Jeff VanderMeer – Borne

Lo avevo detto, lo avevo promesso, e io sono uno che quando si prende un impegno lo mantiene. Figuriamoci se l’impegno in questione era con me stesso. Alla fine dei vari libri della “Trilogia dell’area X”, ovvero Annientamento, Autorità e Accettazione, la mia personalissima dose di pazienza con uno scrittore esageratamente fissato con i dettagli, spesso inutili, quale Jeff VanderMeer, era finita.

Finita ma con all’interno una lacrima di promessa (che pathos): prima o poi gli avrei dato un’altra chance. Perché nonostante tutto, nonostante tirate lunghissime di cose che sfogliando ti viene da prendere il libro con due mani e urlare “che cosa mi stai dicendooooooooo?!”, il buon VanderCoso lasciava intravedere del potenziale. Del potenziale potente.

“Borne” è finito nella mia lista di lettura perché dotato di quell’aura speciale e magnetica che solo un libro preso dallo scaffale “Post-apocalittico” ha. Bastano quelle due parole e io calo le braghe in maniera clamorosa. Faccio finta fino all’assurdo della negazione che non me ne possa fregare de meno, ma alla fine io ti prendo, ti leggo e ti divoro.

L’ambientazione è quella: un futuro non ben definito in cui la terra è praticamente ridotta ad un tremendo cagatoio desertico, brulicante di residui di umanità e sub-umanità incattivite dai fattori esterni, dalla mancanza di prospettive, dall’impossibilità di un futuro e dai giochi da “piccolo chimico” de “La Compagnia”. Che non è tipo “La compagnia delle indie” con il suo classicissimo profumo di pino silvestre e gente che si lava reciprocamente le palle, bensì una super mega corporazione che ha inondato il pianeta di scherzi geneticamente modificati. Scherzi che, fra l’altro, non fanno un cazzo ridere, fra parentesi.

In un’ambientazione che mi ricorda a tratti fortissimo quel capolavoro de “La Strada” di McCarthy in combo letale con un Ken Shiro d’annata, Rachel è la nostra protagonista, voce narrante e per proprietà transitiva voce dei pensieri di VanderCoso. Chiariamoci asappissimo: VanderCoso è sempre prolisso e logorroico di dettagli come suo solito. Anche qui siamo davanti ad un romanzo che se avesse avuto cento pagine in meno avrebbe potuto reggere tranquillamente senza che a qualcuno venisse un attacco di pianto isterico. Però c’è un “ma”, granitico come una casa in granito. Che poi sarebbe quasi sicuramente una tomba. Vabeh, proseguiamo.

Il big “MA” è dato dal fatto che Jeffone a sto giro scrive una storia che ti prende per i capelli e in maniera inaspettata come una “vecchia” da dietro, ti colpisce e ti tiene incollato lì, esattamente dove vuole lui, esattamente come vuole lui. E no, non sto parlando di un tentativo di molestia. Rachel è il microcosmo attorno al quale la storia si sviluppa, generando un universo descritto in maniera così viva e convincente da lasciare spiazzati. Ma spiazzati fortissimo. Fortissimo al livello per cui in molti casi hai quasi l’impressione di leggere di una storia avvenuta in un universo parallelo che esiste veramente.

Quella di Rachel è la ricerca di un barlume di umanità, in un mondo che l’ha completamente persa e che ogni giorno si manifesta nelle sue forme più truci e crudeli. Non sto necessariamente parlando di quelli che fanno la pasta col ketchup o mettono l’ananas sulla pizza.

Nel libro ci si cala nell’universo di Mord, il mostro creato dalla Compagnia per essere protetta, della Maga, che partecipa alla lotta per il controllo di un territorio divorato dal nulla cosmico, di Wick, che condivide con Rachel un tentativo di vita che vada oltre il concetto di sopravvivenza, e di Borne. Ovviamente. Mica chiami un libro “Borne” e poi non fai capire chi o cosa sia.

Il Borne trovato da Rachel come una sorta di pallina anti stress multicolore. Il Borne che piano piano cresce, si evolve e così facendo costringe Rachel a fare i conti con il proprio passato, con se stessa e con la dimensione che si trova ad occupare nel mondo. Una discesa di duplice consapevolezza assolutamente non priva di spunti interessanti che vanno decisamente oltre la narrazione. E anche questo, diamo a Jeff ciò che è di Jeff, è uno dei piatti forti della casa VanderMeer.

Neanche il tempo di chiudere il libro che già vengo a sapere che sono previsti altri due capitoli dedicati a questo nuovo filone. Una parte di me non vede l’ora. Una parte di me ha decisamente paura. Paura di che? Di quelli che fanno la pasta col ketchup e del fatto che Jeffone possa cadere nel tranello dello strafare e andare a rovinare così un racconto il cui sapore, così ancora vivo nel mio palato, è davvero troppo dolce e convincente.

Spoiler: non mi sono mangiato un libro, stavo parlando per metafora. Non mangiate i libri, leggeteli.

Insomma “Borne” mi è proprio piaciuto un sacco, nonostante questa idiosincrasia che ho nei confronti del piglio (a volte) eccessivamente puntualizzatore di VanderCoso. Sono contento della chance che gli ho dato, sono curioso di leggere altro, sono in pieno e classico lutto da “post-lettura”. Quello in cui avverti vivida la mancanza e l’assenza di tutti quei personaggi che han accompagnato le tue giornate per tutto il tempo della lettura.

Bene, se mai ce ne fosse bisogno questo certifica che VanderMeer ha proprio fatto centro, con me. Corro a regalargli un mappamondo.

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