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30 Dicembre 2025
Andy Weir – Project Hail Mary

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Andy Weir – Project Hail Mary

Niente da fare, assolutamente niente da fare. È con un piglio veramente forse troppo indispettito quello con cui mi appropinquo a scrivere le mie solite quattro-boiate-a-caldo su ciò che ho appena finito di leggere, ma dopo seicento-e-pussa pagine, dopo aver predisposto il mio animo polemico a questo nuovo romanzo di Weir nonostante il (per me) flop di “Artemis” (di cui ho parlato qui) non riesco veramente a mascherare la stizza che fin da subito mi ha fatto pensare: “ma questo vuol veramente rimanere quello famoso per The Martian?”.

Ma andiamo con calma, come sempre cercando di evitarvi spiacevoli spoilerate. Che in un mondo gramo e pieno di insensibilità, finiscono per essere la “cherry-on-top” della bastardaggine contemporanea.

Io manco lo sapevo che Weir avesse fatto uscire un altro libro. Questo perché sono sensibile ai trend e alle uscite di qualsivoglia genere più o meno quanto un albino ama farsi delle sedute di lettini abbronzanti. Quindi arriva questo mio collega che parlandomi del più e del meno se ne esce fuori con “ma sai cosa ti consiglio tantissimo? Sto libro di Andy Weir di cui poi uscirà un film con coso, dai, quello là del Disney Channel.” E io tipo “ma chi Justin Timberlake?” e lui tipo “ma no Ryan Gosling”. Al che io “ah han” e lui “comunque dai Andy Weir, libro che spacca”. Al che io “ah han” e nel mentre sono lì che cerco di ricordarmi “ma perché dovrei sapere chi è Andy Weir?”, perché nel mentre dopo “Artemis”, appunto, l’ho decisamente cancellato dalla mia testa come una brutta insolazione. Fa ridere che continui a fare riferimenti sul sole, se leggerete il libro capirete. Anzi no forse lo dico. Dopo vediamo.

Torniamo a noi e alla surreale discussione col collega. Io alla fine ammetto: “Ahhh ma Andy Weir quello che ha scritto quella bomba di The Martian”. E lui “Sììì top proprio lui!”. E allora nuovamente, per un tot, ho completamente rimosso quella roba appiccicosa al sapore di cannella marcia che è “Artemis” e penso “ma perché me lo sono rimosso dalla imperitura memoria?”. Poi ricordo. Quindi mi incupisco. Ma poi leggo la sinossi di sto “Project Hail Mary” e decido che non importa ciò che c’è stato fra di noi, diamo ad Andy Weir un’altra possibilità.

E ovviamente ho fatto male.

Per parlare di questo libro è necessario, per me, dividere il giudizio in diverse “aree di interesse”. Beccatevele così, non sapevo usare un termine migliore. Forse “ambiti”? Sì dai diciamo “ambiti”. C’è una parte riguardante l’idea narrativa nuda e cruda, una parte riguardante la ricerca dell’accuratezza scientifica e una, infine, relativa alla pura e semplice capacità di storytelling. Ecco. Andiamo con ordine e non facciamo diventare sta recensione un bordello americano degli anni ’20 con un pianista al pianterreno strafatto di solvente.

L’idea narrativa è carina. Molto. Alla fine per Weir il tema “spazio” è una costante, che si tratti di Marte, della Luna o di una spedizione per salvare il pianeta terra dal fatto che il Sole sta pian piano perdendo la sua capacità di produrre l’energia necessaria alla nostra specie. Il protagonista di Weir, però, è un abbastanza improbabile professore delle scuole medie che in un plot twist che manco si è mai visto nei più feroci voli pindarici della cinematografia sci-fi anni ’80, diventa dal giorno alla notte il massimo esperto della minaccia alla Terra. E non solo. Finisce pure sull’astronave della spedizione messa su in fretta e furia per cercare di capire come trovare una soluzione al problema “sole-che-sta-smettendo-di-fare-il-sole”. Quindi abbiamo: scienziatuni che insegna da anni alle medie, che però aveva scritto una volta un articolo sulle possibili evoluzioni delle specie aliene litigando un po’ con tutto il circoletto del WWS (world wide scienziatuni), che diventa nell’ordine: esperto max in materia “casino che sta succedendo”, trainer delle figure scientifiche designate per finire nello spazio (tutta gente level “vinco il Nobel”), sostituto delle figure scientifiche che finisce a sua volta nello spazio dimostrando un cervello assurdo per calcoli a mente legati a fisica, biologia, ingegneria, cucina, skin care, computer, 3D modeling, pasticceria, origami, sudoku e, lo ammetto, alcune di queste potrei essermele anche inventate.

