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Joyce Carol Oates – L’Occhio del Male

Joyce Carol Oates – L’Occhio del Male

Io e Joyce Carol Oates non abbiamo iniziato con il piede giusto. Assolutamente. Il suo “Zombie” mi era sembrato un grosso esercizio di stile abbastanza sterile: come dire “Hey bello guarda cosa so fare con la mia bicicletta!” e giù di trick e contro trick. Sì, ma io ti avevo chiesto di arrivare velocemente ad un punto pedalando, non di fare la foca monaca. Quindi perché riprendere un’autrice che mi ha deluso? Perché una seconda possibilità la meritano tutti, perché non mi piace bollare le cose per partito preso (magari ho beccato l’unico libro-orticaria, sai mai) e perché stiamo parlando di una raccolta di racconti.

Insomma, Joyce Carol Oates (facciamo che da adesso ti chiamerò JCO che sennò mi consumo le dita a scriverti ogni volta per esteso), se con un romanzo secco mi hai deluso, magari con una serie di racconti mi farai vedere che oltre a tutta quella indiscussa abilità narrativa sei anche di sostanza! Per farlo l’autrice ha in serbo quattro vicende, quattro storie tutte unite dal sottile filo rosso dell’amohre. Sì, quello con l’H, quello che quindi è un amore aspirato, risucchiato all’interno di contesti che ne mettono in luce la sua matrice deviata, ossessionata, malata.

JCO racconta situazioni che partono da una dimensione familiare, tranquilla, fatta di relazioni in cui l’amore semplice e apparentemente limpido piano piano si tinge di macchie dense e scure, macchie che con molta abilità l’autrice riesce a far avvertire al lettore quasi come fossero una crosta sulla pelle da grattare via. Un elemento disturbante in cui ci si trova a stringere il libro pensando “oh no dai, non così, dài porca merda che stai facendo?” ad ogni azione dei personaggi in ballo. Se ancora ve lo steste domandando la risposta è “Sì”, con questo libro JCO mi ha convinto che è in grado di dare una bella sostanza alla sua narrativa, al netto di quell’abilità tecnica che bla bla bla ecc ecc ecc e vissero felici e contenti.

Proprio a voler cercare il pelo nell’uovo, forse a tratti non mi torna troppo il fatto che, trasversalmente, la figura femminile descritta da un’autrice donna, abbia dei tratti vagamente troppo “passivi” e da “vittima sacrificale” rispetto alle vicende narrate. Ma penso sia una scelta ben precisa per far uscire da una ferita aperta tutto il pus necessario ad una catarsi finale (non sempre, però, quella che vi potreste aspettare).

A sto giro, quindi JCO la promuovo, i suoi racconti a sfondo dark mi han convinto e penso che, chissà, in futuro andrò alla ricerca di qualche altro suo libro, magari tornando su un romanzo secco.