Nick Harkaway – Il mondo dopo la fine del mondo

L’immagine fighissima di copertina l’ho trovata sul tumblr di Braden Lamb

Da sempre, nelle mie recensioni, cerco di rispettare la sacra regola del “no spoiler”. Questo per molteplici motivi: il primo, sicuro, è che non voglio finire all’inferno. Cioè non voglio finirci anche per questo peccato, almeno. Il secondo, ovviamente, è perché cerco di vivere la mia vida loca secondo il motto “restiamo umani”. Però qui l’esercizio del parlare di questo libro senza spoilerare qualcosa è veramente quel che il buon Bizzotto definirebbe “coefficiente di difficoltà altissimo, in grado di cambiare la classifica dei tuffi”.

Quindi io ci provo, vado, mi tuffo e vada come vada spero la giuria (e anche Bizzotto) mi perdonerà se non sarò così pulito e alzerò un po’ di “ciff e ciaff” tecnico-tattici all’entrata in acqua. Due passi, pronti, via: il libro non è bello. Mi spiace, non lo è. Questo libro è bellissimo. Di quella bellezza neanche troppo ruvida ma così sfacciata, già dalle prime pagine, che non ci provi nemmeno a fare il criticone, semplicemente ti arrendi alla narrazione, al mondo assurdo dipinto da Harkaway, ai personaggi che vengono delineati prima con semplici tratti e poi, pian piano, sempre più nel profondo, tanto da diventare amici. I tuoi amici. Quelli che poi quando il libro lo finisci sei lì a salutare dal finestrino della station wagon di tuo padre, perché l’estate sta finendo, le vacanze sono finite e devi ritornare a casa a riprendere la tua routine.

Harkaway, scopro, è il figlio di John le Carré. Ma tipo lo scopro mentre sto leggendo il libro, perché mi chiedo “ma da dove arriva sto tizio?”; tutto ciò per dire sostanzialmente che Nick Harkaway per me non è e non sarà mai “il figlio di…”, semmai, au contraire, è John le Carré ad essere “il padre di…”. Non avevo mai letto nulla di lui e questo libro l’ho pinzato spulciando a caso nell’United States of the Internet fra un elenco di libri (guarda caso) distopici e post-apocalittici. In realtà questo é un romanzo che è veramente difficile da collocare all’interno di uno scaffale di “genere”, perché affonda nella sci-fi degli anni ’60 ma anche sicuramente nel distopico e certamente nel mio tanto amato post-apocalittico, il tutto in salsa fortemente ironica ed irriverente. Per intenderci quello stile che richiama un mostro sacro come Kurt Vonnegut. Con questo non voglio assolutamente dire che, come invece qualcuno ha fatto in qualche altra recensione, Harkaway abbia scritto una storia spiccatamente “Vonneguttiana”. Assolutamente no, perché la storia preserva un suo stile, un suo carattere, una sua personalità che è comunque originale. Diciamo che questo libro per me finirà sicuramente vicino alla meraviglia che è “Mattatoio numero cinque”, ecco.

Ok siamo al punto in cui dopo quei passi preliminari sul trampolino traballante mi sono fatto forza e con i piedi ho dato la spinta per andare in caduta libera verso l’inevitabile impatto finale: parliamo della storia senza parlare della storia, che dici? Ok. Proviamoci almeno. Il nucleo centrale è la famiglia Lubitsch, quella da cui provengono i protagonisti del nostro libro, quella attorno alla quale ruoteranno come satelliti diversi eventi, come solitamente capita quando una storia ha un suo punto di vista particolare. E il punto di vista scelto da Harkaway non è solo particolare, è molto di più. Questo “molto di più” ce lo fa scoprire petalo dopo petalo in una sequenza calibrata ad hoc di “m’ama-non m’ama” coinvolgente. Anzi, direi avvolgente. Yes, vieni avvolto dal racconto, dai personaggi che pian piano si fanno conoscere e a cui inizi a dare sempre più del “tu” in una maniera confidenziale, che alla fine diventa fraterna.

Il mondo di Harkaway è un gran casino, come tutti i mondi in cui ci sia la razza umana, in fin dei conti, ed è quel genere di casino che attraverso i soliti errori madornali che solo noi sappiamo compiere in maniera così chirurgica da sembrare quasi telecomandata, alla fine porta all’inevitabile patatrack globale. L’Apocalisse di Harkaway ha il non-sapore disorientante del principio di “assenza”, delle Bombe Svuotanti che semplicemente fan sì che ciò che esiste, un momento dopo, non esista più. Questa la tassa equa che secondo i potenti del pianeta doveva essere pagata dai propri vicendevoli nemici: la cancellazione come principio folle per generare un mondo migliore, un mondo senza “nemici”, laddove il “nemico” è sempre un “altro” in un folle gioco di incroci dove le parole bene e male perdono il significato. Com’è attuale questo libro del 2008, com’è bello vedere un autore con ancora quella capacità di trasfigurare la realtà con una storia surreale che racconta fra le righe molto più di quanto non mostri effettivamente.

Il gruppo di personaggi ti fa compagnia, letteralmente per tutte le vicissitudini che si troverà a vivere. In uno scenario di zone abitabili, zone considerate “off limits” a causa degli effetti collaterali dei fallout delle bombe svuotanti. Oltre al danno, infatti, la beffa: nell’immediato le bombe cancellano la realtà, lasciando in cambio un residuo di brodo primordiale chiamato “Robaccia”, la quale entrando in contatto con esseri senzienti è in grado di dare forma reale ai pensieri, alle paure, ai desideri, a tutti quei mostri che si sono sempre solo immaginati abitare sotto il proprio letto da bambini. La realtà scompare per lasciare spazio alla materializzazione dell’immaginazione e questa è forse la punizione più severa contro la quale ciò che rimane del genere umano si dovrà confrontare.

Le mani toccano l’acqua. Ammetto, il tuffo non è perfetto, la fase finale forse fa anche un po’ schifo e mi sono lasciato trasportare sbottonandomi forse un po’ più del dovuto, però vi assicuro che tutta la sorpresa e la meraviglia che è questo bellissimo libro non ve l’ho rovinata. Semmai spero di avervi convinto a dargli una possibilità, nonostante tutto, nonostante il tuffo, nonostante mi sia morso più volte la lingua dei miei polpastrelli. In questo fantastico mondo di polpastrelli dotati di lingua. Ovviamente.

Non aggiungerò altro se non che, se non vi bastasse, in questo libro ci sono anche dei ninja. Devo dire altro? Ecco. Esco dalla piscina, alla fine non m’interessa se Bizzotto mi ha stroncato o meno, se la giuria sta caricando questo tuffo su youtube con il titolo “Worst diving attempt ever LMAO”, quel che mi manca, sinceramente, è quel gruppo di amici che sto continuando a salutare dal finestrino della macchina, che si fanno sempre più lontani in un grafico che segna una linea direttamente proporzionale sulla scala della nostalgia che già ho di loro.

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