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Home / I Love Writing / Paolo Di Paolo – Mandami Tanta Vita

Questo libro stava lì, sullo scaffale. Quello scaffale in cui per alcune settimane si è mimetizzato assieme ad altri libri, facendomi quasi dimenticare il fatto che A. me l'avesse caldamente consigliato. Lei mi conosce bene, sa come prendermi e quindi, perfettamente consapevole che fare pushing quotidiano sui libri è il modo migliore per farmeli evitare, mi ha semplicemente detto "io questo te lo lascio qui, quando vuoi leggilo".
E lì "Mandami tanta vita" è stato per alcune settimane. Ogni tanto mi giravo, consapevole della sua presenza. Ogni tanto me ne dimenticavo, finché questa settimana mi son detto "è arrivato il momento". Prima di lasciarlo, A. ha passato mezzo pomeriggio a cancellare con la gomma tutte le sue sottolineature. Le ho detto "Ma no lasciale". È stata inflessibile. Però se n'è dimenticata qualcuna e mi ha fatto piacere, perché per me è sempre bello prendere in mano un libro che qualcuno ha sottolineato. Quasi come volesse aprirti un punto di vista personale su quel che stai leggendo anche tu.
Spoiler alert perché così certifichiamo subito quanto io sia un idiota: il libro racconta in forma romanzata gli ultimi mesi di vita di Piero Gobetti. Molto bello che io lo abbia capito praticamente all'ultima pagina, sentendomi per questo meritevole di schiaffi. Ma per quanto meritevole di schiaffi, sarei comunque secondo all'altro protagonista del romanzo, quello che per l'appunto fa sì che questo si denoti come una sorta di "prova-prendermi-se-ci-riesci" in salsa inizio '900. Il nostro uomo si chiama Moraldo, è uno studente unversitario che nell'universo creato da Paolo-Di-Paolo diventa una sorta di stalker di Piero. Lo conosce per via del fatto che il nostro bomber fonda riviste allo stesso ritmo con cui io cerco i cornetti vegani al Lidl, ne rimane super ammaliato e quindi gli scrive lettere su lettere perché vorrebbe fortissimo essere preso in considerazione in una qualche sorta di ruolo, anche scendiletto volendo.
Il racconto e il libro si spaccano così in due metà perfette: da una parte il nostro Go-Betty, che a venticinque anni ha praticamente già fatto quel che a me e a te non basterebbero tre vite per fare, giovane ma mica scemo, letterato ma mica distratto dalla realtà suoi tempi. Pragmatico al punto da prendere forti posizioni contro il montante Tsunami fascista, visionario al punto di essere il primo a pubblicare "Ossi di Seppia" di Montale. Insomma talent scout che Mara Maionchi spostati un attimo. E dall'altra parte? Dall'altra parte ecco Moraldo, quasi coetaneo di Piero, ma con una serie tale di paranoie e preconcetti su se stesso che lo fanno apparire fin da subito più un adolescente in cerca di una guida che "l'uomo che non deve chiedere mai" che sotto sotto vorrebbe essere. Completamente incapace di gestire la propria emotività e proprio per questo in costante difficoltà nel rapportarsi con "l'altro", è convinto che il mondo quasi sia in combutta contro di lui ed è poco incline a riconoscere le proprie responsabilità dietro ai fatti che gli capitano. Volete la ciliegina sulla torta? È pure amico di un fascio della prima ora, di quelli che con la bava alla bocca andavano a devastare i locali solo perché qualcuno diceva "lì forse ci sta un comunista". E del fascio invidia proprio la risolutezza, la prontezza all'azione. Moraldo, Moraldo: poche idee e molto confuse.
La dicotomia fra questi personaggi, quindi, è il modo in cui Paolo-Di-Paolo sceglie di portarci nella sua storia a cavallo fra Torino e Parigi, città dove entrambi i nostri prodi finiranno per arrivare, seppur per motivi diversi. Piero emerge come un gigante davanti all'inconsistenza di Moraldo, che poi forse forse è semplicemente una delle tante persone che ieri come oggi sono alla ricerca di un proprio autore, prima che di un proprio ruolo.
Il libro è scritto molto bene, Paolo-Di-Paolo è pure arrivato fra i finalisti del premio Strega 2013, però a mio gusto paga veramente tanto l'aver deciso di scriverlo con uno stile "vecchio". Se non avessi letto la sinossi, visto la copertina e preso coscienza dell'età dell'autore, avrei pensato ad un romanzo scritto negli anni '30 o '40 e questa cosa il mio cervello non ha capito ancora bene come processarla. È una scelta di Paolo-Di-Paolo? Oppure Paolo-Di-Paolo scrive proprio così di suo? Immerso anima e core nei salotti letterari degli anni '30? È una qualche sorta di captatio benevolentiae? Rimarrò con questo dubbio.
Il senso finale, comunque, è che come sempre A. ci ha visto giusto: il libro mi ha dato da pensare e sapete qual è alla fine la morale? In un mondo di Moraldi siate tutti un po' più Piero Gobetti. E lasciate perdere gli amici fasci.
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