Carl Sagan – Contact

Cazzarola ci ho messo una vita a finire questo libro. Direi un mese buono, forse qualcosina in più. Pensavo, speravo, credevo mi avrebbe preso. La sinossi prometteva benelli ed ero già tutto pre-unto all’idea di gustarmi un bel sci-fi come si deve. Invece la sintesi che mi viene da dire dopo aver girato l’ultima pagina è: “speravo de morì prima”.

Forse sono caduto in un paradosso spazio-temporale o forse, molto più verosimilmente, la tattica della catapulta infernale dei “gemelli Derrick” applicata da Sagan nella sua idea di narrativa per “Contact”, alla lunga mi ha annoiato più di quella volta in cui ho assistito ad un incontro di ping pong fra lumache. Chiariamolo subito: l’idea è strafiga, anzi ti prende proprio e ti stuzzica come quelle vetrine piene di robe che ti vorresti comprare asappissimo fino a quando non ti cade l’occhio sul prezzo. Ecco, appunto, parliamo del prezzo. Quello che il vecchio Carl ci fa pagare salatissimo, tirando, stretciando, allungando e distorcendo la storia come il miglior buco nero d’annata. Però almeno lì l’orizzonte degli eventi lo intravedi, magnifico, monumentale, terrificante. Invece qui continui solo a chiederti “ma dove andrà a finire? ma quanto ci mette ad arrivare a un punto? ma perché sta raccontando sta cosa adesso? e per dio dove sono i popcorn? non è umano sottoporre qualcuno ad un viaggio così lungo senza manco un po’ di popcorn”.

A me poi i popcorn fanno anche cagare però, Carl Sagan, ricordati sempre che è il pensiero che conta. Eleanor “Ellie” Arroway è una scienziatuna del SETI, che in pratica ha il compito di prendere svariati radiotelescopi e setacciare il “masters of the universe” conosciuto alla ricerca di segnali da He-Man o minimo,minimo anche una pernacchia da Skeletor andrebbe benissimo. Il punto è che la nostra Ellie ha avuto la vita difficilera e quindi da buon personaggio anni ’80 riversa tutta la sua frustrazione e genialità passivo-aggressive nel proprio lavoro, pensate se avesse avuto Facebook o Instagram, disastro, storia finita dopo due pagine e pubblicazione a stretto giro del gruppo “Please aliens I am here”.

Insomma Ellie si sbatte un sacco finché un bel giorno, dopo centordici pagine in cui Sagan ci fa dei pippozzi matematici col chiaro intento di indisporci per il resto della giornata, la nostra eroina capta dei segnali. Non è He-Man. Non è Skeletor. È qualcosa di serio ed è una sequenza di numeri proveniente da Vega. NO non “Vega” di Street Fighters, Vega la stella, della costellazione della Lira, comodamente distante soli 25 anni/luce dal nostro pianeta.

Da qui parte il susseguirsi degli eventi, che sfortunatamente non saranno né rapidi e né indolori per noi affamati lettori lanciati sul “OH MIO DIO! che minchia sta succedendo?”. Perché Sagan ci sottoporrà al martirio della certosina decifrazione del messaggio prima, delle implicazioni socio/religioso/economico/politiche della scoperta del presunto significato e infine allo step finale che farà proseguire la storia verso il suo naturale “climax” e tanti saluti a tutti.

Ripeto: la storia è notevole, ti viene davvero da voler sapere cosa succede, cosa comporterà la decifrazione del messaggio, cosa ne farà l’umanità di questa scoperta. Il “solo” problema è che tutta la narrazione è a mio modo di vedere portata ad un estremo di dettaglio eccessivo, a tratti infinitesimale. Quasi che Sagan volesse pararsi il culo fortissimo nello scrivere qualcosa che si potesse determinare “verosimile oltre ogni forma di dubbio”. My friend ci sei sicuramente riuscito, il libro risulta verosimile ma a lunghi tratti anche di una noia mortale, in cui non riesci davvero a spiegarti il perché voglia incaponirsi su determinati concetti scientifici da sviscerare a fondo, quando poi  una cinquantina di pagine dopo, questi concetti vengono presi sminuzzati e infilati su per un Quasar.

L’abilità di velocista e il palmares di Sagan non si discutono nonostante non sia più tanto giov…
Merda.
Ops scusate ho sbagliato Sagan.
Da capo.

L’abilità narrativa e la fantasia di Sagan non si discutono, nonostante abbia scritto un libro che per molti tratti mi fa venir voglia di grattarmi la testa finché non raggiungo il cervello. Però, appunto, gli direi che poteva prendersela un po’ più easy con questo libro.

E metterci magari dei biscotti di riso. Che, quelli, a me piacciono un sacco.

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