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Ray Bradbury – L’albero di Halloween

Ray Bradbury – L’albero di Halloween

Scopro solo adesso, a libro chiuso, che Bradbury ha scritto questo lungo racconto con l’idea originale di stendere il tappeto per la sceneggiatura di un’animazione. Ed è incredibile, perché leggendolo mi sono immaginato tutto proprio come un cartone animato. Uno di quelli dai toni un po’ dark e lisergici, come fu per me una vecchissima rappresentazione de “Il Signore degli Anelli”. Insomma mi ha sorpreso parecchio questa cosa, così come mi ha sorpreso fin da subito l’aria che si respira nell’ambientazione dipinta da Bradbury: quella tipica dell’autunno a cavallo fra l’essere bambini e il diventare adolescenti, quella che recentemente serie TV come “Stranger Things” hanno riportato ai fasti e alle sensazioni che solo certi contesti tipicamente fine-anni-ottanta barra inizio-anni-novanta sapevano dare.

Quello che consegna Bradbury pare quasi un piccolissimo racconto di formazione, dove otto amici travestiti per Halloween si avventurano verso una casa singolare, piena di zucche illuminate. Poco prima, però si trovano a perdere un compagno, quello più popolare e amato dagli altri, insomma una sorta di Fonzie senza barba dal nome di Pipkin. Che Pipkin abbia una certa assonanza con “Pumpkin”? Ci ho pensato immediately, ma this sega mentale apart, nella più classica delle strutture da “Formalisti Russi” (beccatevi sto mega cameo dei miei studi di semiotica) proprio da una mancanza parte l’avventura. Le zucche sono legate alla casa, che a sua volta è legata ad un’entità di nome Mr. Moundshroud. Questo “mister” è particolarmente cangiante sia nell’umore sia nelle scelte che compie per far fare ai ragazzini un giro dell’oca incredibile.

Alla faccia del “dolcetto o scherzetto”, infatti, Moundshroud porta i sette reghezzini a spasso fra le epoche, facendo rivivere loro le radici del culto di Halloween, che alla fine della fiera è un modo come un altro per chiamare, in duecentomila modi diversi, il culto della Morte, del ricordo delle persone scomparse. I boys si troveranno così ad imparare un sacco di cose, realizzando il valore di tanti aspetti che mai avevano considerato, oltre che a cercar di salvare il famoso Pipkin, che per tutto il libro si troverà ad incrociare le loro strade senza mai riuscire a raggiungerli.

Moundshroud diventa così per Bradbury una sorta di bel “calcio nelle palle” alla fanciullezza, visto che non solo apre letteralmente gli occhi ai piccoli protagonisti, ma li mette anche davanti a scelte che li obbligano ad abbandonare il modus operandi spensierato del “fottesega sono ancora piccolo”. Insomma alla fine del libro forse forse Tom, Henry, Ralph, George, J.J, Fred e Wally avranno anche pensato “ma invece di uscire e ficcarmi in sto casino, non potevo andare a sballarmi con coca cola e aspirine?”. Eppure si sarebbero persi l’opportunità di sbattere per la prima volta il naso contro la vita vera, quella che comunque li avrebbe attesi di lì a poco, con l’enorme fortuna di averlo fatto attraverso una storia molto bella e avvincente come “L’albero di Halloween”.

Si legge fast and furious, anche per chi vive la propria vita “un quarto di paragrafo alla volta” cit.