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9 Novembre 2023
Justin Cronin – Il Passaggio

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Justin Cronin – Il Passaggio

Avevo in canna questo libro da parecchio. Direi da quando mi avevano detto da più parti “tu che adori i post apocalittici sai dovresti …” e io subito “WTF? hai detto post apocalittico? È la parola magica, il maledettissimo golden ticket per la mia Fabbrica di Cioccolato”. Poi, però, ci fu uno di quei “però” che pesano come macigni. “Eh sai è solo il primo di quella che sarà una trilogia”.

Ecco. No bueno amigo. Non puoi mettere davanti all’orso il vasetto con la marmellata e poi dirgli che dovrà mangiarsela a rate. Voglio dire provateci e vedete un po’ se ci riuscite, davanti ad un grosso esemplare di plantigrado, a fargli dei discorsi sul fatto che dovrà attendere che un certo tizio di nome Justin dovrà mettersi a scrivere per farti poi sapere, “un giorno”, come andrà avanti tutta la faccenda.

Quindi “Il passaggio” è finito in quella sorta di secchio senza fine che è la mia biblioteca virtuale, che a volte sembra un po’ quel pianeta di Interstellar in cui un secondo equivale ad un giorno sulla terra. Una distorsione spazio-temporale durata fino a quando non sono riuscito a mettere le grinfie sull’ultimo libro della trilogia, potendo quindi dare il “via” ufficiale all’abbuffata di Cronin, fino al religiosissimo culto dell’esegesi del primo libro. “Il Passaggio”, appunto. Che non è uno spin-off de “Il Sorpasso” con Gassman, precisiamolo.

Ancora una piccola nota e finisco col predicozzo e passo direttamente all’omelia, promesso. Il fatto è che l’antefatto è sempre importante, oserei dire fondamentale, per capire poi come uno si trova a reagire davanti ad un libro. O davanti a qualunque cosa. Davanti alla vita. Diciamolo: gli antefatti sono importantiiiiii! Ed ecco, quindi che “Il passaggio” è stato accuratamente portato alla mia attenzione con la sacra unzione di Stephen King, che in quanto autore di una delle post-apocalyptic-novel migliori che abbia mai letto (L’Ombra dello Scorpione è un gioiello di rara bellezza), se unito ai paragoni che si sono sprecati con McCarthy e il suo “La Strada”, ha costituito una base di aspettative veramente alte verso questo libro.

Quindi, lo prendo, lo guardo, lui mi guarda, ci guardiamo e dico “a noi due”. Pronti partenza via, la partenza però non è delle migliori, direi un diesel, un diesel che fatica a carburare e che, haimé, si porta questo problema meccanico lungo tutta la smandrappata di pagine di cui si compone. Bastano veramente pochi, pochissimi capitoli per capire e inquadrare come Cronin ha deciso di giocarsi le sue carte e, mi duole dirlo, la domanda che mi sorge spontanea dal centro del mio piccolo cuore di lettore speranzoso è: “but why?”.

La sinossi è carina, direi quasi un classico. Senza scendere nei dettagli: scienziati un po’ incoscienti, esercito ammeregano, FBI (Mulder e Scully not included), esperimento supersegretotoppe finito a merdissima, epidemia, caos, umanità che se ne va tecnicamente “a ramengo” e ultimi superstiti che combattono con la nuova specie dominante confezionata dall’esperimento di cui sopra.

Il problema è che proprio perché siamo davanti ai grandi classici del genere, il rischio di fare di tutta la faccenda un enorme polpettone banalizzato è fortemente alto. Non dico che questo sia il caso di Cronin, per carità, per quanto mi sia fermato mille volte a pensare “ma zio cantante, ma perché mi scadi così?”, alla fine la storia mi ha preso e il libro me lo sono abbastanza anche divorato, per la curiosità di sapere dove si sarebbe andati a parare. Però in diversi punti manca decisamente di sostanza. E per sostanza intendo quella percentuale di “ciccia” narrativa necessaria a vendere il tuo racconto come verosimile al tuo lettore. Ecco. Justin (diamoci del tu, dai) si mette a scrivere e non manca ogni tre per due di lasciarti delle briciole di pane, a terra, che ti ricordano quasi “amico, tranquillo, è solo un libro eh, adesso vedi? ti piazzo qui una bella scena così telefonata che ancora non hai finito il paragrafo e già puoi immaginarti come andrà a finire questa cosa che potrebbe generarti un po’ di ansia”. E poi ti fa l’occhiolino.

Ma Justino (sempre più confidenza, allarghiamoci) per dio! Mi scrivi questo tomo bello importante, che non so mai se voi autori americani abbiate la sindrome del dorso pagina troppo piccolo, ci spendi un sacco in descrizioni a scapito di dialoghi veramente troppo stereotipati e artefatti come certe situazioni che vai a descrivere nel dettaglio e alla fine mi lasci questa insoddisfazione di “what if” di fondo. Quando parlavo di “ciccia narrativa” non mi riferivo necessariamente allo spendere troppe perifrasi per descrivere una situazione che poi nel suo nocciolo risulta un po’ debole e stentata. Hai riempito questo ideale pranzo di portate di antipasti e poi come primo mi hai fatto la cagatina nel piattino. Non si fa così. Non con un orso che si aspettava un sacco di marmellata.

L’altro grosso problema, nella mia opinabilissima opinione, è che Cronin si innamora troppo. Dei suoi personaggi e della storia. Che di per sé è una cosa ottima per uno scrittore, per come la posso vedere, ma diventa un limite se l’amohre, quello vero, con l’ “h” aspirata in mezzo, si esplicita in una catena e un freno a tutto ciò che i tuoi personaggi potrebbero fare, subire o svilupparsi. Gliene fai passare di ogni, ma veramente di ogni, eppure ti preoccupi così tanto per la loro incolumità che badi bene a sacrificare i sacrificabili ma mai realmente a dare l’impressione di volerlo fare con quelli che contano, quelli che nel cercare di far entrare nel cuore del tuo lettore, in realtà, dimostri più aver cuore tu, piccolo e adorabile cucciolone che non sei altro. Per questo tuttavia è anche vero che fa tenerezza ed è impossibile volerti male.

Insomma tirando le fila io mi aspettavo decisamente di più da questo libro. Non so bene come si possa minimamente paragonarlo a certe altre pietre miliari di cui sopra, come ho sentito e letto esser stato paragonato, perché semplicemente si tratta di una bella storia, che si fa leggere in maniera abbastanza piacevole, con tuttavia (per come la vedo io) moltissimi limiti narrativi e anche di stile che mi impediscono di considerarlo in generale qualcosa di più di ciò che mi ha dato l’impressione essere.

Leggerò gli altri libri? Certo che sì.
Ve l’ho detto, alla fine a Justino si vuole bene.


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