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Diego Barbera – Ti scriverò prima del confine

Diego Barbera – Ti scriverò prima del confine

Ocio che qui occorre partire subito con un grosso cartello a led luminoso recante la scritta “Recensione impietosa di un bastardo senza gloria”. A caso, se serve ad aumentare l’effetto grunge dell’immagine mentale, potete inserire delle lettere che sfarfallano ad intermittenza su un sottofondo urbano tipo sirene della polizia in lontananza e qualcuno che sbocca nei dintorni.

Insomma so benissimo che quando un libro non mi piace, se penso di doverci dare un’impressione, così come per i film o per i dischi, non riesco proprio a tenermele con un sardonico sorriso di circostanza e divento un po’ merda. Questo principalmente per due motivi
1) la sensazione di aver sprecato del tempo
2) la sensazione di esser stato preso per il culo in qualche modo

Già da questo, si capirà, ci sono tutte le premesse per fare di me un caso da manuale delle teorie stronzo-comportamentali, ma è un modo gentile per introdurre l’intera questione con un bel “Hey amici che avete adorato questo libro, non me ne vogliate ok?”.
Bene, ora che siamo fra amici, pronti a spaccare bottiglie di birra per attentare le nostre giugulari, con animo sollevato arriviamo a “Ti scriverò prima del confine”.

Presente “Come una foglia al vento”, il mio collega “hey bomber sai che una volta ho fondato una casa editrice?” e “ti devo far leggere delle robe tu che i libri li divori”? Ecco, in questo modo mi è arrivato fra le mani questo libro di Diego Barbera, che mi è stato introdotto così: “È una storia, cioè è una storia d’amore, ma particolare, molto ben scritta”.

Io lo sapevo che sarebbe finita così. Cioè lo sapevo su “Storia d’amore”. Però, ho pensato, alla fine anche “Madame Bovary” è una storia d’amore no? Insomma, sì dai, vabeh. Ok. Arte dell’autoconvincimento, katana per fare harakiri pronta sul comodino e mi son detto “non potrà essere peggio di quella volta che dal giapponese ho ordinato a caso”. Perché non vado mai al giapponese. Perché sono di visioni culinarie ristrette. Perché sì.

È un libro che avrei potuto chiudere alla primo paragrafo della prima pagina. Perché si capisce già tutto da lì. Il tono, il modo, il taglio, quanto me le avrebbe fatte a fette. Immaginate vi regalino un Bacio Perugina, immaginatevi prendere in mano il cioccolatino, scartarlo e BAM invece del solito stronzissimo aforisma vi ritrovate un intero libro di duecento-pussa pagine. Ecco più o meno come mi sono vissuto la lettura di “Ti scriverò prima del confine”.

Sinossi: il nostro protagonista è Marco, anzi M***o, perché l’autore ha sta genialata dell’occultare tutti i nomi, perché i protagonisti si fanno, ad un certo punto, la romanticissima promessa di non legarsi mai ai nomi (kill me now, please). M***o finisce in sta clinica da fighetti perché ha compiuto un gesto altruista salvando una tizia da morte certa. M***o, che si dimostra all’altezza della maturità della situazione, decide di chiamare quell’episodio Il Fatto. E sto fatto ce lo fa scoprire a spizzichi e bocconi mentre ripercorre tutta la sua intensissima vita di venticinquenne, con il supporto fondamentale di Giulia, una minorenne che conosce nella clinica-per-fighetti, che alternativ-misterios-hipsteristicamente si esprime, signore e signori rullo di tamburi per la prima volta la trovata del secolo: con il linguaggio dei segni! Perché è muta? No. Perché è sorda? No. Perché a diciassette anni s’è già rotta le palle di parlare ma (ocio al big spoiler) in tutto il libro una parola la dirà. Indovinate quale? Non ve lo voglio svelare perché è veramente spiazzante. Come il formaggio sulla pasta.

Non ho mai letto una di quelle robe tipo libro harmony, ma nella mia idea me li immagino veramente un po’ così. L’ambientazione che viene inventata dall’autore è così palesemente finta e posticcia che nel suo tentativo di verosimiglianza a me ha generato un forte, fortissimo imbarazzo in più punti. Uno pseudo eroe che all’improvviso riceve un’attenzione mediatica così pompata e assurda da scadere nel grottesco. E parliamo di guardia del corpo e addetto stampa che tempo zero spuntano come funghi in una narrazione che avrebbe, per dire, potuto benissimo rimanere in piedi senza.

Sicuramente sono completamente fuori dal target a cui un libro del genere si rivolge, ma provando ad essere un minimo astratti e obiettivi, mi sembra una storia scritta da un adolescente per certi tipi di adolescenti, ma scritta in quel modo pieno di frasi fatte, luoghi comuni e concetti retorici che a me personalmente han sempre fatto rivoltare lo stomaco come un calzino (no non è il virus intestinale che mi sono preso questo weekend a parlare). Per inquadrare meglio il tutto, siamo ai livelli di bigliettini scritti e lasciati in posti nascosti, telefono-filo dalla finestra e promesse fatte all’asilo. Giuro. Davvero!

Per me questo libro è proprio una bocciatura su tutta la linea, siamo ai livelli di un Fabio Volo, quelli in cui in ogni pagina ti sembra l’autore pensi più a cercare di inventarsi delle frasi che dei quindicenni potrebbero scriversi poi sulla loro Smemoranda piuttosto che dare un’anima ed una sostanza ad una storia.

Non mi guardate così, ve l’avevo detto che sono una merda quando un libro non mi piace, ma così come ho fatto calare la mia personalissima spada di angelo della muerte, sono pronto a completare l’harakiri in perfetto stile samurai.
Anche se io dal giapponese, sia chiaro, non ci vado.

In coda rimane solo l’ultima domanda che ancora deve trovar una risposta.
Ma i quindicenni usano ancora la Smemoranda?