Octavia E. Butler – La parabola del seminatore

Quando mi ci metto so essere peggio di un segugio da caccia. Quando mi ci metto e voglio a tutti i costi qualcosa di nuovo per soddisfare la mia sete di letteratura distopico-post-apocalittica sono in grado di andare a ravanare negli angoli più oscuri del webbe. Quelli che si palesano come una falla nel Matrix e mi spiattellano lì tutta una serie di nomi-libri-robe che no, non puoi crederci siano così tanti, così “esattamente quel che stavo cercando”.

L’eccitazione da “ho trovato la terra promessa” si spegne abbastanza in fretta quando mi rendo conto quanto sia difficile recuperare molti titoli, sopratutto rivolti al mercato ammeregano, però fra tutti quelli che sono riuscito a tirare su con la mia immaginaria rete da pesca, ecco che spicca “La parabola del seminatore”. Il titolo, già dal suo riferimento dichiaratamente religioso, mi ha fatto drizzare le antenne. Me le ha fatte drizzare meno il come viene presentato nelle varie sinossi. Però è tempo di abbandonare metafore pseudo falliche su drizzamenti e concentrarci subito sul rispondere alla domanda veramente importante: il libro com’è? Figo. Il libro è figo. Almeno per me. Ha tutto ciò che serve per catturare la mia attenzione e anche di più.

Ma andiamo con calma. Della buona Octavia E. Butler, dove la E. sta per “Estelle”, non sapevo nulla fino a prendere in mano il suo libro. L’ho conosciuta con lui e chissà perché fin dall’inizio ho avuto la netta sensazione che seppur sia un romanzo, seppur sia così distopicamente ambientato in un futuro ben lontano dal 1993 in cui è stato scritto, parlasse molto di lei, della sua autrice.

Siamo negli USA e siamo all’inizio degli anni subito seguenti il 2022. Dire che il mondo sta (e qui userò un termine tecnico, ocio) “andando letteralmente a puttane” è un eufemismo per descrivere lo scenario in cui Octavia piazza i suoi personaggi. La protagonista e voce narrante è Lauren, una ragazza che nel corso delle vicende passerà dall’adolescenza all’età adulta portando il lettore con sé nel proprio viaggio.

Il viaggio è il tema secondo me centrale nelle vicende del libro. Un viaggio che per la protagonista parte prima in maniera solo interiore e poi sfocia suo malgrado in un peregrinare forzato dall’evolversi degli eventi, dalla loro ineluttabile e cruda determinazione. Come detto la situazione, nella distopia della Butler, è abbastanza tragica. Un mondo che davanti ad epidemie e crisi economiche ripetute ha saputo solo diventare specchio dei più crudeli ed egoisti istinti selvaggi che ancora sanno albergare (eccome se lo sanno) nel genere umano.

Vi ricorda qualcosa? A me, sopratutto oggi, nel nostro 2022, moltissimo. Uno a zero per Octavia, palla al centro. Ormai dopo neanche due capitoli sei in balìa della sua narrazione, hai letteralmente fame di sapere cosa succederà a Lauren, cosa succederà alla sua famiglia, cosa succederà ad un mondo che inizialmente lei può vedere filtrato dalla barriera protettiva della sua piccola comunità. Un quartiere fortificato dove tutti si danno una mano, cercando di resistere ad una realtà spietata di istituzioni saltate, polizia corrotta, vite umane che valgono il peso di uno sguardo lanciato male.

Il padre di Lauren è un pastore nero (che mi sono immaginato per tutto il libro come Lebron James, non chiedetemi perché) ed è la figura che ha maggior influenza in quelle che saranno le sue scelte, il suo modo di determinarsi nel mondo. Nonostante lei perda ben presto la fede, la perdita in realtà non è altro che una mutazione. Lauren inizia ad elaborare il proprio credo, la propria idea di Dio, scrivendolo su appunti e quaderni che la accompagnano ovunque. Chiama questo suo sistema filosofico-religioso “Il seme della terra”, che diventa ben presto una corda, pazientemente intrecciata, a cui aggrapparsi per sottrarsi all’idea che il mondo sia destinato ad arrendersi al terrore cinico ed egoista in cui sta lentamente scivolando.

Lo scenario del “mondo fuori” è in balìa di piromani, stupratori, cannibali. Un’ambientazione che in certi versi ricorda la spiazzante disperazione che poi McCarthy inserirà nel suo “La Strada”. Ok ammetto che non vi sto vendendo molto bene l’idea di questo libro. Però la Butler è stata bravissima ad ipotizzare uno scenario distopico in cui l’elemento “post apocalittico” non è un agente esterno, ma semplicemente, tanto per cambiare, l’umanità stessa. Siamo molto bravi a fotterci da soli senza il bisogno di un asteroide o di un’epidemia e questo libro ci ricorda che in mezzo alla disperazione e ai più biechi istinti primordiali, la ragione e la compassione possono ancora giocare un ruolo determinante a farci sentire persone in grado di riconoscersi in qualcosa di positivo.

Lauren incontrerà persone, nel suo viaggio, cercherà di seminare il suo credo come unico antidoto a lei concesso per vedere una luce nel buio. Forse facilitata anche dalla sua condizione “particolare” che la affligge fin dalla nascita (e di cui non vi dirò nulla per non rovinarvi la sorpresa e scoprirla come si deve).

Il libro quindi è bello, si lascia leggere ed è avvincente. L’unica pecca, forse, è che alla fine si vorrebbe sapere un po’ di più di come va a finire tutto quanto, però, infondo è anche giusto che ognuno venga lasciato libero di immaginarsi il futuro che meglio si adatta al proprio carattere.

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