Dave Eggers – La Parata

Partiamo da un assioma fondamentale: Dave Eggers è un bomber. Non ci sono molte cose da dire su questo punto. È uno di quei giocatori che al fantacalcio prenderesti ad occhi chiusi, perché sai che ti garantiscono ogni stagione una quota-gol devastante, con un rendimento medio per partita che, calcoli alla mano, lo rendono appetibile a chiunque abbia un po’ di sale in zucca.

Flash new: Dave Eggers non si comporta come un bomber, ma come uno di quei gregari d’altri tempi che credono che il proprio gesto abbia un significato che va oltre il tecnicismo, oltre lo sport, oltre la semplice prestazione. È di quelli che sono convinti che con la scrittura si possano ancora passare dei messaggi, dei valori, quel qualcosa che possa andare oltre il semplice concetto di “Entertainment”.

Madonna che intro da professorino di sta ceppa. Ritorniamo ad un piano più basso. Dave Eggers, da quando l’ho scoperto anni fa, non mi ha MAI davvero deluso. Oddio forse con il mio tipico animo pretenzioso verso chi rapisce il mio cuore immacolato, su un paio di suoi libri ho preteso qualcosa che oscillava in maniera talebana fra il “troppo” e il “e dai sei pedante come un popup della cookie policy”, ma no. Il buon vecchio Dave ha sempre avuto cura della mia fiducia.

Ci sono autori che si legano, un po’ per pigrizia, un po’ per marchio di fabbrica, a determinati temi. Oppure a determinate tipologie di romanzi e storie. Eggers si lega a quella particolare forma di narrazione che ogni volta ti fa alzare il dito indice in coordinazione con il sopracciglio e con la bocca mezza aperta ti spacca in due un pensiero: “ma tu sei quello che nell’ultimo libro non scriveva di tutt’altro”.

“Sì. Sono io. Mi fa piacere tu lo abbia notato, ora possiamo continuare?”
“Certo”
“Ottimo, mi fa piacere prego”
“Dopo di te Dave”
“Gentilissimo”.

La Parata si legge in un baleno e ti entra nei polmoni come una ventata di aria torrida del deserto mischiata con Corona Virus d’annata. Perché Eggers ci prende per le orecchie e ci porta, senza perdersi in dettagli, in uno stato di un paese che da poco ha visto la fine di una guerra civile. Un paese con uno di quei classici presidenti in uniforme e lustrini che diventano avamposto per speculazioni edilizie dell’occidente. Non ha neanche bisogno di specificare “inserire qui un qualsiasi paese Africano”, perché le immagini che vengono evocate, portano fin da subito in quei posti, in quei contesti, in quelle dinamiche lì che noi “Paesi ricchi” riusciamo a tollerare solo se ci finiscono in una cartolina dell’UNICEF con cui alla modica cifra di un’offerta di dieci eurios possiamo operare una pulizia di coscienza completa, con pedicure omaggio solo ai primi cento “Poverino, ma ho fatto qualcosa di concreto”.

Quattro e Nove sono due numeri, bravo Marco, nobel per la matematica ad honoris causa, ma sono anche i due protagonisti del romanzo di Eggers. Due operai di un’anonima multinazionale che viene ingaggiata dal potente di turno per creare la prima grande opera di unificazione di un paese appena uscito da una tecnico-tattica e sanguinosa guerra civile: una strada.

Quattro ai comandi dell’asfaltatrice, Nove preposto al cazzeggio e al creare problemi laddove non ce ne sono. Tanto uno asettico all’ambiente che lo circonda, determinato a portare fino in fondo il lavoro assegnatogli, quanto l’altro disposto a “contaminare” e “farsi contaminare” dal posto, dalla gente, da ciò che attraversa con il suo quad nelle operazioni di perlustrazione.

Quattro e Nove, insomma, come una big big metafora di quel particolare occhio e sentire che noi occidentaloni abili esportatori di democrazia, bon ton e ipocrisia mascherata da umanità, riusciamo sempre a tirare fuori come specialità della casa quando il tema è quello dei paesi in via di sviluppo. Yes “paesi in via di sviluppo”. Ci piace chiamare così solitamente tutti quegli stati che dopo aver utilizzato a nostro piacimento, sfruttandoli fino all’osso, dando un colpo al cerchio e uno alla botte di qualche guerra civile da far scoppiare ad arte per destabilizzare una situazione quel che basta a farla pendere verso il lato che ci interessa, gettiamo nella raccolta indifferenziata sul cassonetto con la scritta “Not our business anymore”.

Quattro e Nove devono finire questa strada, lo devono fare assolutamente entro un determinato giorno, perché il nostro supermega prez prossimo alla beatificazione DEVE fare una grandissima parata che faccia capire a tutti quanto finalmente unito possa essere un paese che fino alla settimana prima vedeva una donna stuprata dal vicino di casa o il parente combattere a colpi di machete con uno stormo di bambini-soldato.

Il libro è bello in un modo fastidioso.
Perché risveglia tutti quei pruriti scomodi che sai che ci sono, che sai che vanno grattati, ma che sai anche che iniziando non saprai come andrà a finire.

Per me è andata a finire così: con un bel groppo alla gola e tanti interrogativi su chi siamo, chi cazzo ci crediamo di essere e su perché sembriamo, come esseri umani, programmati solo per riuscire a dare con naturalezza il peggio di noi. Come se essere delle persone quantomeno decenti sia mediamente uno sforzo sovrumano e innaturale rispetto all’essere degli infidi figli di puttana.

Dave Eggers ti scuote dalle fondamenta. Lo fa con una storia apparentemente stupida su due che devono asfaltare una cazzo di strada. Figuratevi se si mettesse a parlare non per perifrasi cosa potrebbe ottenere.

Il libro ve lo consiglio forte, adesso scusatemi ma vado a spaccare un tronco di albero, poi me lo carico in spalle e inizio a camminare a caso su una montagna come il buon vecchio Schwarzenegger in “Commando”.