Lidia Yuknavitch – Il libro di Joan

Arrivo a questo libro con tantissime aspettative. Prendo l’incipit e mi interessa, vedo che qualsiasi riferimento che parla di “letteratura distopica e post-apocalittica” lo include nei vari elenconi da cui sto raschiando il fondo del barile e mi dico “dai dai dai” alla René Ferretti. E allora dopo una letargia colpevolissima durata mesi lo prendo in mano, lo giro, lo rigiro, mi butto nella lettura e BAM.

WTF sto leggendo? Fin dalle prime pagine, fin dall’inizio, la sensazione è che la buona Lidia Yuknavitch stia scrivendo una storia “contro” qualcosa. O qualcuno. Non si capisce e, spoiler alert, io non l’ho capito manco alla fine. Faccio scorrere le righe, faccio scorrere i paragrafi, faccio scorrere le pagine, ma quel che non scorre e anzi mi scivola addosso come uno slimer fastidioso è l’inafferrabilità del senso della narrazione.

Anno 2049, umanità ridotta al lumincino su un pianeta terra che si è auto-fagocitato con buona pace di noi razza superiore, una parte residua di gggente finisce per vivere su una sorta di stazione spaziale orbitante chiamata CIEL. Ovvero un bel modo per condensare il meglio del peggio che si era accumulati coscienziosamente sotto il tappeto ed elevarlo a élite di sopravvissuti. Questo è il contesto in cui l’autrice prova a sviluppare la sua trama. Dico prova perché alla fine quasi da subito delude tutte le mie più rosee aspettative, facendo diventare il libro un grottesco tentativo di elevarsi al livello di una Margaret Atwood senza averne né il talento narrativo, né la sensibilità né, diciamolo francamente, l’oggettiva capacità.

I protagonisti sono un raffazzonato mosaico che vorrebbe rappresentare i fronti di diverse battaglie sociali e ambientali, dalle tematiche di genere fino all’incapacità umana del gestire una cosa a molti scontata come il nostro ecosistema. Il risultato, al netto di alcune riflessioni che qua e là vengono fuori più per un fortuito caso che per un reale intento, è di profonda orticaria e senso di stuffia a livelli epico-cavallereschi.

La mia nettissima sensazione è che la nostra Lidia si trinceri dietro a temi importanti come quelli dell’emancipazione femminile, del rispetto delle diversità di genere, per poter esporre un panegirico di attacchi più o meno sensati che più passano i capitoli più si guadagnano il ranking di “sterili recriminazioni di un’autrice in cerca di qualcosa da dire, che utilizza i suoi personaggi finzionali per farlo”.

Beninteso non c’è nulla di mare a utilizzare una storia e dei personaggi per lanciare dei messaggi. La mitica Margaret Atwood prima menzionata lo fa e lo fa in maniera efficace, dando credibilità alle sue creature, connotandole in un contesto in cui a portare il suo messaggio sono loro, nella loro anima “fittizia”. Non semplici veicoli sterili mascherati da coscienza dell’autore/autrice. Insomma il fatto che tu voglia trattare tematiche importanti in un libro e che queste tematiche siano, effettivamente, importanti, non ti esime dal fatto che tu debba farlo con un minimo di coscienza, competenza e rispetto. Gettare “cose a caso”, anzi, a mio modo di vedere aggrava ulteriormente la posizione di chi invece dovrebbe saper come gestire certe battaglie, prima di pensare a tirarle in gioco.

Quindi cosa si capisce de “Il libro di Joan”?

Che l’umanità è andata del culo, si è rifugiata su un’astronave mentre sulla terra non è rimasto nulla e le persone sono costrette a vivere un vida loca alla Mad Max, che c’è un villain di turno assieme ad un’eroina di turno, che questi Ying e Yiang si combatteranno fino alla fine, che l’amore è importante e che, sinceramente, potete anche risparmiarvi di leggere un libro che non aggiungerà molto alla vostra vita.

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