Insomma Weir ancora una volta ci dice che Ryland Grace non è semplicemente il suo protagonista. È esattamente il personaggio che lui, sotto sotto, forse vorrebbe essere. Che per carità niente di male eh, tutti adorano le figure nerdose di stampo 80s che a confronto MacGyver è un beta tester del Didò, però a mio modo di vedere “anche meno”. Il personaggio di Weir è così sgravato a tratti da risultare a mio avviso davvero troppo, troppo stucchevole. E il continuo, metodico, inserimento nella storia di rimandi al perché il suo personaggio sappia/faccia/dica determinate cose, con un continuo effetto flashback, suona più come un tentativo di giustificazione stile “il cane mi ha mangiato i compiti” che un reale intento narrativo.

E qui già anticipo il tema della capacità di storytelling. Laddove in “The Martian” Weir è riuscito a rendere, anche con la narrazione, un racconto di fantascienza ma con forti punti di verosimiglianza seducente, per la seconda volta, dopo “Artemis”, tutto viene buttato in caciara quasi immediatamente. Il protagonista lasciato solo su Marte è un personaggio assolutamente tridimensionale, in cui la narrazione è al servizio di una storia solida che trascina il lettore nelle vicende. Lo fa in maniera convincente e, come detto prima, verosimile. In questo “Project Hail Mary” il protagonista sembra levarsi da una o più dimensioni a tratti, il modo con cui viene fatto agire, il modo in cui viene fatto interagire, il modo in cui non riesce veramente mai ad entrare veramente nella storia, sono fattori che lasciano dei segni veramente profondi nell’iter narrativo. Ad una certa sembra quasi di leggere un libro su un tizio che al bar si è vantato che “una volta ho salvato la Terra con quelle due-tre nozioni di base che qualsiasi ricercatore del CERN tiene a mente”. Quindi in parole povere: no, non ci siamo. Mi domando seriamente se a questo punto ci siano o problemi di traduzione, oppure un cambio di editor rispetto a “The Martian”, perché il piglio è veramente quello di un racconto di livello medio-basso.

E per chiudere, visto che non mi piace farla finita da stronzetto (quale comunque, haimè, sono) passiamo a quello che sicuramente è il punto forte del libro, come di tutti i romanzi di Weir: l’accuratezza scientifica. Sì perché l’onanismo per eccellenza che troviamo anche in “Project Hail Mary” è la pratica sistematica del farcire la storia di calcoli, riferimenti scientifici, nozioni di fisica, che si riconducono sempre ad una dimensione reale seppur in un ambito sci-fi. Insomma tutta la fisica che può accadere nello spazio, Weir ce la descrive in maniera accurata e non fantasiosa. Le grandi leggi della Fisica non si piegano mai alle necessità narrative, semmai la narrazione diventa un bel modo per spiegarle al lettore. Una volta. Due volte. Tre volte. Anche centordici volte, che alla fine se la tua narrazione è debole, pure questo particolare di pregio diventa un autogol al 90esimo anche se stai già perdendo 5-0 con l’ultima in classifica.

Insomma se dopo “Artemis” mi ero chiesto “ma Andy Weir è questo o è quello di The Martian?”, questo libro sembra aver iniziato a dare una risposta. Quel genere di risposta che speravo fosse decisamente sbagliata.

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