Jean Echenoz – Correre

Erano letteralmente EONI che volevo mettere le mani su questo libro e ora che sono riuscito a farlo, ora che ho terminato queste cento pagine in croce, mi sono sembrate davvero troppo poche per racchiudere la storia di uno dei miei miti personali.
Parliamoci chiaramente, il mondo per me si divide nettamente in due: chi conosce Emil Zatopek e chi ha perso troppo tempo prima di farlo. Questo libro è dedicato a entrambi gli emisferi della situazione ma mentre i primi si sentiranno appena appena le labbra bagnate dopo una borraccia d’acqua offerta dopo una traversata nel deserto, per i secondi potrebbe risultare una bella botta di glicemia alla “Coca Cola” violenta in-da-face.

Avrò avuto undici anni quando mi ritrovavo al pomeriggio a leggere i pesanti libri con rilegatura e fotografie de “I grandi miti dell’atletica leggera”. Quelli in cui scoprivo personaggi e aneddoti incredibili legati alla storia delle olimpiadi e, sopratutto, alla storia dello sport che amavo ed amo tutt’ora ad oggi. Correre è un po’ una malattia e leggere storie di altri malati come te forse ha un che di terapeutico, non so. Sicuramente nella mente del me-undicenne aveva un effetto magico, perché mi poneva davanti non solo dei modelli a cui tendere, ma anche e sopratutto dei percorsi che stavano dietro ai risultati, alle gare, alle medaglie olimpiche.

L’atletica porta in seno sempre storie incredibili legate ai suoi protagonisti ed Emil, ai miei occhi, era uno di quelli dall’aura più luminosa. Non era bello da veder correre. Faceva tutto ciò che non dovresti fare correndo e sottolineava il tutto con la famosa mimica facciale del ghigno di sforzo perenne e testa lanciata a lato assieme a braccia poco coordinate nello sforzo generale. Ma era una macchina. Una locomotiva, per la precisione. Era la locomotiva umana.

Emil Zatopek è stato, per me e per tutti quelli che lo conoscono, il simbolo di dove possa portare sicuro una base di talento ma anche e sopratutto una fortissima costanza e dedizione al lavoro e all’allenamento. Il concetto che oggi tira fuori un gigante del calibro di Mo Farah “La gara? per me è il momento più facile! Dovreste vedere come mi ammazzo in allenamento!”, è stato testato inventato e brevettato dal buon Emil. Uno in grado di decidere all’ultimo di partecipare alla maratona olimpica di Helsinki ’52 per firmare una tripletta imbattuta e irripetibile nella storia di un’olimpiade: portarsi a casa 5.000m, 10.000m e Maratona.

Il libro romanzato di Echenoz ripercorre con grandi salti la sua vita, lo fa in maniera un po’ didascalica ma comunque piacevole per un appassionato e, come dicevo, per chi vuole iniziare a conoscere il personaggio. Si delinea bene il suo profilo di uomo prima che di atleta, in un periodo storico in cui essere sportivo in un paese comunista come la Cecoslovacchia, voleva dire molto più di quel che si potrebbe immaginare ai giorni nostri. Un uomo che dalla vita umile di una fabbrica di scarpe è finito ad infiammare gli stadi di tutto il mondo, prendendosi qualsiasi record del mondo dai 5mila ai 30mila metri. Un uomo che ha toccato le stelle per poi cadere impattando contro la realtà del regime comunista e della sua macchina di controllo statale. Il ritiro, le prese di posizione anti URSS (pronta a sedare sul nascere il fiorire di istinti democratici dei vertici del partito in Cecoslovacchia), le miniere di uranio, la scopa da netturbino e alla fine la resa, dopo anni di “punizioni”, per tornare dalla moglie Dana.

La vita di Emil Zatopek potrebbe essere un film, un libro, un romanzo. Potrebbe e dovrebbe essere di esempio, ancora oggi, nel 2020, per ricordarci cosa significhi ottenere qualcosa con sacrifici, correndo male, storcendo la testa senza mascherare lo sforzo.

Perché, come diceva lui, per correre e sorridere ci va un talento che io non ho.

 

Potrebbero interessarti