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Claudio Metallo – Come una foglia al vento

Claudio Metallo – Come una foglia al vento

È il secondo libro-in-a-row che mi scasso alla vecchia maniera. Per “alla vecchia maniera” intendo sfogliando pagine e non pigiando sul mio Kindle. Sì sì ok possiamo partire col mega pippone sul quant’ebbellalaccarta e quant’ebbello far l’amore da Trieste in giù, ma fottesega di queste nerd-polemiche da segaioli professionisti per eunuchi.

Il fatto: un mio collega mi fa “ti ho mai detto di quella volta che ho fondato una casa editrice con altri?” e io sono tipo “no” e allora lui è subito “beccati il primo autore che, al tempo, pubblicammo” e finisce con me con in mano questo libro, un buono amazon (già usato) come segnalibro e quella piccola sensazione di puntura di oppressione al DOVER leggere.

Il mio rapporto con i “DEVO LEGGERE”, come già detto da qualche altra parte, non è dei migliori. Eppure sarà che sono in un momento di vuoto di letture, sarà che rigirandolo dico “dai in fondo sono poche pagine”, sarà che la copertina del libro è verde e a me il verde piace un sacco. Insomma prima ancora di aver capito di averlo iniziato ecco che l’ho finito.

“Hai visto piccolo? Non ha fatto poi così male no?” mi disse un dottore a caso facendomi un vaccino. Ecco, sì, non ha fatto così male dai. Quindi veniamo al libro.

Punto primo: se ti chiami Claudio Metallo la prima domanda che sicuramente ti fanno è “ma davvero ti chiami così?”. Risposta, avuta dal mio collega: “sì, si chiama proprio così”. Bomba. Punto secondo, bastano poche pagine per capire che METALLO (non posso sottrarmi dallo scriverlo tutto maiuscolo) è molto legato al sud, come dice la sinossi in terza di copertina. E questo suo legame lo afferma fino alla fine del libro tramite il suo protagonista, tramite chi fa da contrappunto al suo protagonista, tramite i personaggi secondari eccetera eccetera.

Insomma come opera d’esordio si capisce subito che attraverso il suo Peppe Blaganò partiranno un casino di assist no-look che parleranno anche un po’ dell’autore. E questo a qualcuno fa tenerezza, a qualcuno piace, a me, non chiedetemi perché, ha sempre messo un po’ a disagio. Ok lo sappiamo tutti che bene o male un autore mette sempre pezzi di sé nei propri personaggi, ma penso sempre ci sia un limite, una percentuale oltre la quale non deve spingersi. Nelle prime pagine la mia impressione è che METALLO varchi questa no-fly-zone con troppo trasporto emotivo.

La storia, in ogni modo, è molto piacevole e si lascia leggere. Per carità non siamo davanti ad un qualcosa di monumentale, ma non penso nessuno si aspettasse in ogni caso una cosa del genere al primo romanzo. Le vicende si sviluppano bene in un lessico che diventa un mix fra rimandi un po’ hipster al calcio sudamericano e intramezzi spiccatamente calabri che danno una loro identità singolare tanto al protagonista quanto al racconto.

L’unica pecca? Il finale, che mi ha dato la sensazione di esser precipitato giù in picchiata dopo una fase di decollo-volo con tutti i tempi ben impostati, che vedono l’evoluzione di Blaganò da emigrante di ritorno in Calabria a ingranaggio all’interno dei meccanismi dello spaccio internazionale di cocaina (insomma, ne ha fatta di strada il giovane).

That’s it nothing less nothing more!