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John Steinbeck – La corriera stravagante

John Steinbeck – La corriera stravagante

Il panettiere da cui prendo solitamente il pane, sa farlo in maniera da top player. Insomma, per me che ormai sono abituato e sono un tizio abitudinario, lo fa da premio Oscar del pane. Però c’è un però. C’è sempre un però, quando uno fa certe premesse. Quello di questa è che ogni tanto, non si capisce come sia possibile, qualcosa va storto. Il pane non riesce come sempre e sebbene esteticamente si presenti esattamente come tutte le altre volte, il sapore non segue la sensazione visiva. Forma ok ma sostanza no. E questo, inutile precisare, genera una tristezza di proporzioni fallout biblico, che arriva a minare le mie più solide e radicate certezze sulla vita.

Non è vero, ma ci stava per chiudere con pathos il concetto.
Cosa c’entra il mio panettiere con John Steinbeck? C’entra, perché Steinbeck è il mio panettiere. Oddio non in senso letterale, ma sicuramente è uno di quegli autori che considero dei bomber a tutto campo della letteratura. Lasciamo stare che ha vinto un premio Nobel per la letteratura (parentesi: vi ricordo che il premio Nobel porta il nome di quello che ha inventato la dinamite, chiusa parentesi), “Furore” è assolutamente un capolavoro che non si può non leggere nella proverbiale rickymartiniana “vida loca” che contraddistingue ogni nostra piccola esistenza, e qualsiasi cosa mi sia capitata fra le mani dell’autore ammeregano è sempre stata una chicca, vuoi per la narrazione, vuoi per i concetti, vuoi per tutto.

È quindi con profondo rammarico che ho addentato questo “La corriera stravagante” sentendo già dopo poche pagine la mancanza di quel “quid” che contraddistingue il mio panettiere. Cioè Steinbeck. Capiamoci: siamo sempre davanti ad un grandmaster-sticazzi della narrazione, quindi come descrive, connota e inserisce nella storia i personaggi, è un qualcosa dall’efficacia narrativa di un pezzo grosso. Ma tolto questo, tolto lo stile, questo libro non mi ha lasciato altri sapori in bocca che non fossero stantii interrogativi sul dove volesse andare a parare l’autore.

La sinossi è presto detta: una corriera di eterogenei viaggiatori viaggia lungo la California e si trova in panne e da lì parte una rete di reazioni più o meno singolari.Una situazione che arriva dopo che Steinbeck ci ha già fatto un super pippone preparatorio (peggio dei miei) sulla psicologia di ogni singolo passeggero. Sappiamo come pensano, sappiamo cosa fanno nella vita, sappiamo la password dei loro Facebook, numero di scarpe, numero di telefono e pure quella volta che si sono nascosti a guardare i filmini da adulti da adolescenti. Davvero, Cambridge Analytica levate che arriva lo zio John a fare di mezzo libro il profilo dei personaggi.

È proprio qui che non si capisce cosa stia succedendo realmente. Perché tutte quelle informazioni, tutti quei dettagli costruiti e buttati lì, ti fanno sentire come quando stai guardando “Lost” e ad un certo punto gli sceneggiatori scelgono di usare i millemila ami narrativi lanciati nella serie come palline per un contest di tiri liberi sul cestino della spazzatura. Magari Steinbeck era stanco e non aveva proprio i cazzi di scrivere sto libro, non so, magari anche al mio panettiere la mattina capita di svegliarsi con le palle girate per qualcosa della sera precedente e si dimentica di fare quel pane così super. Magari è quello. Quel che è certo è che questo libro è bello, molto bello, nella sua forma, ma nella sostanza si perde come mi perdo io al “Quadrilatero” a Torino.

In conclusione, anche ai panettieri migliori capita di fare qualche errore.
Anche ai John Steinbeck capita di scrivere dei libri pallosi!