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Jonathan Safran Foer – Ogni Cosa è Illuminata

Jonathan Safran Foer – Ogni Cosa è Illuminata

Senza preamboli, diretto e sincero: questo libro è un libro meraviglioso e se ti piace scrivere, e leggere, e sei di quelli che son lì lì che pensano “prima o poi scriverò qualcosa tipo, chessò, un libro”, realizzare che Jonathan Safran Foer ha scritto “Ogni cosa è Illuminata” a venticinque anni, ti taglia un po’ le gambe. Diciamo che ti fa sentire un idiota che può pensare al massimo ad usare una biro per scaccolarsi. Ecco.

A sto giro siamo in uno degli svariati casi in cui il film (visto davvero moltitroppi anni fa) è venuto prima della mia lettura del libro. Ricordo che al tempo, commentando la pellicola con Elijah-ho-stretto-un-patto-col-diavolo Wood, diverse persone mi dissero “ahhh ma il libro, è una cosa FE-NO-ME-NA-LE, DEVI assolutamente leggerlo. Capish? DEVI!”. Ecco. Quella parola lì. Quel “DEVI” pronunciato tutto maiuscolo e con l’enfasi di chi è iscritto al registro degli indagati per farmi venire l’orticaria, alla fine, ottiene sempre due possibili risultati:

a) mi fa, effettivamente, venire l’orticaria
b) mi fa annuire con un sorriso più spento di una giornata di nebbia in Val Padana, pronunciando il classico “Sicuro, me lo segno”.

Quindi “Ogni cosa è illuminata” è scivolato nei meandri della mia memoria, in quella sacca dei “DEVIconsigli” da cui, per onore del vero e dell’onestà verso chi mi propone varie robe, ogni tanto vado a ravanare tirando fuori qualcosa. Questo perché non sono uno che porta rancore verso i “DEVI” lanciati tipo stelline ninja, sia chiaro e sia messo agli atti.

Mi sono quindi ricordato di Safran Foer un paio di settimane fa e BAM, senza colpo ferire in tempo super breve avevo fra le mani il suo primo libro. Non sono servite neanche trenta pagine per farmi sentire piccolo piccolo, tipo minuscolo. Non ne sono servite venti per attirarmi occhiate dai compagni-pendolari del treno, che mi vedevano ridere mettendomi la mano davanti alla bocca. Ho scoperto che ad oggi pare socialmente inaccettabile ridere perché si legge un libro, si può farlo solo con un auricolare attaccato alle orecchie.

Dopo questa frecciata polemica passivo-aggressiva sui “tempi moderni”, andiamo avanti. Safran Foer a VENTICINQUE (signori, cazzo, ripetiamolo insieme ad alta voce) anni scrive una roba fotonica, con una sensibilità ed un’intelligenza fuori da ogni logica. Ci sono parti di questo libro che andrebbero prese e incorniciate in maniera sequenziale in una stanza, come diceva il buon Indiana Jones mentre si pigliava pugni da contrabbandieri di reperti archeologici: “questa cosa dovrebbe stare in un museoooouhhrghh!”.

“Ogni cosa è illuminata” non è, per come la vedo io, solo una storia autobiografica che scava nelle origini della famiglia dell’autore, ma un vero e proprio romanzo di formazione che coinvolge il Jonathan un po’ sprovveduto che si mette alla ricerca di una città sconosciuta dell’Ucraina e la sua guida, Alex-Sasha, che arriverà a scoprire delle verità sulla sua, di famiglia. Entrambi i personaggi si troveranno a dover crescere, a dover fare delle scelte interiori per poter gestire un passato che, se anche non li coinvolge direttamente, amplifica sulle loro vite i suoi effetti. Come un sasso lanciato in uno stagno, che genera cerchi concentrici sempre più lontani, ma legati ad una comune origine.

Safran Foer si mette da subito, con il suo primo libro, nella scomodissima posizione del dover affrontare temi importanti che hanno segnato un’epoca dura come quella della seconda guerra mondiale. Genocidio, campi di concentramento, tragedie di famiglie semplici consegnate alla storia dei crimini di guerra. È difficile raccontare queste cose, ma l’autore riesce a farlo un momento con l’allegoria, un altro con l’intervento di Alex-Sasha che stempera il clima, quasi come se fosse preoccupato per il suo lettore. Quasi come se cercasse di non rendere troppo amara una pillola che sa già sarà comunque difficile da mandare giù per tutti. Per lui che scrive e per noi che leggiamo.

Ho trovato bellissima la caratterizzazione delle figure che via via Safran Foer presenta, tralasciando quasi sé stesso per concentrarsi più su Alex-Sasha, giovane guida in terra ucraina, su suo nonno Alex (finto cieco che ci vede benissimo), la cagnetta Sammy Davis Junior Junior e tutti quei personaggi che emergono dal passato, come gli antenati Brod e l’ “Uomo di Kolki”, il nonno Safran e, in ultimo Augustine. Quella Augustine che salvando il nonno di Jonathan permetterà di fatto l’esistenza di Jonathan stesso.

Nomi come Trachimbrod, il piccolo shtetl (villaggio) che fa da conchiglia all’intrecciarsi di vicende remote e meno remote, diventano per chi legge così familiari che quasi si ha la sensazione di sentire scorrere fra le pagine il fiume Brod, dove all’inizio del libro nasce la bambina che porterà il suo stesso nome. Alex e il nonno, anche lui Alex, assieme a Sammy Davis Junior Junior e al loro inglese masticato in profonde perifrasi dell’assurdo, hanno lasciato un enorme vuoto all’ultima pagina di questo romanzo. Quasi come fossero persone diventate così reali quasi quanto dei compagni di viaggio.

Non voglio raccontare altro sulla trama della storia, che va assolutamente scoperta pagina dopo pagina. Finire questo libro, però, mi ha ricordato come ci siano delle storie che quando si concludono lasciano a chi legge un senso di solitudine, di mancanza. Sono le letture più belle.

Deve ancora nascere un essere umano che sopravviva a un periodo storico che non contenga almeno una fine del mondo.