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4 Febbraio 2026
Derek Raymond – E morì a occhi aperti

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Derek Raymond – E morì a occhi aperti

Un-due-tre rieccoci qui esattamente dove avevo detto sarei stato. Sono un uomo di parola e se “Aprile è il più crudele dei mesi” è stato il mio modo di stringere la mano a Derek Raymond e dirgli “Piacere, Merc” e lui tipo “e sticazzi?”, dovevo assolutamente fare le cose per bene. Come vanno fatte. Quindi se esiste una sorta di serie di cinque libri dedicati alla Factory, dopo esser partito dritto-per-dritto dal secondo, era importantissimo fermarmi e partire dal primo. Questo libro, appunto.

Da un lato ci si potrebbe dispiacere dal fare un passo indietro, avendo già idea di come alcune cose evolveranno, ma visto che sto cercando di coltivare la migliore versione di me stesso, come tutti i fuffaguru dell’Instagramme ti profetizzano, scelgo di vedere il bicchiere mezzo pieno in questa faccenda. Il personaggio principale è sempre lui, il detective senza nome confinato alla “Crimini Irrisolti” per sua stessa, consapevole, scelta. Ma ci sono delle differenze con quel che troveremo poi nel libro successivo ed è proprio su queste differenze che è bello fare un’osservazione delle cose quasi a mo’ di “prequel” più che di “ma cazzo ho sbagliato e sono partito dal libro sbagliato”.

Raymond non è ancora quel “pienamente Raymond” che troveremo in “Aprile è il più crudele dei mesi”, è come se stesse iniziando a prendere confidenza con il suo personaggio, facendoci scoprire pagina dopo pagina il modo in cui lo fa crescere, gli dà una struttura, lo modella in maniera mai empirica o affettata ma con la precisione del sarto che sa benissimo che taglia avrà il vestito finito e come risalteranno gli accostamenti che ha in testa.

Se mai ci fosse bisogno di conferme, la narrativa di Raymond fa pensare che un Guy Ritchie abbia in qualche modo guardato in quella direzione nel caratterizzare molti dei suoi lavori e personaggi. Anche se il buon Derek è veramente qualcosa di diverso, qualcosa di “altro”. Le sue atmosfere si tingono di un nero così denso che se fosse un codice esadecimale sarebbe un #0000000 implacabile. È l’anticristo del sorriso, non si ride manco per sbaglio, perché ogni dialogo, ogni situazione, si porta appresso il peso di una realtà che incombe sulle spalle di ognuno come un soffocante mantello di piombo.

Ok messa così non è molto appetibile, lo ammetto. Però Raymond vi porta dentro la storia in maniera particolare, non vi scarica tutto questo peso addosso, ve lo mostra, ve lo descrive, vi fa empatizzare con questo suo personaggio particolare che ha il fascino di chi sente di non aver nulla da perdere tranne i propri princìpi. Il nichilismo con cui osserva il mondo va così a cozzare con il trasporto e il coinvolgimento a cui cede nel momento in cui si trova ad investigare su uno dei suoi casi. Omicidi di serie “z”, quelli che coinvolgono personaggi ai margini della società, così borderline da non meritarsi nemmeno un distratto trafiletto di giornale.

E così il suo detective diventa un po’ il faro di noi lettori, che in tutto questo buio potremmo finire per annegare e invece no, invece abbiamo la sua figura caracollante che ci lancia un salvagente e ci dice “si lo so, è una merda, ma alla fine, credimi, andrà tutto bene”.

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