psichiatra di bordo, laureato all’università della vita (e, a differenza dei giorni nostri, con una fottuta paura di essere scoperto), ci guida nella storia che Daventry tesse, a volte dimenticandosi che se inizi a cucire con filo nero su tessuto nero, non puoi cambiare improvvisamente colore senza almeno pungerti un dito.

Il grosso tarlo del comandante-simpatia è uno solo: “la razza umana DEVE sopravvivere”. No matter what. Quindi diventa una di quelle fisse tali che gli fan dimenticare tutte quelle cose che ci fanno rimanere sani di mente in qualità di esseri umani: fare minchiate (ogni tanto), sorridere (ogni tanto), scambiare due parole con qualcuno senza avere una scopa in culo, pensare anche ad altro, tipo svagarsi proprio.

Ora, la mia etica no-spoiler mi dice che nei confronti della storia è bene non aggiungere altro per non rovinarvi la miriade di trovate ge-ni-a-li che il nostro “major-Tom” d’occasione arriva ad escogitare per portare avanti questa sua fissa fotonica. Vi dico solo che sono un crescendo di assurdità, e che sono così assurde da riuscire a fare il giro dell’orologio e diventare quasi credibili. Insomma Daventry ti convince proprio che non devi fare come il comandante, devi toglierti la tua, di scopa in culo, e lasciarti andare ad una storia sci-fi che ti vuol provare anche l’inimmaginabile.

Mandate a dormire il vostro ego, quindi, e godetevi un po’ di sano “entertainment” old style, su carta stampata. E comunque, devo dirlo, mi sembra molto molto strano che del libro non abbiano tirato fuori quantomeno una sceneggiatura per qualche film, perché ad una certa ogni frase sembrava urlare “ti prego, fai un film di me e di tutto questo!”.

La morale di questo libro è: non si può vivere mangiando solo patatine e popcorn, ma c’è anche da dire che ogni tanto patatine e popcorn ci stanno.
Di brutto!