Kazuo Ishiguro – Non lasciarmi

Che strano questo libro strano. Sì, un libro strano che oltre ad esserlo, strano, mi ha pure stranito. Al punto che ho represso il solito impulso a lanciarmi per direttissima in una recensione a caldo, attendendo che invece questo senso straniante si sedimentasse un po’. Sopratutto per darmi modo di battere il record del mondo di ripetizione ricorsiva della parola “strano” in due paragrafi cagati.

Ho avuto due problemi fondamentali con questo romanzo. Il primo: il titolo, che urlava al mio neurone spocchioso “ma che cosa pensi possa mai venir fuori di buono da una roba che trasuda adolescenza da tutti i pori?”. Il secondo: le premesse delle varie sinossi, che me l’han collocato nel mio amatissimo panorama di letteratura ucronico-distopica. In sostanza sono arrivato alla prima pagina di questo libro un po’ come quel tizio in quel film con Bud Spencer, che davanti ad una delle ennesime scazzottate e con in mano una bottiglia di Coca Cola ed un panino, perde la cognizione di cosa deve fare con uno e con l’altra e finisce per cercare di bersi il panino e addentare la Coca Cola.

Come mio solito cercherò di evitare qualsivoglia spoiler, questo perché mai come in “Non Lasciarmi” (jesus, che brivido che mi viene ogni volta che scrivo il titolo) è as-so-lu-ta-men-te importante. Già perché la storia dei tre protagonisti, Tommy, Ruth e la voce narrante Kathy, di per sé è quella di tre persone che fin da piccole si trovano a fare i conti con il singolare collegio di Hailsham, dove passano praticamente tutta la parte della loro vita fino alla tardo adolescenza. Quindi Kathy ci riempie di un sacco di storie e aneddoti delle dinamiche legate al trio, alla vita in collegio, al rapporto con i tutori, a sprazzi di ciò che con un contagocce di quelli più che millimetrici Ishiguro instilla con (per me) terribile lentezza nel lettore.

Insomma le pagine procedono fra grandi e piccoli drammi dei ragazzi e dentro di te si fa piano piano largo la domanda “ma cosa sto leggendo?” e “ma non doveva essere una cosa distopico-ucronica?”, ma anche “però qui c’è qualcosa che non torna, cosa sono tutti sti ami lanciati nello stagno in attesa che abbocchi qualcosa?”.

Yes, parliamo di ami e di pesca. A me pescare non è proprio mai piaciuto. Tolto che andare a rompere le palle ai pesci che si fanno la loro vita tanto serena, voglio dire, perché? Ma poi in generale a me il pesce manco fa impazzire mangiarlo, per dire. Quindi ho un problema con gli ami. Cioè quando questi diventano veramente troppi e stanno lì fermi così tanto tempo che a momenti la tua esca prende una laurea in relazioni internazionali e ti denuncia per sfruttamento di esche da pesca.

Ishiguro lancia un sacco di ami nella storia, te li lascia lì a penzoloni ammiccando una promessa di spiegazione. Ma intanto già che c’è, mentre ti ammicca un’apertura, te ne lancia un altro a tradimento. E tu rimani lì inchiodato a seguire la corrente di una storia che fino a quel momento magari non ti sta dicendo nulla e ti domandi perché stai leggendo dei drammi adolescenziali di tre pischelli, mentre inconsciamente qualcosa ti spinge ad andare avanti, nonostante tutto. Nonostante quella che per me si è ritradotta in una marcia lenta nel fango degli eventi.

Ci va tanta pazienza con “Non Lasciarmi”, ecco, direi questo. Pazienza nell’aspettare i tempi dell’autore, pazienza nell’aspettare che Kathy decida di aprirti un attimino il sipario sul quadro generale della faccenda, fino al finale che devo ammettere è coinvolgente. Parliamo di questo allora, perché se fino a più di tre quarti di libro stavo per bollare il tutto come una “noiosa perdita di tempo”, il finale ti da due ceffoni in faccia amichevoli e ti dice “pensavi ti avessi preso per il culo vero?”.

Sì, Ishiguro, sinceramente sì, iniziavo a pensarlo e non è che ora ti metti a fare l’amicone e ti perdono tutto e… niente. All’improvviso ti trovi lì a realizzare il perché di tutta quella lentezza, il perché di tutte quelle storie così stuffianti di Kathy che litiga con Ruth che litiga con Tommy che litiga con Kathy che al mercato mio padre comprò.

Si percepisce una grossa sostanza nell’ultima parte di questo libro. Quella sostanza che ti fa dimenticare il titolo, ti fa dimenticare i tre quarti di noia forse davvero solo più apparente. Perché trova anch’essa, come dicevo, una sua collocazione. Quindi in sostanza alla fine Ishiguro ti viene da perdonarlo, non del tutto, però in gran parte sì, perché finalmente riprende in mano tutte le canne da pesca e anche se, come nel mio caso, il pesce non ti fa impazzire, ti ficca davanti una cesta piena di orate e ti guarda con quello sguardo da saggio orientale che ne sa un pacco, tipo maestro Miaghi in Karate Kid.

Se avete voglia di un libro che faccia promesse che poi manterrà, ve lo consiglio. Ma armatevi di santa pazienza.
P.s. se vi piace il pesce poi siete veramente a postissimo.

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