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Neil Gaiman – American Gods

Neil Gaiman – American Gods

La storia che mi ha portato a questo libro non è particolarmente avvincente, però è singolare per i miei standard.
Ci sono inciampato. Ma letteralmente. Sapevo esistere una serie TV omonima, non sapevo a grandi linee nemmeno la sinossi del libro, eppure quando l’ho visto mi sono detto “questo lo leggo”.
Prima di aprirlo l’ho anche letta, la sinossi, e una bella fetta di me medesimo mi diceva “ma che cazzen di roba stai per fare?”. Fortuna che io molte volte non mi do retta.

American Gods è un libro che mi è piaciuto un sacco, uno di quei libri che, quando ti piacciono così un sacco, vorresti consigliare a tutti facendoti diventare l’archetipo del personaggio che tu stesso più odi ed eviti come la peste: quello-che-ti-consiglia-le-cose-giuste. Sono ancora in precario equilibrio fra la voglia di prendermi a ceffoni da solo e la nostalgia della lettura, per altro conclusa pochissimi minuti fa.

Pensate. Ero fuori dall’ufficio in attesa che qualcuno aprisse e arrivo a pochissime pagine dalla fine del libro quando l’orologio mi richiama davanti al computer ai miei smanettamenti. Eppure già lì, a poche pagine dalla fine, lo sapevo. Sapevo che il buon Shadow mi sarebbe mancato, così come mi sarebbe mancato fortissimo il tono e il piglio con cui le vicende si srotolano piano piano fino a travolgerti in una valanga di fame da lettura. Quindi continuo a guardare l’orologio aspettando la pausa pranzo per vedere la fine di tutto, per scrivere la parola “fine” a questo bel viaggio di tante pagine che volano sotto gli occhi.

Neil Gaiman tira su le quinte di una realtà così teatrale da sperare in molti punti possa essere vera: Shadow è un uomo grande e grosso, un uomo buono che ama sua moglie, un uomo che finirà per giocare un suo ruolo in quella che negli USA aspira a diventare la prima guerra mondiale fra divinità. Yep avete letto bene: divinità. Quelle cose che l’uomo crea un po’ a sua immagine e somiglianza (o era forse il contrario?), quelle cose che catalizzano l’attenzione da tempi immemori, ergendosi un po’ a risposte e un po’ a scherno dell’umanità.

Shadow attraverserà il paese con un enigmatico individuo di nome Wednesday, ispirato e guidato da sogni che si mischiano con la realtà, a sua volta dipinta con contorni sfumati verso l’onirico. Shadow mi è piaciuto un sacco: il modo in cui, dopo essere uscito di prigione, accetta tutto il prontuario dell’assurdo che gli si manifesta davanti ha un che di mix letale fra Forrest Gump e Rambo. Oh no adesso mi toccherà scacciare quest’immagine mentale di Forrest Gump che si accoppia con Rambo per dare vita al “mix letale”.

American Gods è una storia di fantasia, che però nel sottotesto nasconde altri messaggi, qualcuno antropologico, qualcuno religioso, qualcuno esistenziale e poi, stop. Non è che puoi nascondere troppa roba altrimenti che cazzen di nascondiglio è? Onore al buon Gaiman, quindi, che si guadagna la pagnotta e per come la vedo io anche la panetteria tutta.

Mi piacciono i libri che si chiudono come si chiudevano quelle belle estati adolescenziali, in cui vivevi mille avventure e speravi non terminassero mai.
Sì. Ok.
Dai guardiamoci nelle palle degli occhi, ma chi vogliamo prendere per il culo, ste frasi fatte sulle estati adolescenziali trovano riscontro solo nei film anni ’80 e nelle pubblicità del Cornetto Algida. Comunque avete capito il senso.
Mi piacciono i libri che si chiudono come quando, durante quelle merdosissime estati a tirarmi il culo, avevo sempre qualcosa da leggere che mi portava via da lì e mi faceva avere nostalgia di una vita non vissuta da me.

Boom, beccatevi la chiusura nichilista e portatevi a casa quella secchezza di fauci accompagnata da un rassegnato “sì” con la testa.
Non vi dirò di leggere American Gods, perché non voglio diventare la mia nemesi e quindi dover andare nel passato per bullizzarmi (diventando così un sottoprodotto di b-serie, perché, si sa, quando iniziano i viaggi nel tempo per una serie tv è il declino).
Vi dirò che è un bel libro, di quelli che non vogliono darti risposte ma ti fanno molte domande.
Vi dirò che è come un allungo: inizia piano piano e hai le ginocchia basse e corri un po’ di merda perché sei stanco, ma poi inizi a prendere velocità, la falcata si allunga e tutti piangono di gioia sotto la pioggia.