Rumaan Alam – Il mondo dietro di te

Questa è un’amara recensione di una promessa. Una promessa, quando è fatta, porta dentro di sé tutta la magia e le suggestioni della sua concretezza futuribile, del suo passaggio dal piano del “se” a quello del “dajene”. E qui siamo davanti ad una promessa non mantenuta, quindi una delle peggio situazioni ever.

Mi faccio irretire come quello che tecnicamente è definibile come un piccolo “babbo di minchia” da una sinossi sventolatami davanti agli occhi di “la distopia di una famiglia davanti ad uno scenario apocalittico”. Ci casco a occhi chiusi con entrambi i piedi, mi faccio irretire come un povero vecchietto davanti a due fetenti che si spacciano per quelli dell’Italgas solo per poi ripulirgli la casa. Insomma il mio approccio davanti a questo libro è col cuoricino-ino-ino colmo di quelle emozioni forti e acquolina in bocca che solo la “distopia-portami-via” sa darmi.

L’inizio, ad onor di cronaca, vostro onore, è anche incoraggiante. Nel senso che tutta questa massa critica di descrizioni arzigogolate, di excursus sui pensieri-vita-morte-e-miracoli dei vari personaggi che Alam introduce, sembrano il potente preludio al motivo per cui tutti quanti in realtà siamo qui davanti a queste pagine: la ciccia. L’apocalisse. Lo stravolgimento delle cose su un piano che non ti aspetti. L’acceleratore premuto sull’esplosione di libere associazioni che una narrativa di un’umanità sul baratro sa generare. Ma il problema è che presto o tardi si capisce, lo capiamo tutti e con molto scoramento, che invece tutto finisce lì. Proprio lì sull’orlo di quella promessa strozzata e rinnovata pagina dopo pagina, paragrafo dopo paragrafo.

La famigliola che ci tocca seguire, si insedia in questa casa fuori porta e troverà proprio in quelle mura l’intera realizzazione delle duecento pagine di quest’insalata di descrizioni, concentrato di segoni mentali sterili e fini a se stessi ma, soprattutto, una quantità imbarazzante di sassi lanciati al lettore su cui ci si aspetterebbe quantomeno una contestualizzazione, che so, un mini approfondimento, uno straccio di senso all’interno del flusso narrativo. E invece no. Beccati centordici insight all’interno della trama e tienili lì con molta cura senza che vadano a significare un bel “minchia di niente”.

Qualcuno, dico qualche avvocato delle cause perse, potrà obiettare che questa neverending costruzione di un (discutibile) stato d’ansia generato da una marea di riflessioni e dettagli gettati lì, sia una precisa strategia narrativa dell’autore, una sorta di tentativo assolutamente voluto e (discutibilmente) controllato per far diventare questo libro un trampolino di lancio per le molteplici fantasie del lettore. Però, tecnicamente, la mia risposta molto pacata a questo punto oscillerebbe fra il “Amanda, che cazzo dici” cit. (che se leggerete il libro, capirete, avrà un ulteriore risvolto) e un “Campione, anche meno eh”.

Rumaan Alam, alla fine, per me la gioca veramente sporchissima. Lo fa, e qui il motivo per cui non si può essere troppo impietosi col giudizio finale, sicuramente potendo far conto su una capacità di scrittura tecnicamente impeccabile ma assolutamente sterile ai fini della storia, della narrativa, del senso di tutto il maledetto universo che cerca di dipingere e far diventare tuo con tante, troppe, suggestioni gettate a caso in una mischia degli All Blacks. Dal quale, come risaputo, voglio vedere proprio come ne esci vivo.

Le promesse sono un’arma di distrazione di massa molto potente, l’ho detto all’inizio, e come tutte le armi bisogna saperle usare o quantomeno saperne reggere il peso. A me le armi han sempre fatto e sempre faranno cagare, quindi a voi le considerazioni. Questo libro ve lo consiglio solo se avete voglia di arrabbiarvi con qualcuno. Tipo con voi stessi, per aver deciso di leggerlo.

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