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David Mitchell – L’Atlante delle Nuvole

David Mitchell – L’Atlante delle Nuvole

Quanto ci ho messo a finire questo libro? Ve lo dico io: un sacco di tempo. Perché? Non so. Forse perché mi sono preso la qualunque per due settimane e il solo sforzo di leggere mi faceva venire la sindrome di Tourette a intermittenza? Possibile.
Ma invece di raccontarci fregnacce siamo sinceri e honesti: questo libro è stato uno di quegli odi-et-amo potenti che ti fanno dire a più riprese “oh mi hai rotto le palle”, “no aspetta, fammi sapere come vai a finire”, “no, davvero ma basta adesso mi scaccolo con il Kindle”, “DEVO finire di leggere, DEVO finire di leggere”.

Sì, lo so, nei manuali di psicologia spicciola questa roba si chiama Schizofrenia, ma vi assicuro che non è così solo quando leggo. A proposito di personalità multiple: quante deve averne avute il buon DEI-EMM Mitchell per scrivere “L’atlante delle Nuvole?”. A occhio e croce direi sei. Proprio come i sei personaggi protagonisti, proprio come le sei storie, tutte diverse, che si susseguono una-dietro-l’altra in una successione che all’inizio non capisci, poi inizi ad intuire, poi torni a non capire, poi ti sanguina il naso e alla fine, sì, hai capito.

Adam Ewing e la sua epopea nelle isole del Pacifico ai tempi delle colonizzazioni, Robert Frobisher e le sue lettere all’amico Sixsmith in cui racconta le paraculaggini che effettua per stare in bolla, Luisa Rey e la spy-thriller-story che la vede coinvolta (una storia che ti immagini con un Robert Redford d’annata in un qualsiasi ruolo a caso), Timothy Cavendish e la sua parabola da editore arguto de sticazzi a perculato in-da-face, Sonmi e il suo distopico futuro fatto di mega corporazioni e assurdità e, infine, Zachri dal futuro post-caduta di un’ambientazione post-apocalittica in cui non esistono più post-it e post-ini e considerazioni post-icce.

Tutte queste storie hanno un loro filo che le unisce, ve lo dico così almeno non pensate di aver buttato il vostro tempo dopo una trentina di pagine. Ve lo assicuro, parola di Giovane Marmotta: tutto alla fine acquisisce un suo senso, ma non ve lo dirò in questa sede, perché non sono, come già ribadito, una merda infima di quella razza chiamata Spoileratori.

Cosa mi è piaciuto di questo libro? Il fatto di aver avuto la sensazione di leggere una matrioska che ad ogni suo nuovo strato rivelava qualcosa. Lo ammetto, la scoperta di questo qualcosa è piuttosto lenta e a tratti difficile da digerire. Per capirci digestione livello cipolla, in alcuni momenti. Ma ne vale assolutamente la pena.

Perché i sei racconti, che si attorcigliano, raccontano sì di epoche e personaggi diversi, raccontano sì di generi anche letterari profondamente diversi, ma alla fine pongono al loro centro le complessità dell’animo umano, in grado di presentarsi così terribile, cinico e ottuso, quanto, in alcuni casi, capace di “fare la cosa giusta” per qualcosa di diverso dalla propria ossessione fallocentrica. È sessista usare “fallocentrico”? Boh, ormai devi stare a misurare le parole peggio di quanto ti pesi la pasta per prepararti il pranzo da portare a lavoro.

Insomma “L’Atlante delle Nuvole” mi è piaciuto, penso di averci messo una vita a leggerlo per il semplice motivo che ho capito che in alcuni casi era proprio necessario lasciarlo stare lì tranquillo, assorbire e farmi colpire da qualche pensiero a caso, poi riprenderlo, eccetera eccetera.
Mi ricordo, al tempo, di aver visto il film. Il fatto che del film non mi ricordi una sega la dice lunga su quanto dovesse essermi piaciuto, a sto punto conviene usare sta cosa della schizofrenia e farlo rivedere a una delle mie personalità multiple.

La recensione è finita, andate in pace!