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Motta – Vivere o Morire

Motta – Vivere o Morire

Non capita sovente ma ogni tanto mi piace provare a lanciarmi in recensioni di dischi. Non capita sovente per due motivi: il primo è che quando mi metto a scrivere di musica penso sempre di non avere abbastanza parole per farmi capire e, sopratutto, mi viene in mente il faccione di Frank Zappa che mi punta il dito contro stile Uncle Sam e mi sputa in faccia il classico “I critici musicali sono persone che non sanno scrivere, che intervistano persone che non sanno parlare, per un pubblico che non sa leggere”. Il secondo motivo è che da sempre la musica ha i suoi ultras e tifosi, che per me è una cosa inconcepibile.

Dai porca merda stiamoci dentro. Presente? Quelli che se gli tocchi l’artista si trasformano da pacati esseri umani a lobotomizzati agglomerati cellulari urlanti le loro ragioni a prescindere. Che poi ci sta, per carità, avere i propri pupilli musicali, ma se uno fa un bel disco diciamolo a prescindere delle “fazioni” (sì, tipo rapper americani), così come se uno fa na cagata epica opinioneggiamo come piccoli Marzullo in fìeri no?

Se sei ancora qui a leggere dopo il pippone introduttivo, hai appena vinto un mappamondo e sei consapevole che non ti ritroverai davanti ad una recensione alla Rockit.
Veniamo al nostro “Vivere o Morire”, secondo disco di Francesco Motta, in arte semplicemente “Motta”. Si dice “in arte” in questo caso? Teniamoci il dubbio, così come io mi terrò questa immagine personale di Motta preso costantemente in giro, da ragazzino, sopratutto sotto Natale. O tipo ogni volta che qualcuno tirava fuori una merendina Girella. I feel you, quando hai il classico cognome che fa fare le peggio associazioni demmerda alla gente.

Il primo disco di Motta mi è piaciuto. Molto. E non credevo. Dico non credevo perché chi mi conosce sa che io dei cantautori italiani, di quelli di oggi intendo, non mi fido manco per i cazzi.
Non mi fido perché trovo che mediamente manchino di sincerità verso se stessi, verso quel che suonano e conseguentemente verso il modo di porsi nei confronti del loro pubblico. Motta no. E questa è la prima cosa che mi ha colpito.
Tutte le belle premesse del suo esordio dovevano, nella mia testa, arrivare alla “prova del nove” del secondo album, senza usare le scorciatoie infime che io usavo alle elementari per far venire tutte le prove del nove ever.

Il lancio dei primi due pezzi in anteprima mi aveva fatto ben sperare. Sopratutto “Ed è quasi come essere felice” l’ho trovato un pezzone che si è annidato nei meandri del mio cervello per spuntare a targhe alterne e ogni tre per due nel corso delle mie giornate. Una scelta coraggiosa quella di un brano così particolare per presentarsi con il nuovo disco, una scelta che ho apprezzato così come poi, super mega spoiler, ho apprezzato l’intero “Vivere o Morire”.

Nove brani che si snodano facili in un ascolto che dubito, nella loro scaletta, sia tanto casuale. Dividiamo due aspetti: quello prettamente musicale e quello dei contenuti, dei testi. Nel primo caso il lavoro è veramente “impressive” come dicono gli inglesi. La scelta dei suoni e degli arrangiamenti attinge a tratti dai canoni classici della sfera cantautorale, MA (diciamolo subito con un MA scritto in maiuscolo) si arricchisce di moltissime componenti che vengono sicuramente dalla sensibilità musicale propria di Motta. Si ha, insomma, la netta impressione che il cuore del sound sia qualcosa di personale, un mix di sonorità internazionali calate in un registro nuovo, una sorta di lettering musicale che diventa un font sans serif. Tipo un “Motta-Sound.ttf”. Fra l’altro vedere che fra i musici che collaborano c’è anche quel Giorgio Maria Condemi che, capitato per caso a sentire il mio gruppo durante un concerto milanese, ci fece degli inaspettati e super apprezzatissimi complimenti, è per me una nota personale di candido colore dalle pudiche sfumature adolescenziali alla Kiss-me-Licia (inserire qui una nota sull’autoironia).

Ma i testi? Che diciamo dei testi di Motta? Io dico che ha svoltato. Nel senso che con questo disco, a pelle, si avverte una fortissima carica autobiografica che parte dal passato, passa per il presente e getta anche una spruzzata a mano aperta sul futuro. In quest’ottica credo che il brano-chiave di tutto sia proprio la title-track “Vivere o Morire”, dove Motta si racconta e ci racconta per piccoli aneddoti un microcosmo di vita. Un percorso di crescita come rito di passaggio dall’adolescenza alla tardo-adolescenza e finalmente all’età adulta. Personalmente penso ci vadano parecchio palle per tirar giù certi concetti, paradossalmente sarebbe più facile andare in giro nudi. E qui veniamo al punto di cui sopra: la sincerità del cantautore.

Eccola, è tutta qui, in nove brani in cui Motta non ha paura di mettersi allo scoperto, non ha paura di dover sottostare a ruoli o cliché musicali che automaticamente partono ogni volta che in Italia qualcuno fa anche solo una scoreggia spacciata per “la nuova hit del momento”. Ho ascoltato due volte “Vivere o Morire” e ho desiderato subiterrimo due cose: poter sentire questi pezzi live e avere un bel vinile di questo disco da consumare sotto la puntina del giradischi.

Per me la prova del nove torna e senza tutti quei trick che facevo alle elementari per farla tornare.
Che poi vorrei anche ricordarmi come facevo.
Non fate gli ultrà, ascoltate musica e statemi tutti bene!