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10 Febbraio 2026
Giancarlo De Cataldo – La Svedese

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Giancarlo De Cataldo – La Svedese

Cosa mi sta succedendo in questo periodo? Non si sa. Perché ultimamente mi infarcisco di libbbri (con 3b) di genere crime? Forse perché voglio sentirmi giovane e pischello, quando a tredici-quattordici anni mi facevo delle grosse flebo di Conan Doyle? Non c’è una risposta certa a questa domanda, di certo c’è che avevo bisogno, come si suol dire, di “fare volume” su un ordine libri Vinted e leggendo “De Cataldo” ho pensato immediatamente a “Romanzo Criminale” e mi son detto: “Daje con sta Svedese”.

Ora, come mio solito mi dichiaro subito. Questo libro mi ha lasciato in quella tipica condizione filosofico esistenziale riassumibile nella parola “MEH”. Perché? E perché tutti questi “perché”? De Cataldo fatica veramente tanto ad affrancarsi dalle atmosfere e dal piglio di “Romanzo Criminale”. Voi mi direte che “vabbeh sì però parliamo sempre di una storia ambientata a Roma, sempre coi criminali, sempre con le storie di bande di robe di cose”. E io vi dirò che avete ragione, però, però, insomma, altra storia altro piglio no? Cerchiamo di fare quelli che sanno cambiare registro a seconda del racconto, no?

Ecco, invece proprio no. L’eroina di questo romanzo è Sharon aka Sharo aka La Svedese, perché, indovinate un po’, è una bionda statuaria che vive nella periferia romana. Fa di tutto per rimanere lontana dal mondo della mala ma alla fine, inevitabilmente, ci finisce dentro a piè pari. Senza voler spoilerare, la nostra Sharon subisce suo malgrado (o forse no, non si capisce bene) l’influenza di un personaggio molto didascalico chiamato “Il Principe”. E no, non parliamo di Giannini della Roma, ma di uno che fin da subito me lo sono immaginato tipo Gianluca Vacchi e sta cosa oltre ad ammazzarmi dentro ogni volta che leggevo parti in cui il personaggio era coinvolto, da un lato mi faceva anche molto ridere. Soprattutto nei momenti in cui magari c’era poco da ridere. Ma tant’è, alla fantasia non si comanda, esattamente come al cuore.

E la Svedese un cuore ce l’ha e pure lei non è che si preoccupi tanto di nasconderlo. E qui c’è una delle tante idiosincrasie del libro, in cui ci sono personaggi che più che alla verosimiglianza sembrano scritti per essere buttati sullo schermo per una fiction di minimo sette puntate, massimo dieci. Il ritmo narrativo è buono, coinvolgente anche, ma le tempistiche e le modalità con cui si arriva al climax e al finale, a mio gusto personale, sono completamente sballate e prive di mordente.

Tutti i tentativi di dare profondità all’intreccio narrativo vengono improvvisamente sminuiti da quelle che sembrano quasi delle scelte di comodo per chiuderla in una modalità frettolosa e sicuramente affettata. Con Gianluca Vacchi, scusate, col Principe, che d’amblè, nonostante sia chiaro voler assurgere al ruolo di intellettuale-factotum della storia, se ne esce con delle robe che le leggi e speri di esserti sbagliato e aver disimparato l’italiano, perché non è possibile.

E invece, ladies and gentlemen, è assolutamente possibile. Perché alla fine della fiera, e me ne dispiaccio molto, De Cataldo dá l’impressione di essersi proprio buttato un po’ via una storia piacevole, giocandola secondo me malissimo soprattutto nelle ultime pagine.

Alla fine della fiera dell’est, se vi è piaciuto “Romanzo Criminale”, questo libro sicuramente vi piacerà, ma se siete una spocchia di persona come il sottoscritto, farete molta fatica a non sentire fortissimo l’odore di “già letto” che vi si insiunerà sotto le narici e vi disturberà un po’ gli occhi, come l’immagine di un Gianluca Vacchi filosofo.

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