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Neil Gaiman – I Ragazzi di Anansi

Neil Gaiman – I Ragazzi di Anansi

Per riprenderti dalla lettura di un libro che ti ha deluso, nel più classico dei meccanismi del “chiodo scaccia chiodo” – style, non puoi far altro che cercare di affidarti alla sicurezza di un qualcosa che non ti deluderà. E allora anche se di Nei Gaiman avevo solo letto il bellissimo “American Gods”, ho preso tutta la fiducia che mi era rimasta in magazzino, addirittura quella residua di quando credevo a Babbo Natale, e l’ho riposta nella prima pagina di “I Ragazzi di Anansi”. Fra l’altro mentre facevo pulizia per cercar fiducia ho anche ritrovato due plettri persi cinque anni fa in un pub. Tutto molto bello.

Cosa possiamo evincere da questa intro? Ben due cose: che i plettri ritornano sempre, prima o poi, e che Neil Gaiman si è ampiamente meritato tutte le speranzose premesse che mi hanno prima portato ad aprire il suo libro, poi a finirlo e poi a imbastire una veglia funebre per celebrare in maniera discreta l’elaborazione del lutto che ti colpisce quando finisci un libro che ti è piaciuto, che vorresti non finisse mai, che TVB scritto sulla sabbia, che hashtag #bestfriendsforever nei secoli.

Gaiman è un ottimo narratore. Un ottimo narratore di favole per adulti. Un ottimo narratore di suggestioni legate al folklore, alle divinità dimenticate, a quel sottile confine fra realtà e fantasia su cui molti ballano e, comunque, molti lo fanno facendo cacare a bomba. Neil (diamoci del “tu”, chiamiamoci per nome, come vecchi amici) è quel papà che vi prende in braccio, vi dice “questa sera ti racconto una storia”, vi posiziona sulle sue ginocchia e inizia a creare dei mondi incredibili che ti lasciano lì con la bocca aperta e un baluginio di meraviglia in fondo agli occhi. Proprio quel baluginio lì che vedi nei bambini piccoli davanti alle loro prime scoperte.

Nota a margine: ma chi cazz è mai stato comodo seduto sulle ginocchia di un genitore? Appuntarsi prima di subito che per leggere delle storie interessanti ad un figlio/a è meglio farlo mettere in una qualche posizione comoda, che non gli faccia associare la lettura a qualche forma di tortura medievale.

Il nostro Neil fa un po’ uno spinoffone di “American Gods” e ci racconta di quel che capita, appunto, ai figli mortali di Anansi, il “dio-ragno” che nell’altro libro (che dovete leggere prima di subito se ancora non l’avete fatto) si fa chiamare Mr. Nancy. La cosa singolare è che dopo aver conosciuto tutti i personaggi, dopo aver capito l’andazzo delle vicende e dopo aver fatto molteplici sorrisoni immotivati sul treno, il COME si svilupperà la trama appare abbastanza palese e telefonato, con una grossissima insegna al neon di un ditone che indica la direzione in maniera inequivocabile.
Eppure scoprirete che non ve ne fregherà nulla. Perché sapere dove finirà un viaggio che si preannuncia bellissimo, che è già bellissimo, non ne andrà a sminuire il valore. Forse vi farà apprezzare un po’ di più i minuti spesi a guardare fuori dal finestrino, dimenticandovi il fatto che ci sono certi libri che vi fanno diventare il passeggero-odioso che ogni tre secondi chiede “quanto manca? siamo arrivati? manca ancora tanto?”.

“I ragazzi di Anansi” è una lunga favola per adulti, con tante situazioni e personaggi allegorici che fanno riflettere, sorridere e dimenticare che il tuo treno è in perenne ritardo, il pendolarismo mediamente fa schifo, ma non troppo, perché ti lascia comunque il tempo di dedicarti a letture come questa.
Ovviamente adesso cercherò un altro libro del vecchio Neil.

Perché? Perché ho finito la fiducia e perché mi piace vincere facile.