Emily St. John Mandel – Stazione Undici

“Stazione Undici” è uno dei migliori scalini non visti in cui mi sia capitato di inciampare negli ultimi, credo, anni. È un libro in cui già adesso, che l’ho appena finito, sento in qualche modo di dovere un sacco. Perché? Per il semplice motivo di esser stato in grado di farmi staccare completamente la testa rapendomi letteralmente in un momento in cui, manco a dirlo, ne ho assolutamente bisogno.

Proprio quando ormai disperavo dal riuscire ancora a trovare qualche romanzo in grado di stupirmi sul mio adorato genere “post apocalittico”, ecco che mi imbatto nella sinossi di “Stazione Undici” e mi si accende una lampadina. Quel settimo senso dei Cavalieri dello Zodiaco che più che farmi attirare armature d’oro addosso come fossi una calamita umana mi accende una scintilla in testa. Tipo icona dei santi che girano con quell’inquietante fiammella ad altezza “terzo-occhio”, presente? Ecco solo che invece che fare cose utili tipo darmi i numeri del superenalotto, mi dice “prova sto libro, provalo fortissimo, vedrai che ti piace, dai, credici durissimo”.

E io che notoriamente sono incline a fidarmi più dei miei tarli mentali che del mio istinto, anche questa volta, mi ci sono buttato a capofitto. Non conoscevo Emily St. John Mandel, anche perché ha un nome così lungo che sicuramente me la sarei ricordata se l’avessi incrociata prima, tuttavia questo a me e alla mia voglia di leggere il suo libro non ha nessuna implicazione di sorta, perché il mio “fotteseghismo” di fondo è anche quello con cui cerco di approcciare ogni libro con la voglia di farmi stupire. O prendere per il culo come un babbo di minchia.

Il poche pagine capisco che però “Stazione Undici” non sarà una presa per i f0ndelli, ma un bellissimo viaggio in cui immergersi, imparando a conoscere i personaggi, fermandosi di tanto in tanto per elaborare meglio la loro immagine mentale che innegabilmente mi viene da fare ogni volta. Tipo in molti casi me li immagino come attori realmente esistenti. In altri “creo” dal nulla delle persone che sono così vivide e familiari che ti sembra quasi di scorgerne poi dei tratti in quelle che incontri casualmente tipo al supermercato.

Ok. Ammetto che sta cosa può suonare inquietante ma c’è di peggio nel mondo suvvia, sopratutto in questo duemilaevventuno post-pandemico. Si può già dire post? Ce la sto un po’ tirando?

Ciò che è post-pandemico è sicuramente l’universo che la super Emily ci dipinge con il suo romanzo. Già perché anche lì un virus mutato dell’influenza, la cosiddetta “Georgiana”, ha il grande merito di decimare la razza più evoluta e spocchiosa dell’intero pianeta terra: noi. Il suo racconto si snoda attraverso una serie di personaggi che in un modo o nell’altro sono tutti legati ad Arthur Leander, archetipo del divo Hollywoodiano al cui culmine della parabola discendente di vita si origina, coincide, quasi per caso, l’inizio del “ground zero” dell’umanità.

Emily (fra l’altro che nome bellissimo è “Emily”?) con una sapiente scrittura “cinematografica” ci svela pian piano la sua trama, composta da tante piccole sotto-trame, che alla fine si intrecciano e si uniscono senza risultare mai telefonate o forzate, anche quando quella curiosissima e noiosissima e qualsiasicosa-issima parte di te ti inizia a dire “secondo me lui in realtà era quello che aveva fatto questo e questo era quello che dava origine a quello, scommettiamo?”. I suoi personaggi si muovono in un mondo allo sfacelo, con nuclei di persone che cercano di mantenere la propria umanità e il loro spirito di cooperazione, inframmezzati a gruppi che perdono la brocca e si lanciano nelle più scontate attività tipiche del genere umano quando si trova in una situazione alla “Signore delle Mosche”.

Non c’è tuttavia quella pesantezza e quel pessimismo cosmico che si respira nel magnifico “La Strada” di McCarthy, è un post pandemia severo ma in qualche modo “giusto”, che lascia dei barlumi di speranza. Come l’ “Orchestra Sinfonica”, uno dei soggetti della narrazione, che viaggia fra un conglomerato abitato e l’altro portando in scena Shakespeare e la musica classica, nella ferma missione e volontà a non voler far sì che il mondo perda ciò che aveva di bello.

Io che sono così pistino e stronzo nel giudicare un libro, sopratutto se di un genere come questo, sono stato veramente rapito dalla bravura dell’autrice e quindi lo consiglio di brutto con tanto di “quality mark” stampigliato sulla presente. Come al solito non sono un amante degli spoiler perché sarò anche stronzo ma ho un’anima!

Potrebbero interessarti