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Daoud Hari – Il Traduttore del Silenzio

Daoud Hari – Il Traduttore del Silenzio

Eccoci qui, ancora una volta, con uno di quei libri sull’Africa che ogni tanto prendo in mano e divoro. Lo faccio sapendo a cosa vado in contro in molti casi: quel macigno da centordici miliardi di kg che piano piano, pagina dopo pagina, cresce. Quella sensazione di profonda impotenza ed ingiustizia che ti prende per il collo e inizia a stringere. Un po’. Poi ancora un po’. Poi sempre di più.

Daoud Hari racconta un pezzo di storia, la sua storia, che poi altro non è il modo migliore per parlare di una storia più grande, quella della sua regione: il Darfur. Il Darfur si trova in Sudan e quando parli di Sudan parli di una polveriera incredibile, che da tanti troppi anni vede al suo vertice la figura di Omar al-Bashir. Fondamentalmente un pezzo di merda di dimensioni cosmiche che è riuscito a guadagnarsi un’accusa e un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Dove? Nel Darfur of course.

L’appendice al libro di Daoud spiega tutto, spiega cosa significhi avere un presidente-dittatore che ad una certa prende e decide di fomentare una vera e propria guerra etnica, ricorrendo ad esercito e gruppi armati spontanei (ma al soldo del governo, i per alcuni famosi Janjawid) per fare piazza pulita della popolazione non afro-araba presente nella zona del Darfur: i Fur, gli Zaghawa e i Masalit.

Questo, a grandi linee, è il quadro di cui stiamo parlando, quello che a partire dal 2003 ha portato alla morte di un numero imprecisato di bambini, donne e uomini (si stimano 500.000 esseri umani) e all’esodo di più di 2,5milioni di profughi. Gente che ha perso tutto e con “tutto”, forse, non si riesce ben a definire davvero cosa hanno realmente perso. Non solo familiari brutalmente uccisi, madri, mogli o sorelle violentate e poi uccise, bambini stuprati e poi uccisi. Non solo una casa, una condizione economica, una condizione sociale. Hanno perso la percezione di sé come di esseri umani respiranti. Hanno perso in molti casi la scintilla che ti fa alzare la mattina e anche solo respirare.

Ecco. Pensateci. Dico pensateci davvero un attimo a come possa essere. Io non ci riesco, le parole scritte da Daoud nel suo libro aiutano, ma fanno anche capire che fra me e lui esiste un solco incredibile, il solco scavato da eventi che sono davvero fuori dalla portata di ogni più violento tentativo di immaginazione per proiezione.

“Il traduttore del silenzio” è un libro che ti viene da stringere forte fra le mani, perché hai bisogno di aggrapparti a qualcosa mentre leggi quell’incredibile disposizione d’animo che porta Daoud ad accompagnare giornalisti nelle zone più infernali del genocidio in Darfur. Quello che sorprende è il tono gentile che pervade questo libro in cui si racconta fino a dove possa spingersi l’efferatezza dell’uomo verso altri suoi simili, quello che lascia spaesati è la fiducia di un uomo che, come tanti altri come lui, vive ogni giorno come fosse l’ultimo e lo fa senza fatalismo ma con la pura dedizione a dedicarsi al tempo che gli viene concesso.

Daoud scrive, aiutato dai compagni occidentali che gli hanno poi dato una mano ad evitare una quasi certa condanna a morte, un libro semplice. Perché certe cose non hanno bisogno di esercizi di forma per uscire e colpirti in faccia, lo fa molte volte dandoti del “tu” e parlandoti direttamente, come fosse seduto al tuo fianco ringraziandoti per dedicargli del tempo.
Ma alla fine sei tu che ti senti di ringraziare lui, quando finisci il libro.
Alla fine sei tu che rimani con l’ultimo respiro dell’ultima pagina in gola, dopo aver letto la dichiarazione universale dei diritti umani, con due lacrime che fanno a pugni per uscire.

Come ho commentato mentre stavo leggendo la sua storia, sono ancora fermamente convinto che leggere, ascoltare ed essere curiosi sia l’unico modo per capire le cose. Mi rifiuto di credere che l’unico modo per farlo sia il diffuso fermarsi a titoli da clickbait sui social o agli slogan elettorali di politici-influencer che di grande hanno solo il numero di coglioni che li seguono.

Fatevi un favore: regalatevi questo libro. Davvero.