Fabio Anibaldi Cantelli – Sanpa, madre amorosa e crudele

È abbastanza difficile, appena finito questo libro, pensare a qualcosa tipo “adesso mi metto lì e scrivo una delle mie solite sardoniche recensioni”. Lo è per svariati motivi, il primo dei quali sicuramente è dato dal sentire marcato e palpabile che a differenza delle solite volte non si sta palleggiando in mano uno dei tanti romanzi di cui amo infarcirmi la testa, bensì di un qualcosa di autobiografico. Un qualcosa che quindi, come sua premessa, mi obbliga a mettere due guanti di velluto.

Le autobiografia o i libri che parlano di esperienze dirette e reali dei loro protagonisti, non sono qualcosa di nuovo per me e anzi ho avuto modo di far diventare il “genere” una sorta di singolare feticcio che mai avrei pensato potesse diventare una passione. Però questo libro l’ho trovato subito veramente troppo, tanto, differente dagli altri. Già la storia di come sia stato pubblicato una prima volta negli anni ’90 e poi dimenticato fino a quest’anno, quello della serie Netflix “Sampa” in cui torreggia la figura del suo autore, merita, nella prefazione, una considerazione a sé.

Sono andato a cercare il libro di Cantelli un po’ come uno che, dopo aver picchiato la testa fortissimo contro un Tir, andasse a vedere il numero di targa. Se il documentario “Sampa”, infatti, è stato in grado di smuovere fortemente il mio stomaco, stimolandomi ad andare oltre alle parole dei suoi protagonisti, per cercare di riesumare dei fatti alla cui epoca storica erano più un rumore di fondo nei telegiornali del me bambino, le domande che mi ha lasciato e sopratutto le contraddizioni ritrovate proprio nelle testimonianze di Cantelli, esigevano delle risposte.

Il libro non è fatto per dare risposte.

Il libro non è scritto per dare una delle tante “versioni dei fatti”. Almeno a me non ha fatto questa impressione.

Il libro è una messa nero su bianco dell’esperienza di un essere umano che ha avuto modo di entrare nei meccanismi della San Patrignano “prime”, per poi tagliare lungo la sua evoluzione fino agli anni ’90, fino alla scomparsa dell’istrionico ed elemento centrale costituito dalla figura di Vincenzo Muccioli. Il tono di Cantelli non è di certo quello di chi per partito preso sceglie di scagliarsi contro San Patrignano, così come non è quello di chi vuole santificare la sua figura e con essa quella del suo creatore. Il tentativo di Cantelli è più che altro un riportare ciò che per lui, per il proprio vissuto personale, sia stata la comunità di San Patrignano, mirando a mettere in evidenza quelle luci abbaglianti capaci di generare altrettante ombre profonde e spiazzanti.

Ho apprezzato il voler dichiaratamente abiurare l’idea del “male” e del “bene” assoluti. Concetti a mio modo di vedere così distanti da un modo di analizzare in maniera critica un qualsivoglia evento storico, sociale o culturale, proprio perché inclini a viziare di un giudizio preventivo qualsivoglia tesi a riguardo. Il racconto di Cantelli è truce, molte volte la domanda che sorge spontanea è “ma perché?” e lui, con calma, spiega le ragioni di quei “perché”. Lo fa spiegandone le proprie, di ragioni.

Il libro si lascia leggere e scorre, al netto ogni tanto di digressioni filosofiche che a mio gusto tirano un po’ per i capelli tutto il resto. Ma il “gusto” quando si parla di un’esperienza così personale, è un qualcosa che sostanzialmente vale anche la pena appallottolare per bene e lanciare nel cestino del “rispetto”.

Si lascia leggere e scorre, ma ogni tot, per me, si è reso necessario fermarmi, interrompere la lettura anche un giorno, per lasciare che le cose lette decantassero, nella consapevolezza che alla fine ci si ritrova con ancor più che domande, piuttosto che risposte.

E che, alla fine della fiera, è esattamente giusto sia così.

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