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Home / I Love Writing / Nnedi Okorafor – Chi teme la morte?

Presente il famoso detto "mai accettare caramelle dagli sconosciuti?". Ecco possiamo tranquillamente applicarlo anche ai libri. Non perché "Chi teme la morte?" mi sia stato consigliato da uno sconosciuto, giammai, più che altro perché nella mia sempiterna e raminga ricerca di letteratura distopica e post-apocalittica, questo titolo è finito nelle pieghe del mio spazio-tempo, tutto agghindato di suadenti lucine colorate fatte di premi, riconoscimenti e pubbliche esaltazioni.
Il mio interesse verso questo libro credo si sia interrotto intorno alla pagina venti-e-qualcosa delle quasi cinquecento di cui, purtroppo, si compone. Al che ovviamente la prima considerazione che vi verrà in mente è, giustamente, "Abbello, ma perché ti sei fatto del male e sei andato avanti in un libro che palesemente non ti convinceva?". E la vostra sarebbe non solo un'ottima domanda, ma anche legittima. Il punto è che la mia idiosincrasia verso lo "sprecare le cose", instillatami probabilmente da mia madre, finisce per esibirsi nelle forme più inaspettate e nei contesti più assurdi. Quindi per farla breve l'idea del "non si butta o spreca niente" io la applico anche a quei libri che inizio e in ogni caso, se li ho iniziati, devo finirli. Anche se mi accorgo che fanno schifo. Anche se si chiamano "Il mondo al contrario"... no no no aspe. In questo caso sarebbe impossibile perché ho imparato a non toccare la merda di proposito.
Torniamo a noi. Come si fa a leggere il resto di un mattone di cinquecento pagine quando già dalla famosa venti-e-qualcosa, hai capito che aria tira? E che, soprattutto, pagina dopo pagina, la situazione nemmeno si mantiene stabile, ma precipita al punto da farti venire quasi l'orticaria? Lo si fa accedendo alle proprie riserve zen, stringendo i denti, allacciando il casco e, mi raccomando, "luci accese, sempre!" cit. Quindi ora vi beccate il mio pippozzo, così magari scegliete di evitare di fare il mio errore, oppure capite che magari quello sbagliato sono io e in realtà sto libro fa esattamente per voi, chi lo sa.
"Chi teme la morte?" non è solo il titolo del libro, ma anche la traduzione paro-paro del nome della protagonista Onyesonwu. La nostra eroina vive in un non meglio definito contesto temporale abbastanza distopico, ambientato in quella zona dell'Africa che corrisponde idealmente al Sudan e del Sudan si porta appresso tutto il meglio di ciò che l'abominio del genocidio avvenuto in Darfur ha saputo offrire al genere umano. Onye è infatti una "Ewu", ovvero la figlia di uno stupro avvenuto durante un attacco ad un villaggio. In questa versione alla Harry Potter decisamente più truce, la protagonista è la predestinata a cambiare il rapporto subalterno fra le etnie Nuru ed Okeke, di cui lei per via delle sue origini è la sintesi.
"Ma sei uno stronzone", mi direte a questo punto. "Cioè un bel libro che seppur in forma romanzata porta l'attenzione su certi temi, tu vieni a dirci che dopo venti-e-qualcosa pagine t'ha rotto le palle?". Sì, non suona bene ma sì, ve lo dico e ve lo dico proprio con forza.
Perché mi sembra ormai essere diffusa la convinzione per cui basti parlare di determinate tematiche "giuste", sostenere determinate posizioni assolutamente umane e condivisibili, per poter avere in mano una sorta di "lasciapassare" che consenta di fare un po' quel che si crede. Io sono convinto che scegliere di affrontare determinati temi, data la loro importanza e dato il loro peso specifico, non sia una medaglia da appendersi al collo per dire "hey guardatemi, cazzo sono una persona super ok!", bensì costituisca un carico veramente non indifferente di responsabilità.
Scrivere, parlare, raccontare, seppur per metafora, seppur per finzionalità narrativa, di determinate tematiche, automaticamente ti obbliga a farlo nel miglior modo possibile. Se no il rischio è far diventare tutto una caricatura che più che far riflettere e far fare un passo in avanti a chi ti ascolta, ne fa fare tre indietro.
Okorafor, mi spiace tanto per lei, non ci riesce. E per questo il mio giudizio su questo libro è particolarmente impietoso. Perché non basta cucire una storia fantasy su una ragazza con dei poteri magici che "deve fare delle cose", buttando dentro un po' di genocidio, un po' di femminismo telefonato, una spruzzata di temi tipo "soldati-bambino" lanciati negli eventi in maniera quasi gratuita. Quasi più a voler esibire una sorta di "Cartolina dall'Africa: tanti saluti anche da questa tremenda realtà" che renderli funzionali a qualche tipo di messaggio.
Tutto mi è sembrato un goffissimo tentativo di emulare qualcosa come le atmosfere e la profondità dei messaggi della monumentale saga di "Oryx e Crake" di Margaret Atwood (questa, se non la conoscete, andatela a recuperare prima di subito). Ma la Atwood ti prende e ti porta dentro la sua storia assurda facendoti sentire sulla pelle ciò che vivono i suoi personaggi, facendoti compiere un viaggio che non è solo quello dei protagonisti ma è anche il tuo e, soprattutto, quello del tuo rapporto verso di loro.
I personaggi di Okorafor, a partire da Onyesonwu, non riescono ad avere quella profondità. Vivono in una sorta di monodimensionalità che li fa rimanere statici per tutta la durata del libro. Non evolvono e il fatto che l'autrice provi più volte a cercare di sottolineare una sorta di "progresso", invece, ne sottolinea ancor di più l'effettiva evidente staticità. La trama è qualcosa di così debole che pure Propp, buonanima sua e della "Morfologia della fiba", si sarebbe messo a piangere. È tutto veramente tanto campato in aria, con le situazioni che possono cambiare a seconda di come tira il vento e con la fottutissima "magia" che invece che un mezzo diventa il fine al quale Okorafor ricorre quando a livello narrativo vuol levarsi via da qualche impiccio.
Direi che per un libro che manco mi è piaciuto ho già speso troppe parole.
Sì lo so, mi piace sempre chiudere con un tocco di gentilezza.
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